Alice nel Paese delle Interpretazioni

I messaggi nascosti di Alice nel Paese delle Meraviglie

Il racconto di Lewis Carroll riguarda sesso, droga e colonialismo? Alcuni dicono di sì. Altri invece dicono riguardi i disturbi alimentari e la Guerra delle Due Rose. Hephzibah Anderson dà un’occhiata.
Di Hephzibah Anderson

Per sperimentare al meglio ciò che significa svanire giù per la tana di un coniglio, chiedi a internet quali sono i messaggi nascosti del libro che ha coniato l’espressione, Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il fantastico racconto di Lewis Carroll, fatto di torte magiche e porte segrete, gatti ghignanti e tartarughe gorgheggianti, non è mai andato fuori catalogo dalla sua prima pubblicazione. Nel corso di centocinquant’anni ha ispirato film, dipinti, un balletto e giochi per il computer. C’è persino una sindrome neurologica a cui ha dato il nome. Eppure il suo prodotto secondario più consistente in assoluto sono le letture alternative. Immergetevi nelle opere di generazioni di critici, studiosi e blogger, e questo amato classico da leggere prima di addormentarsi diventerà un’allegoria della cultura della droga, una parabola della colonizzazione britannica e la storia di un’eroina con un brutto caso di invidia del pene.

Il libro ha preso vita all’insegna dell’umiltà, come divertimento per la piccola Alice Liddell (10 anni) e le sue sorelle nei viaggi in barca sul Tamigi con un certo Charles Dodgson. Si è dimostrato un successo tale che Alice ha convinto Dodgson a trascriverlo, cosa che ha fatto debitamente – con il nom de plume di Lewis Carroll. Alice era la figlia del decano della Chiesa di Cristo, il college di Oxford dove Dodgson insegnava matematica, e lei non era l’unica ragazzina di cui era diventato amico. Per la mentalità del XXI secolo, c’è qualcosa che mette profondamente a disagio in questo scenario. Anche se non c’è traccia di nulla di deplorevole nelle relazioni di Dodgson, è difficile non vedere in termini sospetti un uomo adulto che si diverte a tenere le sue giovani compagne di gioco sedute sul suo grembo e in posa per le fotografie, spesso mezzo svestite.

Con il declino della pruderie vittoriana e la nascita della teoria psicoanalitica, Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie sembra molto meno innocente. Riesaminando il testo, i critici hanno trovato una vastità di immagini ginecologiche, dalla tana del coniglio alla tenda che Alice deve spingere. Serrature e chiavi sono considerati simboli del coito, e il bruco – beh, non è forse un po’… fallico? Inevitabilmente alcuni hanno visto l’invidia del pene nel testo, rendendo il collo estensibile di Alice come la brutta copia di un’erezione. E poi c’è quello sventagliare che fa prima di iniziare a sgonfiarsi, e l’acqua salata che le lambisce il mento una volta che è alta pochi pollici – acquisiscono entrambi una decisa apparenza masturbatoria.

Bizzarrie su bizzarrie

Letture più raffinate hanno visto il viaggio di Alice come meno centrato sul sesso e più sul progredire di una ragazza attraverso infanzia e pubertà fino all’età adulta. La nostra eroina si sente a disagio nel suo corpo, che subisce una serie di cambiamenti estremi; la sua percezione di sé si destabilizza, lasciandola incerta sulla sua identità; si scontra con l’autorità e fatica a capire le regole apparentemente arbitrarie e i giochi che la gente attorno a sé mette in atto, e perfino la morte.

Il rinomato studioso di letteratura William Empson in particolar modo si è lasciato prendere la mano, dichiarando che Alice è “un padre quando scende nella tana, un feto alla sua estremità, e può solo nascere diventando a sua volta madre e producendo il suo liquido amniotico”.

Ovviamente a volte un bruco che fuma è solo quello – specialmente quando è affiancato da un fungo magico. Dagli anni ’60, gli amanti delle droghe hanno letto le bizzarrie di Alice come un grande e lungo trip. I testi di White Rabbit, dei Jefferson Airplane, hanno fatto la loro parte per cementare questa associazione: “Ricorda quello che dice il Ghiro: / Nutri la testa, nutri la testa”. Dalla scena di apertura surriscaldata e su di giri, c’è una vibrazione psichedelica – oltre a tutte quelle pillole, il tempo si muove in maniera erratica, e il ghignante Stregatto un minuto c’è, quello dopo è sparito.

Uno degli autori preferiti da Dodgson era Thomas De Quincey, con le sue Confessioni di un Mangiatore d’Oppio, ma anche se si dilettava di rimedi omeopatici freddi, non esiste prova concreta che abbia mai sperimentato droghe che alterano la mente. Eppure le associazioni tossiche permangono, come mostra la battuta di Matrix: «Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del Bianconiglio».

Di cavoli e re

Ma non è tutto sesso e droga. Un altro filone della critica vede Alice come un’allegoria politica. Quando la nostra eroina segue con un balzo il Bianconiglio, finisce in un posto dalla stranezza bizzarra e sconcertante e governato da una regina irascibile – Dodgson, si sa, aveva sentimenti contrastanti nei confronti della Regina Vittoria anche se lei amava il suo libro – con un sistema legale caotico, proprio come la Gran Bretagna vittoriana.

E Alice come si comporta in questa strana terra? Confusa dal modo dei nativi di fare le cose, cerca di imporre i suoi valori con risultati pressoché disastrosi. Il romanzo, dunque, non potrebbe essere un’allegoria della colonizzazione?

E poi c’è la questione de Il tricheco e il carpentiere, la poesia che Tuidledum e Tuidledì recitano ad Alice. Secondo alcune interpretazioni, il carpentiere è Gesù e il tricheco Pietro, con le ostriche come discepoli. Altri insistono che riguarda l’Impero, con il tricheco e il carpentiere che rappresentano l’Inghilterra, e le ostriche le sue colonie. Persino J.B. Priestley è intervenuto nel dibattito, suggerendo che il tricheco e il carpentiere sono invece archetipi di due tipi diversi di politico.

Leggere le selvagge e stravaganti teorie che le generazioni successive si sono immaginate sul “vero” significato delle avventure di Alice significa comprendere come i costumi sociali in mutamento possano alterare radicalmente un testo. Ovviamente è un riconoscimento dell’eterna atemporalità dell’opera, il fatto che ogni epoca sia stata in grado di leggervi le proprie mode e preoccupazioni.

E il dibattito continua a infuriare. Alice è la parabola dei disturbi alimentari, un monito contro l’algebra, allora un concetto moderno, una satira della Guerra delle Due Rose. Nello stravagante reame delle teorie rivali, siamo tutti confusi quanto Alice.

Durante il giorno, Charles Dodgson teneva lezioni di matematica, e non c’è da meravigliarsi che le sue storie pullulino di allusioni aritmetiche e geometriche. Alice si confronta con una serie di indovinelli, dall’enigma del Cappellaio Matto al croquet della Regina, ma per quanto cerchi di risolverli, invariabilmente si rivelano poveri di scopo e privi di risposte. Benché Dodgson fosse un logico, il Paese delle Meraviglie è un regno in cui l’illogicità la fa da padrone. Ed ecco, forse, dove sta il messaggio definitivo di questo libro dall’inventiva esuberante: il mondo è un luogo folle in cui le aspettative sono spesso frustrate. Invece di cercare un significato dovremmo semplicemente goderci la corsa.


Hephzibah Anderson, «Alice in Wonderland’s hidden messages», BBC, 31 maggio 2016

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