Mangi o scatti?

Che schianto di piatto!

Fotografare il cibo non è una tendenza nata con Instagram, come spiega un recente volume illustrato, Visual Feast. L’autrice, Anja Kuznetsova, racconta perché il cibo è così affascinante in un’intervista di Katharina Cichosch.

Anja Kuznetsova fotografa di rado il cibo, anche perché dopo il lavoro di co-editor per l’opera Visual Feast sa bene quanto sia complicato realizzare un buon allestimento. Le ricette che preferisce dipendono da dove si trova: pasta in Italia, cioccolato in Belgio, baguette in Francia. Ma essendo una grande fan della cultura dell’aperitivo, le basta anche solo «un Negroni Sbagliato con un po’ di formaggio e un paio di olive fresche».

Spiegel Online: Anja Kuznetsova, con la foto di copertina di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari mi sono trovato immerso fin da subito in un mondo da sogno, fatto di gelatina e senape e ispirato ai libri di ricette degli anni Settanta: all’epoca il cibo aveva un enorme peso e la sua potenza era qualcosa di buono. Un enorme contrasto con il modo in cui si allestisce e si fotografa oggi.

Anja Kuznetsova: Esattamente! Ho scoperto questo progetto in un articolo del New York Times: prima le fotografie con allestimento autentico, dove il cibo torna ad avere un aspetto semplice, tradizionale, poi quest’estetica esagerata, che ricorda i libri di cucina dell’epoca.

SO: In realtà Cattelan e Ferrari hanno preso a modello le ricette-cartolina di Betty Crocker, marchio casalingo americano del 1971.

AK: Sì, però poi ecco un colpo di scena: colori sgargianti, tonalità sature e una lucentezza che all’epoca non sarebbe mai stata possibile. È interessante che un oggetto di per sé banale come un libro di cucina possa dire molto di più su un’epoca rispetto a tanti volumi di storia: può descrivere il nostro rapporto con il cibo, i piatti che prevalgono in un dato periodo, il ruolo del mondo domestico, ecc. Tutto questo traspare chiaramente e viene al contempo neutralizzato.

SO: Nella sua prefazione scrive che il cibo è un punto cardine della vita. Però col cibo non si deve giocare. Fotografare il cibo, questa tendenza che invade Instagram, affascina proprio perché si rompono dei tabù?

AK: Noi cerchiamo di assimilare culture visive ancora in fase di sviluppo. In questo caso ci siamo chiesti: perché il cibo ha questo grande ruolo oggi, da dove viene questa ossessione sociale? Da un lato, ovviamente, non è mai stato solo una pura necessità. Basti pensare ai pittori barocchi, che già inserivano nei loro quadri piatti e pietanze. Dall’altro c’è un forte contrasto sociale: le classi che parlano di cibo e postano foto di cibo cucinano sempre meno. Sempre più persone si dedicano al tema e lo usano come auto-allestimento. È il background sociale che rende il tema così avvincente e rilevante.

SO: I social media vengono coinvolti in modo esplicito anche nella prefazione: è grazie a loro, secondo una delle tesi esposte, che sarebbe cambiata non solo la fotografia che ha per oggetto il cibo, ma anche il rapporto sociale con il cibo stesso.

AK: La nostra ricerca inizialmente si è concentrata molto su social media e blog. Ma abbiamo notato subito che i lavori davvero avvincenti non si trovavano lì. Certo, i social media e le riviste online hanno spinto la gente ad occuparsi di questo tema, ma nel nostro libro questa sfera non è così presente.

SO: Ci sono eccezioni, però: penso ad esempio alle foto di Matteo Stucchi…

AK: … che su Instagram mostra, ingigantiti, dolci tipici italiani con il nome “idolcidigulliver”. Da questi scatti si evince un rapporto ironico, umoristico e sfizioso con la fotografia del cibo: proprio per questo il cibo è un soggetto così avvincente, perché rappresenta il proprio modo di vivere, ma ci si può relazionare con esso in maniera ludica.


Katharina Cichosch, «Hammer, dieser Hummer», Der Spiegel, 20 giugno 2017

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