La soluzione sono i gamberi

Trasformare i gamberi in plastica: la studentessa Angelina Arora combatte gli stereotipi con la scienza

Di Liam Mannix

Se ne stava seduta nel ristorante di fish and chips locale, la 15enne Angelina Arora, e guardava i rifiuti di pesce che venivano scartati. Enormi cumuli di gusci di granchio, code di gamberi e teste di pesce. Chili e chili di scarti destinati al bidone della spazzatura.

“Dev’esserci un modo migliore di procedere”, pensava la scienziata in erba.

Da qui l’idea: ha preso qualche chilo di gusci, li ha portati al laboratorio di scienze della scuola di Sydney che frequenta, e ha dato il via a una serie di esperimenti.

Alla fine è riuscita a trasformare quei gusci in una plastica resistente, leggera e biodegradabile.

La studentessa spera che la sua scoperta serva a realizzare le borse di plastica attualmente in uso nei supermercati australiani.

«Il mio sogno è che tutta la plastica del mondo sia sostituita da quella che ho inventato io» dice.

Nel 2016, Angelina ha sbaragliato i coetanei nella gara di chimica NWS Young Scientist Awards per un’altra plastica, questa volta realizzata con amido di mais.

La plastica realizzata con amido di mais si rompe al contatto con l’acqua, cosa che la rende molto biodegradabile, ma poco pratica.

La vittoria le ha permesso di conoscere diversi scienziati dell’Organizzazione australiana di Ricerca Scientifica e Industriale del Commonwealth (CSIRO), che sono diventati i suoi tutor nel progetto attuale.

I gusci di gambero contengono la chitina, una proteina molto resistente ma flessibile. Con la guida degli scienziati, e un litro di acido cloridrico, Angelina è riuscita a estrarre la chitina dai gusci.

Poi l’ha combinata con una proteina estremamente appiccicosa, estratta dalla seta dei bachi da seta.

«Si tratta della stessa proteina che i ragni usano per fare le reti. È molto appiccicosa. Quando la unisci alla chitina si ottiene un tessuto flessibile e resistente che ha tutte le proprietà della plastica» dice.

Il materiale finale ha la forza del guscio di un gambero e la flessibilità della rete di un ragno. La plastica così ottenuta si degrada completamente, senza che si vengano a creare sostanze dannose.

«I gusci richiedono una lunga preparazione – ma pur sempre inferiore a quella della normale plastica, quindi anche la procedura in sé ridurrebbe l’inquinamento» dice Angelina.

Per il suo lavoro – un rapporto dettagliato di 67 pagine, completo di mappe della struttura atomica della chitina e arricchito dalla foto della madre, Ashima, che tiene in mano la nuova plastica – quest’anno Angelina è arrivata al secondo posto negli Young Scientist Awards.

Non era quello l’obiettivo, però.

Come parte di un progetto precedente, la studentessa aveva comprato del pesce dal pescivendolo locale e l’aveva aperto. All’interno aveva scoperto migliaia di piccoli frammenti di plastica – prove inconfutabili dell’impatto dell’inquinamento sugli oceani.

Eliminare le plastiche convenzionali in favore di quelle biodegradabili sarebbe un passo enorme verso una maggiore protezione dell’ambiente.

Suo padre, Nitin, è molto orgoglioso – e stupefatto. «Capisco solo il 10 o il 20% di quello che fa. Non so nemmeno come si chiami la proteina a cui lavora» ride.

Angelina spera anche di essere un modello per altre ragazze che prendono in considerazione una carriera scientifica; ecco perché ha contattato Fairfax per raccontare la sua storia.

«Al momento la scienza è considerata un argomento per nerd e per maschi, e penso che la ragione sia il modo in cui è ritratta nei media» dice.

«Anche online, in alcune interviste che ho rilasciato, basta leggere i commenti in fondo alla pagina per vedere che ci sono persone pronte a scoraggiare gente come me.»


Liam Mannix, «Turning prawns into plastic: Schoolgirl Angelina Arora fights science stereotypes», The Age, 9 dicembre 2017

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