Meditate, gente, meditate

La meditazione validata dalle neuroscienze

Le tecniche di meditazione ispirate alle pratiche dei monaci buddisti agiscono sul funzionamento e sulla struttura del cervello, lo mostrano recenti studi.
Di Paul Molga

Finora i benefici della meditazione sull’invecchiamento erano stati solo suggeriti da alcuni lavori del Nobel per la medicina Elizabeth Blackburn. Oggi, un imponente studio americano condotto dall’Università di Davis su 100 individui di età compresa tra i 24 e i 77 anni fornisce nuove argomentazioni a sostegno di questa tesi. L’anatomia del cervello di chi medita regolarmente è stata comparata attraverso un imaging a risonanza magnetica (MRI) con quella di chi è estraneo a tale pratica, rivelando chiaramente una minore alterazione della materia grigia. Secondo gli autori dello studio, un’intensa meditazione stimolerebbe i dendriti (prolungamenti filamentosi dei neuroni che servono a trasmettere gli impulsi nervosi) e le sinapsi (connessioni tra i neuroni). Questa potente sollecitazione cerebrale influirebbe anche sullo stress, deleterio per le cellule. L’équipe ha mostrato che tre mesi intensivi di meditazione agiscono in maniera significativa sull’attività delle telomerasi, enzimi essenziali che proteggono dall’invecchiamento cellulare.

Anche se non lo si direbbe, meditare in posizione comoda e con gli occhi chiusi non significa rilassarsi. «Anzi, nel cervello succede proprio il contrario» spiega Jean-Gérard Bloch, dottore che tre anni fa ha inaugurato il primo corso di laurea in “Medicina, Meditazione e Neuroscienze” presso la facoltà di medicina di Strasburgo. Il soggetto in meditazione deve concentrarsi sul suo “meteo interiore”, vale a dire le emozioni, i pensieri e le sensazioni che gli passano per la testa. L’esercizio consiste nel focalizzarsi su un oggetto – la respirazione, una parte del corpo, ecc. – senza lasciarsi distrarre da pensieri o stimoli esterni. Dato che questa cosa è impossibile, anche per i praticanti più allenati, la mente è più attiva che mai per addomesticare il vagabondaggio cerebrale e riportare l’attenzione sull’oggetto che si è scelto.

Gestire le proprie emozioni

Durante questa attività, il cervello si surriscalda. Sotto l’occhio attento di un MRI funzionale, un’équipe dell’università Emory di Atlanta ha notato che la pratica della meditazione sollecita una dopo l’altra le quattro reti neurali che riguardano l’attenzione: prima la corteccia sensoriale e motoria, poi la corteccia anteriore, poi le regioni parietali, infine la corteccia prefrontale; e così via per tutta la durata della seduta. La ripetizione di questo ciclo non è immune da conseguenze: «Abbiamo riscontrato che intensi esercizi di meditazione permettono di migliorare l’attenzione e potenziare la vigilanza cerebrale» spiega Antoine Lutz dell’Inserm, centro di ricerca sulle neuroscienze di Lione, uno dei primi ad aver condotto studi sulla base dell’imaging sul cervello di monaci buddisti come Matthieu Ricard. Con i colleghi dell’Università del Wisconsin, Lutz ha sottolineato che il cervello di chi è avvezzo alla meditazione è in grado di rispondere a stimoli due volte più ravvicinati (meno di 300 millisecondi tra l’uno e l’altro) rispetto al cervello di un neofita, che resta più spesso bloccato alla prima sollecitazione.

Proseguendo nelle loro indagini, i ricercatori hanno scoperto che la meditazione permette anche di gestire meglio le proprie emozioni, una capacità che manca ai depressi. All’Università di Toronto, degli psicologi hanno fatto meditare dei pazienti con alle spalle almeno tre depressioni per alcuni mesi. «Il rischio di ricaduta si è ridotto del 40% circa e alcuni di questi soggetti ritengono che la meditazione sia stata efficace quanto una cura farmacologica» riferisce Antoine Lutz.

Ora gli scienziati sanno meglio cosa succede nel cervello: in un articolo del 2013 di Frontiers in Human Neuroscience Catherine Kerr, ricercatrice presso l’Università di Providence, spiega il ruolo chiave del talamo, struttura centrale del cervello che fa da ricettore delle sensazioni corporee e distribuisce le informazioni ricevute alla corteccia: «Per trasmettere le informazioni, il talamo invia alla zona corrispondente della corteccia impulsi elettrici – le onde alfa – la cui frequenza varia in funzione dell’intensità della percezione. Quando la mente si concentra su una parte del corpo, le onde in quella zona si riducono e la sensazione si intensifica, mentre in tutte le altre zone le onde alfa aumentano e le sensazioni si attenuano». Si può quindi imparare ad attenuare il dolore o a gestire i pensieri più cupi, come avviene già in 200 ospedali americani.

Compensare la perdita progressiva di materia grigia

Il nuovo studio dei ricercatori americani sui cambiamenti strutturali provocati dalla meditazione prosegue sulla scia dell’importante lavoro del 2005 di Sarah Lazar, del Massachusetts General Hospital di Boston. Lazar all’epoca aveva notato che il tessuto cerebrale della corteccia prefrontale sinistra, che è legato alle emozioni, si ispessisce nei soggetti che praticano la meditazione in modo assiduo, tanto da compensare in alcuni la perdita di materia grigia dovuta all’invecchiamento.

Di recente, grazie ai suoi lavori è stato possibile mostrare nei soggetti che praticano la meditazione un maggiore sviluppo dell’ippocampo (che ha un ruolo di primo piano per quanto concerne memorizzazione, apprendimento, vigilanza e adattamento all’ambiente) e, al contrario, una contrazione dell’amigdala (che controlla le emozioni, in particolare le reazioni di paura e ansia).

Alcuni studi suggeriscono anche che la meditazione non modifichi solo il cervello, ma che agisca anche sulla salute cardiovascolare, la tensione arteriosa, il sistema immunitario e perfino il genoma. Uno studio di Herbert Benson, dell’ospedale generale del Massachusetts, ha analizzato il profilo di espressione genica di 26 adulti prima e dopo un periodo di meditazione. I risultati hanno stupito tutti all’ultimo simposio delle “scienze contemplative”: dopo qualche settimana di esercizio, l’espressione genica legata alla secrezione di insulina e ai meccanismi infiammatori è aumentata in misura significativa, così come la produzione di monossido d’azoto, un gas vasodilatatore da cui il ritmo cardiaco trae grandi benefici.


Paul Molga, «La méditation validée par les neurosciences», Les Échos, 4 settembre 2015

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