L’Islam è anche arte

Non è mai stato così difficile insegnare l’arte islamica – né così importante

Come si fa a parlare di architettura e poesia in un momento di disinformazione e guerra?
Di Kishwar Rizvi

Ogni anno porto gli studenti del mio corso di architettura islamica a visitare le collezioni di arte islamica del Metropolitan Museum of Art di New York, così da vedere quello di cui abbiamo discusso in classe. Nel 2013, ci siamo fermati a guardare una fotografia aerea della Grande Moschea di Samarra risalente al IX secolo, scattata dalla Royal Air Force britannica 100 anni fa. L’immagine in bianco e nero mostra da una distanza di circa 170 piedi le dimensioni della moschea, rinomata per i suoi minareti più alti al mondo.

Qualcuno ha osservato: «Non era questo il minareto in cui si sono installati i cecchini americani che combattevano i ribelli iracheni nel 2005, e che poi è stato fatto saltare in aria?». Il silenzio è sceso sul gruppo, e siamo andati oltre.

Insegnare l’arte e l’architettura islamica può ricordare un campo minato. Molto prima che “guerra al terrorismo” diventasse un’espressione comune, i siti di cui parlavo nelle mie lezioni erano già controversi e lo sventramento del patrimonio culturale già in corso. Nella mia prima lezione sul luogo più sacro dell’Islam, la Kaaba di La Mecca, non ho potuto evitare di mostrare immagini del monumento sacro eclissato dagli hotel. Vecchie fotografie e descrizioni orali sostituiscono ormai le centinaia di siti islamici e ottomani distrutti dal governo saudita per far spazio ad ambiziose imprese commerciali. La parte più dura del programma riguarda l’Iraq; alcuni anni salto gli Abbasidi, perché non riesco a non piangere quando parlo della città storica di Baghdad o dei santuari di Nejaf e Karbala, luoghi di pellegrinaggio che sono stati presi di mira dalle guerre settarie.

Ora, con le devastanti immagini di sofferenza umana da Mosul e Aleppo che riempiono i telegiornali, e con la dilagante disinformazione e l’ansia che circonda l’Islam, è più difficile che mai raccontare le storie di questi luoghi, vecchi quanto la civiltà stessa.

Le notizie che riceviamo dall’Iraq e dalla Siria si concentrano sulle incursioni militari, sui bombardamenti e sull’orrenda perdita di vite umane. Nel mio corso discutiamo invece la fioritura culturale che è avvenuta nelle grandi università della Baghdad medievale, nota come Città della Pace, e le incredibili opere letterarie e scientifiche composte lì. Non osserviamo solamente la forma degli edifici o la loro data di costruzione; discutiamo le circostanze politiche e i rituali che li hanno portati in vita. Voglio che i miei studenti capiscano che mentre il Medio Oriente oggi si può definire in termini di guerre e conflitti, non molto tempo fa ospitava grandi città di poeti, artisti e artigiani. E voglio che sappiano che questi posti vanno salvati.

Quando i miei studenti arrivano alla camera di Damasco del Met, il gruppo ha già passato attraverso 1000 anni di storia, esemplificata da piastrelle decorate, manoscritti dipinti e tappeti sfolgoranti. La stanza è un quieto “riparo invernale” decorato di legno intagliato e intarsiato. I versi scritti sulle pareti rendono la stanza perfetta per accogliere ospiti o sedersi da soli a leggere un libro. Vengo quasi trasportato a Damasco, che ho visitato per la prima e ultima volta nel 2010, pochi mesi prima che iniziasse la guerra civile in Siria. Aveva nevicato quell’inverno, e tutti erano fuori a festeggiare. Le ville maestose del vecchio bazar – costruito nel XVIII secolo dall’élite ebrea, musulmana e cristiana – erano state convertite in caffè, i loro cortili arricchiti da aranci e gelsomini. È difficile ricreare per i miei studenti la grandezza di Damasco, con i suoi strati di architettura romana, omayyade e ottomana. Ora la città è divisa in zone settarie e in permanente stato di emergenza.

La perdita di vite umane in Siria e Iraq è inimmaginabile; milioni di persone sono state sfollate e forse non torneranno mai a casa. Ma che ne è delle migliaia di storie che vengono cancellate ogni volta che un quartiere è raso al suolo, ogni volta che un monumento storico è crivellato dai colpi dei cecchini? Noi testimoniamo, documentiamo, cerchiamo di educare.

Insegnando la storia dell’architettura di Iraq e Siria, a migliaia di miglia di distanza e sotto assedio, spesso mi rivolgo a studenti che non hanno legami con il Medio Oriente ma che con la loro curiosità e con la loro volontà si spingono a vedere oltre la retorica politica. Gli edifici possono evocare risposte universali, e gli studenti immaginano giardini sereni sul fianco di una collina, avvertono sotto ai loro piedi i freschi pavimenti in mosaico di un antico palazzo, sentono l’odore dell’incenso che si diffonde attraverso un santuario. Studiare l’architettura e la cultura di una società permette di riconoscere l’essenziale umanità degli altri, anche in chi è lontano da noi in termini storici e geografici.

I miei corsi comprendono anche studenti musulmani che a volte conoscono i principi della loro religione, ma non la sua storia o la sua complessità. Alcuni all’inizio sono spiazzati («Ci sono immagini figurative del profeta Maometto!»), poi rapiti. Gli occhi si illuminano quando parlo delle conquiste architettoniche che raccontano la storia di una fede musulmana diversa, che si estende da Cordoba a Delhi, da Samarcanda al Ghana. Devono sapere la loro storia più di tutti, così da non soccombere alla propaganda reazionaria dello Stato Islamico o a tutti quelli che puntano ad annientare il passato. Devono sapere che c’è del potere nel costruire le cose e che la storia ricorda chi realizza oggetti di grande bellezza, non chi li distrugge.

La storia dell’Islam, come quella di ogni altra religione, non è mai stata semplice. Eppure la sua eredità culturale descrive una fede che si estende per almeno tre continenti e due millenni. Parlo dei grandi automi progettati da matematici e ingegneri medievali; della vibrante cultura letteraria e artistica di Mosul, dove gli artisti cristiani e musulmani hanno creato splendide opere di calligrafia e pittura; delle accademie delle belle arti di Damasco; e degli esempi architettonici che hanno attirato Frank Lloyd Wright a Baghdad. Per i 50 minuti che trascorriamo insieme, io e i miei studenti siamo trasportati in un mondo di possibilità. È una lezione importante, di quello che un giorno questi studenti dovranno ricostruire.


Kishwar Rizvi, «It’s harder than ever to teach Islamic art — but never more important», Washington Post, 6 gennaio 2017

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