Blurred copyright

Perchè la sentenza sul copyright di “Blurred Lines” dovrebbe essere ribaltata

Di Tim Wu

Si è vista molta più Schadenfreude che dispiacere quando, lo scorso martedì, Robin Thicke e i suoi colleghi sono stati sconfitti dalla famiglia di Marvin Gaye in un procedimento legale sul copyright. L’accusa: “Blurred Lines”, la hit del 2013 di Thicke, sarebbe un plagio di un singolo del 1977 di Gaye. Marvin Gaye è ampiamente idolatrato, mentre Thicke, per tutto il processo, ha dato una pessima immagine di sé. Ora sostiene perfino di non aver scritto “Blurred Lines”, la sua canzone più famosa – il che implicherebbe che ha mentito sull’argomento da Oprah Winfrey, un peccato mortale nell’America contemporanea. Molti trovano il testo e il video della canzone moralmente deplorevoli, e non aiuta il fatto che Thicke, con i suoi aviator e i suoi modi strafottenti, parrebbe aver scopiazzato anche da un’altra performance: il vecchio sketch “The Roxbury Guys” del “Saturday Night Live”.

L’idea che Thicke – o più precisamente Pharrell Williams, il suo collaboratore, vero autore della canzone – abbia rubato “Blurred Lines” da Gaye si applica perfettamente alla sua immagine di villano. Tuttavia è stato commesso un grave errore: il giudice che si è occupato del caso non avrebbe mai dovuto permettere che la questione arrivasse in tribunale. La sentenza contro Thicke è un errore che dovrebbe essere, e probabilmente sarà, ribaltato in appello.

Non c’è dubbio che Pharrell si sia ispirato a Gaye e ne abbia preso spunto; lui stesso lo ha ammesso senza problemi. Ma, in base alla sentenza, ogni autore infrangerebbe la legge. La questione non è se Pharrell abbia copiato o meno Gaye, ma se Gaye sia l’effettivo proprietario della cosa copiata. E questo è il punto in cui il caso perde valore. Perché Pharrell non ha copiato nessuna sequenza di note vera e propria, ma piuttosto lo stile generale delle canzoni di Gaye. Ecco perché “Blurred Lines” ricorda molto una canzone di Marvin Gaye. Ma dire che qualcosa “ricorda” qualcos’altro non rappresenta una violazione del copyright.

Un caso diverso fu quello del rapper Vanilla Ice, che usò il riff d’apertura di “Under Pressure”, dei Queen e di David Bowie, nella sua hit “Ice Ice Baby”, aggiungendo una sola nota. Quel caso, nel 1990, riguardava un tipo di plagio che la legge proibisce chiaramente. Al contrario, come hanno fatto notare i legali di Pharrell, “Blurred Lines” ha più note in comune con la canzone del 1966 di Lee Dorsey “Working in the Coal Mine” che con “Got to Give It Up” di Gaye, il brano per cui Pharrell è stato accusato di plagio.

Alcuni, forse dopo aver ascoltato un popolare mashup delle due canzoni, continuano a dire che sono simili, a prescindere dalle sequenze di note. Ma anche riconoscendo che alcuni degli elementi dello stile di Gaye – come il falsetto maschile e l’uso del campanaccio – potrebbero, se combinati, essere abbastanza peculiari per garantirgli una protezione legale, c’è ancora un problema tecnico che con ogni probabilità farà ribaltare la sentenza. I diritti d’autore della famiglia Gaye coprono soltanto le note della canzone (la composizione) e non il modo in cui sono state suonate (la registrazione sonora). Questi copyright sono distinti tra loro. Gaye avrebbe sottoposto gli spartiti di “Got to Give It Up” all’ufficio statunitense per i diritti d’autore nel 1977, registrando così i diritti sulla composizione, ma non avrebbe completato le formalità necessarie per avere il copyright sulla registrazione.

Con un copyright più ampio, i familiari di Gaye avrebbero più diritto a reclamare la paternità di alcuni elementi di stile particolarmente caratteristici. Ma, poiché il copyright copre solo le note e Pharrell non ha copiato nessuna sequenza di note, il giudice era giuridicamente costretto a respingere la richiesta.

La sua mancanza ha portato non solo a una multa eccessiva (più di 7,3 milioni di dollari), ma anche alla possibilità di un divieto federale sulla riproduzione di “Blurred Lines” – un’eventualità che rende bene l’importanza del caso. Il copyright non deve interferire con la libertà d’espressione garantita dal Primo Emendamento, cosa che questa sentenza è molto vicina a fare: copiare uno stile è una libertà d’espressione troppo importante per poter essere soggetta alla censura federale.

Provate a considerate quanti artisti sarebbero danneggiati se una tale sentenza fosse emessa con maggiore frequenza. Tutti sanno che i Rolling Stones hanno copiato lo stile di Chuck Berry e di altri artisti r’n’b. I primo album dei Rush ricorda molto i Led Zeppelin – che, tra gli altri, si erano rifatti a Robert Johnson. E questo non vale solo per la musica. Georges Braque e Pablo Picasso portarono avanti le idee di Paul Cézanne per sviluppare il cubismo, uno stile che, a sua volta, è stato imitato da diversi altri pittori. Ci sono centinaia di esempi simili. Suggerire che questo verdetto incoraggerà un cantautorato migliore significa malinterpretare la storia delle arti. La libertà degli artisti e di altri creatori di copiarsi a vicenda è legata al principio che le idee non possono essere soggette a copyright, una nozione essenziale per la libertà d’opinione e per l’espressione artistica.

La vittoria dei familiari di Gaye è stato un capolavoro legale, il cui merito va agli avvocati. Questi ultimi, sapendo benissimo che Gaye è nettamente più famoso e rispettato di Thicke, hanno fatto apparire una disputa tra persone benestanti come una battaglia tra bene e male. Invece di concentrarsi sui diritti presunti o legittimi della famiglia Gaye, il processo è diventato un referendum sul carattere di Thicke. E di conseguenza, il verdetto è apparso chiaro sin da subito.


Tim Wu, «Why the “Blurred Lines” Copyright Verdict Should Be Thrown Out», The New Yorker, 12 marzo 2015

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