Di tè e nomadismo

Il tè, lasciapassare per l’anima dei nomadi

Nel Sahara, quando una volta l’anno si riuniscono nel festival moussem circa 30 tribù nomadi, le cose si fanno rumorose. Il più grande incontro berbero del nord dell’Africa permette di scoprire una cultura in via di estinzione.
Di Markus Steiner

Dall’alba, Abdallah siede nella sua tenda a bere tè. «Il re è un uomo buono, e mi piace questa terra. Ma la vita nomade, il Sahara e il Marocco – sono questioni complesse» dice.

Abbassa lo sguardo e versa dell’altro tè fumante nel bicchiere. Il vento incalza senza sosta la tenda dei beduini, uno scudo protettivo nel vasto, inospitale Sahara, fatto di morbido pelo di cammello intrecciato.

L’odore di cammello è ovunque. Gli animali si inginocchiano davanti alla tenda, pascolano sulla sterile sabbia rossa e trasudano quel loro pesante odore dolciastro. Abdallah è venuto a Tan-Tan con la sua carovana di cammelli dai monti dell’Atlante.

Vende questi animali e vuole fare affari nella città del deserto del sud del Marocco. La sua tribù nomade riesce a concluderne due o tre a settimana, di affari, racconta Adballah. Per un piccolo cammello gli danno fino a 800 euro.

Con una semplice stretta di mano, questi mansueti animali vengono venduti o diventano animali da macello. Abdallah si aggiusta la djellaba, la tunica, e si lega più stretto il turbante. Beve un altro sorso di tè dolce. «Chi vuole capire i nomadi e le loro questioni, deve prendersi il tempo di un tè».

La cultura dei nomadi è minacciata

Una volta l’anno a Tan-Tan si svolge uno spettacolo unico: in un’enorme tendopoli si riuniscono le tribù nomadi del Sahara provenienti da Marocco, Algeria, Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Arabia Saudita.

I colpi di fucile sono la prima cosa che si sente. Poi si percepisce il sole cocente. L’aspro vento che spazza la terra a partire dalla vicina costa atlantica fino al piatto e sterile Sahara non aiuta. A ovest di Tan-Tan brillano in lontananza le 800 tende dei nomadi.

L’UNESCO sostiene il festival moussem perché vuole aiutare a preservare la cultura dei nomadi del deserto, fortemente minacciata. Se 50 anni fa un marocchino su due era nomade, oggi è nomade poco più del due percento della popolazione.

Sempre meno giovani seguono questo stile di vita tradizionale. Pascoli ristretti e rivendicazioni politiche da parte di governi, militari e ribelli minacciano la sopravvivenza del nomadismo in tutta la regione del Sahara.

Sui cavalletti, immagini del re

Sulla strada che porta all’accampamento aleggia l’odore del popcorn. Giovani uomini vendono palloncini colorati, le famiglie accorrono numerose al festival. In una piccola altura degli uomini in cerchio fanno un picnic. Carri trainati da asini stracarichi procedono incalzati da donne e bambini.

Quelli che hanno più soldi vengono scortati da autisti in jeep, sui predellini sono appesi dei ragazzini che salgono e scendono di continuo, come se fossero su una giostra. È una sorta di luna park.

Nel mare di tende, i nomadi si accucciano davanti agli ingressi – uomini e donne separati. Sono vestiti con gli abiti tradizionali della tribù cui appartengono. Alcune giovani donne indossano occhiali da sole di marche ben note.

Davanti agli ingressi ci sono immagini incorniciate di re Mohammed VI su cavalletti. Fa caldo. Ovunque si porgono tazzine da tè e filoni di pane. Teiere d’argento stanno sul fuoco, alimentato a carbone.

Tan-Tan, cuore dei nomadi

Nell’enorme piazza al centro dell’accampamento, i berberi cavalcano i loro destrieri. In file serrate di dieci cavalieri accelerano e, arrivando al galoppo, emettono il loro grido di battaglia. Poi festeggiano con scariche di fucile assordanti rivolte al terreno.

“Fantasia”, questo il nome della monumentale coreografia a cavallo che mette in mostra la tecnica e la preparazione bellica dei berberi. Più tardi, la sera, ci sono canti e balli, così come un concorso di poeti del deserto.

«Tan-Tan è il cuore nomade del Marocco. I nomadi vengono qui da generazioni per tenere mercato» dice Rosario, studentessa che vive in città.

Il festival moussem ha luogo ai piedi della tomba dello sceicco Mohammed Laghdaf – un eroe del deserto, che fino alla sua morte (avvenuta nel 1960) ha combattuto per l’indipendenza del Marocco da Francia e Spagna. I nomadi lo venerano perché ha combattuto per la sua terra e per la libertà.

Qui la cultura si fa folklore

Negli anni successivi, Tan-Tan si è sviluppata come centro religioso. In onore dello sceicco i nomadi si riunivano sulla sua tomba per cantare, suonare, raccontare storie e commerciare cammelli.

