“Made in Italy” transilvano

Il sito rumeno dove Louis Vuitton produce scarpe italiane

Le scarpe del marchio di lusso Louis Vuitton, suole escluse, sono realizzate in Transilvania prima della “finitura” in Italia e in Francia.
Di Alexandra Lembke

Le scarpe italiane di Louis Vuitton sono il top del lusso: il laboratorio veneziano del marchio si dice portatore del “savoir-faire ancestrale” di una regione nota per “l’elegante artigianato calzaturiero”.

Si tratta di un’immagine realizzata su misura per il marchio, il cui budget pubblicitario è uno dei maggiori al mondo. Solamente l’anno scorso il gruppo Louis Vuitton Moet Hennessy (LVMH) ha investito 4,4 miliardi di dollari nel marketing per prodotti che spaziano dallo champagne Moet & Candon a Givenchy, TAG Heuer e Louis Vuitton, tutti contrassegnati dal logo LV, simbolo globale di ricchezza. 

La realtà però non è proprio questa. Molte delle scarpe e degli stivali che l’azienda vende per un prezzo compreso tra le 500 e le 1.800 sterline al paio sono etichettate “made in Italy” ma vengono prodotte in Transilvania, regione più nota per i vampiri che per l’artigianato calzaturiero.

La fabbrica romena della Louis Vuitton è un segreto custodito gelosamente e la sua identità è costantemente protetta. La stessa direzione dichiara di prendere tutte le misure necessarie per non finire nelle ricerche di Google. All’esterno dell’edificio nulla sembra indicare il marchio, a parte una scacchiera Louis Vuitton ombreggiata sulle mura della fabbrica. Il nome riportato sul cancello è Somarest, società sussidiaria della LVMH non molto conosciuta.

Nel 2014, una troupe televisiva francese che voleva realizzare un documentario si è vista impedire l’accesso. Alcuni lavoratori anonimi hanno dichiarato che le scarpe sono realizzate interamente in Romania prima di tornare in Italia, dove vengono aggiunte le suole, ma Bernard Arnault, direttore esecutivo del gruppo LVMH nonché l’uomo più ricco della Francia, ha negato la veridicità di queste affermazioni.

Per la prima volta, il Guardian ha messo piede nella fabbrica e può confermare che vi si producono ogni settimana migliaia di scarpe Louis Vuitton, complete di tutti i dettagli – suole escluse.

Quando la Somarest è stata contattata per la prima volta, l’addetto stampa ha chiuso la comunicazione non appena è saltato fuori il nome Louis Vuitton e non c’è stato verso di contattarla nuovamente. Le e-mail sono state inoltrate all’ufficio di Parigi. «A causa della nostra politica interna non permettiamo l’accesso ai laboratori» ha detto l’azienda.

Ma Louis Vuitton non è riuscita a impedire che trapelassero in internet indizi sulle sue operazioni in Romania. Una ricerca scrupolosa nei siti romeni, inclusi selfie del personale su Facebook, ha aperto le porte della fabbrica al nostro giornale.

Una volta superata la sicurezza e i cipressi che stanno di guardia alla porta della fabbrica di Cisnadie, piccola cittadina ai piedi dei Carpazi meridionali, è impossibile non notare che Louis Vuitton è ovunque. In cima alle scale c’è una teca in vetro che contiene un paio di stivali in pelle con il logo LV. Li si vende al dettaglio per 2.000$. Sulla parete c’è una galleria di borsette poggiate su scaffali in vetro.

Al centro della stanza c’è un bauletto, parte della storia del marchio. Louis Vuitton si è fatto un nome creando questi bauletti per gli aristocratici alla metà del 1800. Oggi vengono realizzati su misura alla periferia di Parigi e costano oltre 30.000$.

Non è stata l’esclusività però a rendere Louis Vuitton il 20° marchio più prezioso al mondo. Negli anni ’80 l’azienda si è ampliata per soddisfare il crescente ceto medio e ora il marchio realizza buona parte dei suoi introiti dalla vendita di un grande numero di prodotti. […]

Per mantenere alti i profitti, l’azienda ha dovuto tagliare sui costi di produzione. Ecco perché si è spinta a Cisnadie, una cittadina dai colori pastello dove le bandiere europee sventolano dai lampioni sulla strada principale. Da un lato c’è una delle chiese fortificate per cui la Transilvania è tanto famosa. Dall’altro lato, la fabbrica Somarest.

