Difficile = geniale (?)

Scambiamo l’inaccessibilità per genio?

Ogni settimana su Bookends, due scrittori rispondono a una domanda sul mondo dei libri. Questa settimana, Zoё Heller e Leslie Jamison si chiedono se  in letteratura la difficoltà sia sopravvalutata.

Zoё Heller

Certi scrittori compongono frasi involute e difficili da leggere
perché non sono in grado di scriverne di più semplici.

A scuola ci insegnano ad affrontare la letteratura più tosta con spirito di umiltà. Quando incontriamo una parola che non capiamo, o un paragrafo che si snoda per righe intere e per questo difficile da seguire, ci esortano a prendere tempo prima di alzare la mano e tacciare quel linguaggio di ostinata oscurità. Ci dicono di fare un atto di fede, di credere che l’autore abbia qualcosa di interessante da dire, e che con perseveranza riusciremo a scovare un significato dietro quel linguaggio.

A grandi linee, il consiglio è utile. Senza, pochi adolescenti ce la farebbero a farsi largo tra “Mentre morivo”. E nessuno riuscirebbe a finire una poesia di Jorie Graham. Certo non ne consegue che tutta la letteratura complicata e laboriosa meriti i nostri sforzi. Certi scrittori compongono frasi involute e difficili da leggere perché non sono in grado di scriverne di più semplici. Certi scrittori usano parole da 10 centesimi [è un riferimento al periodo storico in cui gli scrittori erano pagati a parola, quindi usavano parole inutili pur di allungare il testo, N.d.T.] solo per far vedere che le sanno. Il lettore che dà per scontato che la prosa astrusa sia anche una prosa intelligente, o che ci sia un legame sicuro tra opacità e profondità del testo è destinato a perdere un sacco di tempo a leggere cose che non lo meritano. Forse finirà per elogiare i lavori che lo confondono, per timore di essere etichettato come sempliciotto se confessa la sua perplessità. (Al college sarei morta pur di non ammettere che capivo una minima parte delle frasi infarcite di espressioni dialettali di Fredric Jameson e del suo The Political Unconscious).

Eppure non penso che questa istintiva deferenza nei confronti dell’intelligenza fasulla sia un problema poi così diffuso nella cultura contemporanea. Al contrario, in questi tempi di scarsa concentrazione sembriamo sottovalutare l’astrusità e accantonarla prematuramente perché non ne vale lo sforzo. (La dichiarazione d’intenti del Baileys Women’s Prize for Fiction specifica che “l’accessibilità” è una delle virtù da ricercare nella letteratura). Ci piace pensare che viviamo in un mondo degno de “I vestiti nuovi dell’imperatore” – pieno di persone pretenziose, prodighe di lodi per nobili falsi. Ma invece viviamo in un mondo degno de “La volpe e l’uva” – pieno di persone che sbeffeggiano quello che non possono, o non vogliono, prendersi la briga di raggiungere.

Di recente, quando ho letto la storia breve “You Drivedi Christine Schutt in un corso di scrittura rivolto a diplomati, diversi studenti hanno detto che per loro la storia era incomprensibile. Non riuscivano a raccapezzarsi nella cronologia degli eventi descritti; non erano sempre sicuri di quale personaggio stesse parlando; la storia, in conclusione, “non stava in piedi”. Il fatto che avessero difficoltà a seguire la prosa ellittica di Schutt non era una sorpresa. Quello che mi ha preso in contropiede è stata la loro indignazione – la certezza che la difficoltà della storia fosse un’inutile imposizione alla buona volontà del lettore. Come a dire che se una scrittura non ti accoglie e non ti offre l’equivalente letterario di un divano ha fallito un test cruciale di ospitalità.

I miei figli hanno aspettative molto simili nelle loro letture. Di norma rifiutano i libri che consiglio loro perché “sono troppo difficili da capire” e quando suggerisco di sopportare i primi capitoli, più noiosi, mi sorridono sconcertati. Una ragazzina di 12 anni con una TV e una vasta gamma di libri discorsivi “per giovani adulti” che assecondano il minimo comune denominatore degli interessi preadolescenziali non può che trovare ridicolmente bizzarra l’idea di sopportare altro.

I vecchi come me credono di essere più avvantaggiati quando si tratta di perseveranza nella lettura, perché abbiamo ricevuto la nostra formazione in un’epoca in cui la tecnologia non aveva ancora cominciato a erodere i tempi di attenzione. (Quando ero giovane io, negli anni ’70, in Inghilterra non c’era niente “per giovani adulti” e nulla alla tele se non documentari sui passeri). Ma anche noi non siamo immuni dall’irrequietezza dell’era di internet. Il che spiega perché, quando mi sono sdraiata per leggere “Imperium” di Ryszard Kapuscinski, in qualche modo mi sono ritrovata attratta e poi avvinta nella lettura del libro di mia figlia, “Città di carta” di John Green.

Zoë Heller è autrice di tre romanzi: “Tutto quello che sai”; “La donna dello scandalo”, selezionato per il Man Booker Prize e adattato per un film; e “Gli illusi”. Ha scritto articoli di approfondimento e recensioni su The New Yorker, The New Republic, The New York Review of Books e molti altri.

Leslie Jamison

“Infinite Jest” è ormai l’abbreviazione culturale di
“libro difficile per cui la gente nutre sentimenti negativi”.

