Mappare le donne che hanno fatto la storia

Mappare le donne “invisibili” della storia

Di Emanuella Grinberg

Il lago Waban, nella zona sud del Wellesley College (Massachusetts) offre scorci rilassanti agli studenti che vogliono staccare per qualche momento dalla vita accademica.

La matricola Katy Ma, però, vede il lago in una prospettiva diversa, specie da quando ha scoperto che l’influente scrittrice e attivista cinese del XX secolo, Xie Bingxin, ha frequentato il college femminile negli anni ’20 e che in una delle sue poesie descrive le acque tranquille del lago Waban come unico sollievo contro i morsi della nostalgia di casa.

Ora il lago Waban fornisce a Ma un legame concreto con una donna di altri tempi, qualcuno che si è fatto strada nella vita camminando dove cammina lei adesso. E non una donna qualunque, ma una che condivide con Ma le stesse radici culturali.

«Sapere che qualcuno ha vissuto proprio dove sei tu adesso, e sapere che ha fatto così tante cose ti porta a pensare che potrai farlo anche tu» dice.

Non è una cosa da poco: Ma dice che non sapeva ci fossero state donne asiatico-americane nel college. Cresciuta a Philadelphia, aveva sempre pensato che i bianchi dei monumenti fossero gli unici ad aver dato un contributo significativo alla storia.

Ora, grazie alla partecipazione al movimento di attivisti SPARK, ne sa molto di più: obiettivo del gruppo è quello di mappare le donne, con un piccolo aiuto da Google.

Ma e ragazze provenienti da tutto il mondo hanno passato gli ultimi cinque mesi a cercare i luoghi più significativi nella vita di donne che non sempre vengono menzionate nelle lezioni di storia. Da questa settimana, le loro esperienze compariranno nell’applicazione di Google Field Trip, in corrispondenza del luogo che ha segnato la loro vita.

Per Bingxin è l’università di Wellesley. Per Janet Collins il Metropolitan Opera di New York, dove è stata la prima ballerina afroamericana. Per la giornalista del XIX secolo Annie Smith Peck è Musho, in Perù, il villaggio alla base del monte Huascarán che ha scalato nel 1908 in un’impresa da record. Per la giornalista Nellie Bly è il manicomio Women’s Lunatic Asylum di Blackwell’s Island, oggi nota come Roosevelt Island (New York), dove si recò sotto copertura per scrivere un articolo.

Quasi tutte le donne importanti hanno pagine su Wikipedia o necrologi online, ma poche hanno parchi, piazze o monumenti a loro nome.

«Ognuna di queste donne è una rock star», ha detto Ma.

«Queste donne sono state scartate dalla storia non perché non hanno dato un contributo significativo alla società, ma perché qualcuno ha pensato che le loro storie non fossero degne di essere raccontate ».

Dal mondo virtuale a quello reale

L’iniziativa è stata avviata nel 2013, quando SPARK ha contattato Google e ha mostrato, dati alla mano, che le donne e la gente di colore sono sottorappresentate nelle popolari immagini in evidenza della pagina di ricerca. Da allora il team di Google Doodles ha fatto passi avanti per ristabilire un equilibrio.

L’incontro è stata l’occasione per discutere un altro progetto di SPARK sulla rappresentazione delle donne e della gente di colore in parchi, monumenti e spazi pubblici – «tutti posti al di fuori dei libri di testo in cui impariamo chi conta nel mondo» ha detto il direttore esecutivo di SPARK, Dana Edell.

Il progetto è arrivato alla Niantic Labs della Google, creatore di Field Trip. L’app mostra storie di autori diversi legate a un certo punto geografico. Gli utenti possono scegliere di ricevere notifiche sulle storie di una certa categoria in una certa località.

Google ha accettato di pubblicare le storie create da SPARK. Dopotutto, il progetto di SPARK coincide con l’obiettivo di Field Trip di aiutare le persone «a scoprire le storie intorno a loro», come ha sottolineato Yennie Solheim Fuller della Google, che ha lavorato con SPARK.

«Una cosa è leggere di un monumento seduti sul divano» ha detto. Visitarlo di persona crea un’esperienza sensoriale difficile da dimenticare, e una storia legata a un posto è in grado di creare una connessione ancora più forte, ha dichiarato.

«Speriamo che il progetto porti maggiore consapevolezza in merito a quei luoghi e a quelle storie» ha detto poi. «Quello che mi auguro davvero è che le persone imparino qualcosa di bello su un luogo e una donna, e si sentano ispirati a fare qualcosa di simile nella loro comunità».

Riconoscere le donne “invisibili”

L’iniziativa lanciata lunedì [2 marzo, N.d.T.] coinvolge 119 donne di 28 Paesi che si sono distinte nel campo dell’arte, della scienza e della tecnologia.

La parte complicata non è stata trovare le donne, ha affermato Ajaita Saini, attivista 15enne di SPARK. La sfida più grande è stata individuare le località, a volte a causa della mancanza di informazioni, a volte per la difficoltà di dover scegliere un luogo solo.

Deborah Sampson, ad esempio, si travestì da uomo per poter combattere nella guerra d’indipendenza americana. Le coordinate della sua città natale appariranno a chiunque utilizzi l’applicazione in prossimità di Plympton, Massachusetts.

Nell’app compare anche Mary Anning, cacciatrice di fossili britannica autodidatta del XIX secolo, che non ebbe la possibilità di pubblicare le sue scoperte in vita. L’app mostra la riva britannica che fu luogo dei suoi rinvenimenti più significativi, come il primo scheletro completo di un plesiosauro dal collo lungo.

Saini, che studia alla Middlesex County Academy, istituto di tecnologia, matematica, scienze e ingegneria del New Jersey, sa che il contributo delle donne nel campo della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica non viene riconosciuto in classe.

Ma con questo progetto e altre iniziative di SPARK spera di cambiare le cose.

«È ora di riconoscere le scienziate, le ricercatrici e le musiciste rimaste invisibili» ha detto. «Sono esistite, ma nessuno ce ne parla».


Emanuella Grinberg, «Mapping history’s ‘invisible’ women»CNN, 4 marzo 2015

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