LVMH ha aperto il primo stabilimento qui nel 2002, con l’obiettivo di trarre il massimo profitto dal lavoro romeno a basso costo. Entro il 2004, l’azienda produceva 1.500 paia di tomaie a settimana, secondo il curriculum online del direttore dell’epoca. […]

Una portavoce della fabbrica, che ha accettato di discutere i dettagli della produzione aziendale, dice che i dirigenti sono francesi e i materiali vengono importati dalla Francia. Dopo l’assemblaggio, spiega, l’azienda esporta i prodotti in Francia e in Italia, dove subiscono le necessarie “finiture” che permettono di apporre l’etichetta “made in France” o “made in Italy”, conformemente alla legge comunitaria.

Il Parlamento europeo ha reso obbligatorie le etichette “made in” nel 2014 per sbrogliare la complessa matassa della produzione globalizzata. Per i prodotti realizzati in più di un Paese, il Paese di origine è quello in cui l’articolo subisce l’ultima lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata. Di conseguenza, le suole delle scarpe Louis Vuitton vengono sempre aggiunte dopo l’esportazione.

La fabbrica romena permette ai visitatori una finestra sia reale che metaforica sul processo di produzione, dato che negli uffici una parete in vetro si affaccia sulla fabbrica.

Al di là della finestra, l’ambiente di lavoro è pulito e luminoso e il personale lavora seduto. «Qui in Romania sono cose che i lavoratori apprezzano» dice la portavoce LV, in riferimento alle misere condizioni di lavoro del Paese che hanno portato a definire il settore romeno del tessile una forma di “sfruttamento”.

«Nei Paesi europei a basso reddito, i diritti umani dei lavoratori sono un tabù e gli operai non sono per niente protetti» dice Bettina Musiolek del Clean Clothes Campaign, che lavora per migliorare le condizioni  di lavoro del settore.

Le fabbriche Louis Vuitton concedono agli operai fine settimana liberi, pagano gli straordinari e usano sostanze chimiche non tossiche, dichiara la portavoce, fatti confermati dall’Inspectoratul Teritorial de Munca, l’ispettorato del lavoro della vicina Sibiu. La Somarest è un fattore di orgoglio per la comunità, come mette in chiaro l’ispettorato. «Non ci sono state mai lamentele» conferma Enciu Dumitru.

La fabbrica di Louis Vuitton dà lavoro a 734 persone del posto che, in base alla portavoce, ricevono il salario medio degli operai romeni impiegati nel settore dell’abbigliamento. Secondo Clean Clothes Campaign, si tratta di 133€ al mese. Servirebbero quasi sei mesi a un operaio della fabbrica per guadagnare tanto da potersi permettere un singolo paio di scarpe in pelle Louis Vuitton.

Con questi salari, la produzione di vestiario in Romania è più economica che altrove in Unione Europea, ma prezzi più bassi non significano minore qualità, almeno secondo la stilista romena Ioana Ciolacu. «Né vanno confusi con sfruttamento minorile, sfruttamento dei lavoratori e tutte quelle storie dell’orrore che ci arrivano, ad esempio, da Cina o Bangladesh» dice.

I prodotti della Somarest sono sagomati e cuciti a mano, proprio come nelle pubblicità di Louis Vuitton, ma l’arte non viene trasmessa di generazione in generazione. La maggior parte dei lavoratori riceve una formazione in loco.

Dieci anni fa il marchio ha aperto un negozio a Bucarest. Le scarpe prodotte in Romania possono quindi essere munite di suole ed etichette in Francia e Italia e poi tornare nella capitale romena per essere rivendute come merce realizzata altrove.

L’inizio di questo processo produttivo è visibile dall’ampia finestra che si affaccia sulla fabbrica di Somarest a sulle centinaia di operai all’interno. I visitatori sono tenuti sott’occhio, però, e passano solo pochi minuti prima che un direttore arrivi ad allontanare dal vetro il Guardian – e a scortare la portavoce in un ufficio per una conversazione tesa e severa. Neanche a dirlo, la visita alla fabbrica si è conclusa presto.


Alexandra Lembke, «Revealed: the Romanian site where Louis Vuitton makes its Italian shoes», The Guardian, 17 giugno 2017

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