Pubbliche dichiarazioni d’imbarazzo

Sono stata fidanzata per due anni perché mi vergognavo troppo a dire “no”.

Di Honor Eastly

Non avevo mai pensato a quanto sarebbe potuto essere terrificante ricevere una proposta di matrimonio in pubblico, finché non mi è capitato. È successo in un bar scarsamente illuminato di Melbourne nel 2012: avevo 23 anni e mi stavo esibendo per un evento di beneficenza che il mio compagno organizzava già da quattro mesi con l’intento nascosto di farmi la domanda.

Alla fine dell’esibizione, il mio compagno di allora, Peter, si è inginocchiato – un’immagine mentale che ad oggi attiva una reazione acida nel mio stomaco, un mix delle fonti più pure di paura e vergogna. Io non credevo che mi stesse chiedendo in moglie per davvero. Onestamente pensavo fosse uno scherzo, finché ho visto la mia famiglia e i miei amici e i loro grandi occhi umidi pieni di aspettative incollati su di me. Volevano il “vissero per sempre felici e contenti” e lo volevano in quel momento.

La mia reazione interna è stata “Non so, posso pensarci?”, ma non sembrava la risposta che questo pubblico affamato d’amore voleva. Mi sono bloccata per un minuto o due, ho fatto una battuta, finché dopo una lunga pausa mi sono piegata sotto il peso dell’appetito della folla. Ho annuito invece di dirlo apertamente, pensando che se non avessi davvero detto “Sì” ne sarei potuta uscire più facilmente in seguito.

Proprio così, la paura di quanto sarebbe stato imbarazzante se avessi detto “No” aveva eclissato il mio desiderio di non essere fidanzata. Non è certo il motivo peggiore per accettare di sposare qualcuno, ma decisamente non è un buon motivo.

Subito dopo, in mezzo alle congratulazioni e ai profumi abbinati che abbiamo ricevuto dai miei genitori, Peter mi ha detto in tono pacato: «So che sei un’artista, e avresti detto sì comunque, quindi puoi darmi la tua risposta vera più tardi». Anche se lì per lì mi è stato di conforto, a quanto pare fidanzarsi ufficialmente in pubblico non è qualcosa di semplice da cancellare. Non c’è Ctrl+Z su una dichiarazione del genere.

Nei mesi dopo la proposta, onestamente, ero fuori di me. Leggevo tutto quello che potevo sul matrimonio e la sua storia e ne parlavo finché i miei amici erano stufi di sentirmi. Non è che non vedessi Peter come un ragazzo da sposare, è solo che non ero sicura di volermi impegnare in una tradizione del genere. La mia confusione non ha mai trovato una risoluzione e quindi, finché la relazione non si è definitivamente conclusa, per due anni sono stata, de facto, fidanzata ufficialmente.

Benché sia io che Peter siamo d’accordo che la sua proposta è stata La Cosa Peggiore Che Mi Abbia Mai Fatto, capisco perché abbia scelto quella strada. Nella sua meravigliosa, ingenua testolina, sarebbe stata la sua sola ed unica occasione di sperimentare una piena gloria romantica. Eppure la femminista che è in me fa una smorfia quando sente questa frase. Nella tradizione occidentale, il matrimonio è stato un modo elegante di possedere donne e acquisire capitale sociale ed economico, e ora (nonostante quali possano essere le migliori intenzioni) le proposte pantagrueliche si rifanno ad alcune tecniche coercitive del passato.

Le proposte pubbliche in pompa magna che sono oggi all’ordine del giorno (e sono prevalentemente gli uomini a chiedere in moglie le donne) sono relativamente nuove. Il tipo di pianificazione e organizzazione che si mette nella proposta era un tempo riservato alle nozze in sé. I reality show (o molti, per lo meno) sono stati creati solo per aiutare e documentare nuovi ed esagerati modi con cui gli uomini possono fare la proposta alle loro fidanzate. Stanno perfino facendo un film sull’argomento in Australia.

Forse questo è il risultato del nostro desiderio insaziabile di documentare le nostre vite a colori, o forse stiamo accettando di più il fatto che gli uomini esprimano i loro sentimenti in pubblico. O forse queste proposte pubbliche sono solo una dote contemporanea e capovolta; sforzi di mostrare devozione e adeguatezza dell’unione con uno spettacolo da cuore in gola. È impossibile da definire, perché si basa su una solida comprensione di cosa sia il matrimonio e su cosa si debba fondare; concetti che sono notoriamente individuali.

Le nozze in sé sono focalizzate sulla celebrazione (e su damigelle di una coordinazione snervante), ma il matrimonio è focalizzato sull’impegno reciproco a tutte le cose belle, così come alle conversazioni difficili delle 3 del mattino e al terrore di doversi svegliare ogni giorno della propria vita di fianco alla stessa persona. Quindi perché riversare una decisione così grande e significativa su un’altra persona – in pubblico, poi – per il divertimento di altri e il proprio ego? Forse, come è stato il caso per il mio fidanzato, i pretendenti sono semplicemente “innamorati” e questo zittisce ogni avvertimento interno che potrebbe mettere l’amore della tua vita nella situazione più imbarazzante immaginabile.

E per chiunque voglia “dimostrare” pubblicamente l’amore dell’altro: ogni matrimonio fondato sulla parità non dovrebbe avere coercizione.

Che le intenzioni siano buone o cattive o un mix delle due cose, non si può negare che queste Proposte Pubbliche con la P maiuscola creino una dinamica di potere ingiusta in quello che dovrebbe essere un momento intimo, libero da aspettative pubbliche.

C’è un detto che emerge spesso quando si parla di consenso: «Se non puoi dire di no, non puoi nemmeno dire di sì». È un sentimento comune in ogni interazione umana, e a me suona spaventosamente vero per la nostra attrazione nei confronti delle proposte pubbliche.

Se metti il partner nella posizione in cui non può dire di no, significa che non può dire in tutta sicurezza sì. E la sicurezza è proprio quella cosa che vorresti quando chiedi a qualcuno di giurare davanti a Dio che non ti lascerà mai e poi mai.

Qualcuno che vada pazzo per un flash-mob dalla coreografia intelligente o che sopporta il peso di uno stadio pieno di persone imbarazzate o deluse non è proprio quella mente equilibrata cui rivolgere una simile domanda. Per me è ovvio in maniera quasi dolorosa che idealmente vuoi essere sposato con qualcuno che ti direbbe di sì anche se glielo chiedessi a cena.

Il matrimonio non sono le nozze, non è la luna di miele. Sono le centinaia di visite dai suoceri, le migliaia di mercoledì sera a preparare panini con il formaggio. Un matrimonio è fatto di dimostrazioni d’amore medie, non grandiose. Quando dico sì al matrimonio, voglio che sia perché vedo tutto quell’amore medio e comunque mi sembra bello, non perché sono infiammata dall’emozione di una singola manifestazione pubblica… o peggio, perché non riesco a rifiutare il partner senza provare un imbarazzo quasi mortale.

E se sei quello che fa la proposta, non vuoi qualcuno che dica sì a te, non allo spettacolo di cui l’hai reso una star riluttante?


Honor Eastly, «I was engaged for two years because I was too embarrassed to say ‘no’», Daily Life, 11 maggio 2016

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