Ci sono modi sciocchi per scambiare l’inaccessibilità per genio. In un certo senso è la versione letteraria del voler sempre una persona che non ti vuole; l’opposto dell’ovvietà di Groucho Marx di non voler fare parte di un club che ti accetta fra i membri. Veneri quello che non puoi avere.

Ma ci sono anche relazioni legittime tra difficoltà e genialità: la difficoltà come trascrizione della complessità, la difficoltà come sottoprodotto dell’innovazione, invece che come oggetto di ricerca. Non amo “Infinite Jest” di David Foster Wallace perché è difficile, ad esempio; lo amo per le complicate visioni dell’intimità e dell’autodistruzione che costituiscono il suo cuore pulsante dalle molte sfaccettature. Non sono devota alla sua virtuosistica corsa a ostacoli, sono devota al suo accanimento per le sfumature e al suo estremismo. Le sue trame non potrebbero esistere in forma semplificata; nessuna forma esistente potrebbe reggere la loro parafrasi.

Non l’ho sempre pensata così di “Infinite Jest” – ormai l’abbreviazione culturale di “libro difficile per cui la gente nutre sentimenti negativi”. Per molto tempo ho trasalito al solo sentirlo nominare – perché non solo non l’avevo letto, che in sé sarebbe stata una vergogna, avevo fatto di peggio: avevo letto circa 200 pagine e poi l’avevo accantonato. Avevo peccato, peccando di assiduità. L’avevo preso come fallimento mio, e non del libro – la sua inaccessibilità era un test che non avevo passato: la sua lunghezza e circonvoluzione, la sua molteplicità di trame e densità strutturale. Era pieno di un migliaio di allusioni che si affrettavano freneticamente a superarmi come il branco di criceti selvaggi che in teoria era parte della trama in sé.

La genialità del libro aveva una patina di oscurità – oltre le domande e le ponderazioni – semplicemente perché io mi ero rivelata inadeguata nei suoi confronti. Temevo che i miei gusti fossero mediocri nella sostanza; ero attirata da comfort food, da libri che si leggevano tutto d’un fiato. (Avevo sempre preferito il cheddar arancione invece degli ”interessanti” formaggi azzurri; avrei scelto in un batter d’occhi l’impasto crudo per i biscotti invece del sorbetto artigianale).

Poi, qualche anno dopo, ho riletto “Infinite Jest”. L’ho letto con un desiderio diverso – perché qualcuno mi aveva detto che il suo ritratto della guarigione era incredibilmente potente, e io avevo bisogno di un potente ritratto di guarigione – e l’ho letto con un rituale e un’intenzionalità diversi: mi sono data un mese di tempo. Mi sono assegnata 50 pagine al giorno. Erano strumenti di dedizione che un tempo mi avrebbero riempito di vergogna. Se avessi letto 50 pagine al giorno perché l’avevo deciso a tavolino, allora voleva dire che non stavo avendo quel tipo di esperienza non forzata che avevo cominciato a trasformare in un feticcio dell’assorbimento “autentico”: come se il libro esercitasse una sorta di forza gravitazionale dalla quale sarei stata totalmente ammaliata.

Ma nel leggere quelle 50 pagine al giorno ho scoperto che ogni corrispondenza binaria potessi tracciare tra assorbimento e intenzionalità era molto più permeabile di quanto avessi mai immaginato: mi muovevo continuamente tra estasi e sforzo; spesso avvinghiati e simultanei. Quel mese di dedizione ha finito per significare qualcosa non perché fossi spesso immersa nel libro, ma perché spesso non lo ero e continuavo a leggere comunque – perché ero perpetuamente intenta a ricordare a me stessa la mia dedizione al romanzo, e perché quel gesto era un atto di grande apertura e determinazione. Sono stata invitata a una comprensione diversa di cosa può essere un autentico assorbimento letterario: né lotta, né sollazzo, ma uno strano miscuglio dei due; non un “perdersi” nel libro ma un “sentirsi” in modo più profondo nell’atto di considerarlo – diventare consapevole della mia attenzione, diventare un agente della sua applicazione.

Spesso la difficoltà diventa un motore che produce intimità tra un libro e il suo lettore; la dispersione di sforzo e attenzione diventa una sorta di collante. Non mi piace valorizzare l’impenetrabile senza rifletterci, ma apprezzo i tentativi che comporta – la durata e la densità del processo. Quando leggiamo un libro che richiede quello sforzo – quando l’atto di leggere diventa rigoroso e consapevole, invece che agevole e trasparente – finiamo per avere una storia con il testo a cui ci siamo dati, una storia incisa dentro di noi dall’arduo attrito della sua difficoltà.

Leslie Jamison è autrice di una raccolta di saggi, “The Empathy Exams”, vincitore del Graywolf Press Nonfiction Prize. Il suo primo romanzo, “The Gin Closet”, è stato finalista per il Los Angeles Times Art Seidenbaum Award per la sezione First Fiction; e i suoi saggi e le sue storie sono state pubblicate su Harper’s, The Oxford American, A Public Space, The Believer e molti altri.


Zoё Heller e Leslie Jamison, «Do We Mistake Inaccessibility for Brilliance?», The New York Times, 25 agosto 2015

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