Parolacce autistiche

Non siamo riusciti a far smettere di dire parolacce a nostro figlio. Così gli abbiamo insegnato a dirle come si deve.

Per un bambino autistico, un addestramento all’uso corretto delle parolacce ha più senso di un divieto.
Di Geoff Bowden ed Amy Bowden

Quando nostro figlio Malcolm era in seconda elementare, i suoi insegnanti ci hanno informato che aveva detto una parolaccia – la parolaccia. Malcolm stava mettendo in ordine i pezzi di un gioco per dimensione e colore, secondo uno schema ben preciso e posizionando i pezzi a intervalli regolari, quando un compagno ha preso dei pezzi nel tentativo di giocarci. Per la stanza è volato un “CAZZO!”. Quando gli è stato chiesto se sapeva cosa voleva dire quella parola, Malcolm ha risposto di no tra le lacrime.

Nostro figlio ha quello che generalmente viene definito “autismo ad alto funzionamento”, vale a dire che comunica verbalmente, riesce a seguire istruzioni e assimila informazioni a un ritmo impressionante con meticolosa accuratezza. Significa anche che ha scarsa abilità di cogliere segnali interpersonali o di partecipare abilmente in molte situazioni sociali. Disubbidisce di rado in maniera intenzionale e odia mettersi nei guai, ma spesso ci finisce suo malgrado.

Quando era più piccolo, le chiamate periodiche dalla scuola sembravano più serie: «Malcolm ha colpito una delle insegnanti» o «Malcolm ha chiamato una delle studentesse con ritardi nello sviluppo “grassa e stupida” quando ha cercato di parlargli». Questi ostacoli sono stati semplici da superare: abbiamo insegnato a Malcolm che colpire qualcuno o affibbiargli un epiteto non era mai permesso, e abbiamo ribadito il concetto minacciando di togliergli computer o videogiochi.

Con le parolacce è stato più difficile. Abbiamo cercato di insegnare a Malcolm che ci sono “parole da luce verde” e “parole da luce rossa”, nella speranza che non imprecasse. Ma era una battaglia persa: per un preadolescente autistico, è confusionario sentire “quelle parole sono sbagliate” quando quelle stesse parole sembrano socialmente accettabili in molti contesti, incluso il parco giochi e il pullman che ti porta a scuola, dove le regole del discorso sono imposte dai coetanei, non dagli adulti. E quei contesti sono precisamente quelli in cui Malcolm fatica di più – ma in cui desidera maggiormente inserirsi. Di tutti i modi per inserirsi, questo è abbastanza innocuo.

Così, quando ci siamo stancati di monitorare costantemente il suo linguaggio, abbiamo ideato un nuovo piano. Invece di insegnare a Malcolm di smettere di dire parolacce, gli avremmo insegnato a farlo correttamente e in modo appropriato, così avrebbe potuto evitare di scontrarsi con figure autoritarie e andare d’accordo con gli altri ragazzi. Non solo abbiamo dovuto insegnargli quando e dove le volgarità sono accettabili (perché non sa distinguere tra i contesti sociali del parco giochi e della scuola nel modo in cui farebbe un ragazzo non autistico), abbiamo dovuto insegnargli anche il significato delle parole così avrebbe potuto usarle propriamente.

Abbiamo guidato Malcolm tra le definizioni delle diverse parolacce e delle espessioni in cui compaiono normalmente. “Merda” è la cacca e significa che una cosa è sbagliata o inutile. “Fottersi“ si riferisce al sesso e significa procurarsi un danno o infischiarsene di qualcuno. Le cose si sono fatte complicate, qui, perché non volevamo insegnargli che quello che è connesso al sesso è di per sé sbagliato (questa è un’altra storia). Abbiamo fatto fatica a insegnargli che il verbo “fottere“ ha molte accezioni e si usa spesso come intercalare per sostituire vocaboli più socialmente accettabili. “Vaffanculo” è un’esclamazione che esprime malcontento per qualcosa o qualcuno. “Coglione“ si riferisce agli organi genitali (non lo sapeva) ed è un modo per chiamare le persone che sono spiacevoli da avere attorno.

Una volta chiarite le parole in sé abbiamo dovuto insegnare a Malcolm come imprecare – in quali contesti e situazioni. In passato, eravamo una famiglia in cui imprecare era generalmente inaccettabile, tranne per gli adulti. La mamma era l’unica che si lasciasse andare e sempre con moderazione. Per insegnare a Malcolm, abbiamo dovuto prenderci la mano. Il suo centro di addestramento per parolacce era la nostra monovolume. Guidando per la città, quando una macchina si inseriva davanti a noi senza segnalarlo: «Ecco, Malcolm, quel signore è un coglione». Indicando un enorme cartellone che diceva «Il repubblicano Kingland è qui per voi!»: «Ecco, Malcolm, quelle sono stronzate. Capisci perché?» «Perché non è qui per noi?» «Esatto.» E quando ci accorgevamo di aver lasciato la lista della spesa a casa, «Cazzo!» «Capisci perché la mamma ha detto quella parola, Malcolm?» «Perché è arrabbiata?» Precisamente.

Malcolm ha iniziato la sua incursione nelle parolacce socialmente accettabili con i nostri animali domestici. Odia gli animali, specialmente i cani, perché sono imprevedibili e non rispettano il suo spazio personale. Uno dei nostri barboncini nani è stato il primo a sperimentare la sua ira: «Vai via da me, coglione!». E, più di recente, quando il nostro boxer gli stava abbaiando contro (cosa che lo spaventa tantissimo): «Fottiti, Gus!».

Ci sono stati anche progressi a scuola. Teniamo ancora le dita incrociate, ma non riceviamo chiamate sulle parolacce o le battute sboccate di Malcolm da molto tempo. Sappiamo di aver guadagnato terreno con il nostro allenamento dopo un episodio avvenuto in primavera. Malcolm odia trasgredire le regole, anche non restituire i libri della biblioteca per tempo. Ma conduce una vita con un programma molto severo, scandito al minuto. Questi principi si sono scontrati una mattina d’aprile, quando Malcolm è dovuto correre alla fermata dell’autobus per non fare tardi, ma ha dimenticato i libri della biblioteca, che avrebbe dovuto restituire il giorno stesso. Sapeva che aveva una sola speranza di risolvere la situazione, e ha chiesto all’autista: «Posso tornare in casa e prendere i libri della biblioteca?». Quando l’autista ha risposto di no, che doveva partire, Malcolm si è girato, ha camminato per il corridoio e ha urlato più forte che poteva: «SONO SOLO STRONZATE!».

Eh, già, Malcolm. Proprio così.


Geoff Bowden ed Amy Bowden, «We couldn’t get our son to stop swearing. So we taught him how to do it right.», The Washington Post, 13 ottobre 2016

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