La Marcia Verde, passata alla storia nel 1975, ha posto fine al festival moussem in maniera brusca: partendo da Tan-Tan, 350.000 persone hanno attraversato il vicino confine con il Sahara occidentale per esigere la restituzione del Paese da parte degli spagnoli. Gli spagnoli se ne sono andati, ma il conflitto nel Sahara occidentale resta irrisolto e il confine conteso.

Solo nel 2004 il moussem è stato riportato in vita come festival a Tan-Tan, grazie al sostegno dell’UNESCO. «L’odierno festival moussem è soprattutto un evento progettata dal re. Qui la cultura viene resa folklore» dice Ibrahim, 29 anni, di Tan-Tan.

Frasi come questa si sentono spesso nel festival. Ibrahim è uno dei giovani accademici disoccupati del Marocco, la sua famiglia è sedentaria da tempo. Ora cerca di fare fortuna vendendo coltellini fatti a mano.

«Il moussem è come un cibo gustoso, che rilascia un buon aroma, di cui però il popolo non ha nemmeno un assaggio» dice Ibrahim. Non esiste praticamente alcuna offerta culturale per i 60.000 abitanti: nessuna biblioteca, nessun teatro, nessun cinema. È questa la situazione in molte città marocchine.

Dubbi sul sostegno ai nomadi

Sebbene il tasso di analfabetizzazione sia molto alto, il Marocco rispetto ad altri Paesi nordafricani vive una situazione di tranquillità. Questo dipende anche dall’abile approccio del re: quando la rivoluzione araba si è avvicinata, ha abbassato i prezzi dei generi alimentari di base.

E così i critici vedono il festival moussem come una manovra tattica. Dubitano che si tratti di un serio sostegno alle tribù nomadi e al loro stile di vita. Il Marocco infatti si è rifiutato di firmare un contratto con Algeria, Mali e Mauritania che avrebbe semplificato ai nomadi il traffico sui confini marocchini.

Abdallah, il mercante di cammelli, viene da Guelmim, sede della tribù berbera di Ait Lahcen. Oggi sono accampati non lontano dal festival moussem. Abdallah è seduto a gambe incrociate davanti a un vassoio d’argento. «Bere tè in compagnia è l’anima della cultura marocchina e dei nomadi» spiega.

Una teiera balla nervosamente sul vassoio, un fiotto di acqua calda scende dalla teiera nei bicchieri. Poi Abdallah travasa il tè di nuovo nella teiera, prima di rimetterci l’acqua – questa volta più lentamente. Questa procedura si ripete alcune volte. Quante volte, lo sa solo Abdallah. È lui il custode del tè.

Il numero di foglie di tè, la quantità di zucchero e quante volte occorre versare il tè perché si depositi e diffonda il suo aroma – il segreto di un buon tè, insomma – lo sa solo Abdallah. Si trasmette da generazioni nella sua famiglia per via orale, così che questo segreto si conservi per la tribù degli Ait Lahcen.

Gli ingredienti per una buona cerimonia del tè sono però altri. Abdallah li elenca: buone discussioni, una fiamma viva e poesie. «Alcune tribù si sono fatte la guerra per 40 anni. Solo davanti a una tazza di tè hanno scelto la pace».

Più vulnerabili, ma anche più aperti

La tenda si riempie di altri uomini, e il rituale della salutazione ricomincia. Tutti salutano tutti. Nessuno entra in una tenda e lancia un saluto a casaccio nella stanza. Sarebbe scortese.

Ogni uomo regala e riceve una parola amichevole. Le voci suonano soavi, allegre, vivaci. È un viluppo caldo e denso. A un certo punto tutti si siedono a gambe incrociate attorno al vassoio d’argento, aspettano pazienti finché il tè scorre nell’ultimo bicchiere. Si depone poco alla volta la propria corazza.

«Si tengono discussioni genuine e oneste. È l’anima che parla» dice Abdallah. Si è più vulnerabili, ma anche più aperti. Si ascolta l’altro aprirsi. Il ritmo fragoroso si attenua. Ci vuole sempre un po’, prima che il tè abbia fatto il giro della stanza e che venga sorseggiato in compagnia, ridendo e parlando a bassa voce.

Abdallah vorrebbe più giovani tra i nomadi. Ma sa che devono essere risolti molti problemi prima: pascoli, accesso all’acqua, istruzione. Cose semplici. Potrebbe essere così semplice. Ma servirebbe bere molto, molto più tè.

Nel crepuscolo i colori del deserto sbiadiscono: il rosso zafferano, il marrone dattero, il giallo cous cous. È ora di abbandonare la tenda del tè. Abdallah si siede da solo sulla merce in esposizione, le noci per terra, e tende l’orecchio per ascoltare il pacato concerto dei cammelli. Andando via un ultimo, familiare tintinnio del vetro contro l’argento risuona sulla smisurata vastità del Sahara.


Markus Steiner, «Beim Tee lassen die Nomaden in ihre Seele blicken», Die Welt, 24 aprile 2016

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