L’amore, effervescenza chimica

Amore: chimica più che alchimia

In Spagna apre i battenti una scuola dell’amore, per riassumere le conoscenze scientifiche su questo sentimento così da riorganizzare gli incontri galanti.
Di Paul Molga

Si può diventare “love bankable” solo grazie a un assiduo apprendimento metodico? La nuova Scuola Neuroscientifica dell’Amore che ha aperto i battenti in Spagna pensa di sì. Niente corsi pratici, solo moduli incentrati sui lavori dell’americana Helen Fisher per sezionare i meccanismi scientifici dell’amore e rendere gli studenti «esperti razionali in seduzione».

Questa antropologa si è fatta conoscere con il best-seller Why We Love, nature et chimie de l’amour romantique [Perché amiamo, natura e chimica dell’amore romantico, N.d.T.], in cui sostiene che l’umanità ha messo a punto tre sistemi cerebrali per semplificare l’accoppiamento e la riproduzione: la libido (o desiderio sessuale), l’attrazione selettiva (o amore romantico) e l’attaccamento (un sentimento di unità generato dalle esperienze vissute insieme). «Credo che l’amore si sia evoluto per permetterci di canalizzare la nostra voglia di accoppiamento verso un solo individuo alla volta così da ottimizzare il desiderio e sfruttare al meglio i periodi riproduttivi» spiega in una conferenza Ted. «Credo anche che l’attaccamento si sia evoluto per permetterci di tollerare un individuo almeno per il tempo necessario a crescerci un figlio insieme».

Questi tre processi cerebrali, desidero, amore e attaccamento, non sono sempre collegati tra loro. «Potete avvertire un profondo attaccamento per un compagno di lunga data pur mantenendo un sentimento di amore intenso verso qualcun altro e provando un’attrazione sessuale per qualcun altro ancora. In breve, siamo capaci di amare più di una persona alla volta» continua.

La meccanica del piacere

Grazie ai progressi della neurobiologia sappiamo che queste tappe sono legate all’effetto di diverse sostanze che stimolano in noi desiderio, piacere e benessere. La ricerca della soddisfazione è un meccanismo comune a tutti i vertebrati che punta a garantire il mantenimento della specie: l’esperienza del piacere suscita il desiderio di provarlo di nuovo. Questo processo è collegato a una catena di neuroni, il “circuito di ricompensa” che si snoda tra la corteccia orbitofrontale e il sistema limbico, sede delle nostre emozioni. Organizzando le informazioni ricevute da altre regioni periferiche (amigdala, setto, corteccia prefrontale, ecc.), attribuisce loro valori di piacere o di rifiuto e scatena i meccanismi di risposta.

È l’ipotalamo che ha il ruolo di creare messaggi chimici e inviarli ai due componenti del sistema nervoso autonomo: il sistema simpatico, che reagisce intuitivamente alle aggressioni esterne usando come intermediario la noradrenalina, un ormone dello stress che risveglia muscoli, organi e reazioni primarie (sudorazione, tremiti, accelerazione del ritmo cardiaco, ecc.); e il sistema parasimpatico, che preserva l’equilibrio corporeo moderando la tempesta emotiva a colpi di acetilcolina, un altro potente messaggero chimico.

Un carburante che fa funzionare questa sottile meccanica del piacere è la dopamina, neurotrasmettitore responsabile della dipendenza psicologica. Più ne viene liberato, più si vorrebbe riscoprirne il sapore. Quando arriva un segno che annuncia una ricompensa, un gruppo di neuroni localizzati nel mesencefalo scatena un’ondata di questo ormone eccitante. La sostanza attraversa il corpo striato, sede della libido, poi irrora l’amigdala, che controlla la nostra memoria emozionale, e la corteccia prefrontale, sede della riflessione, per finire nel nucleo accumbens, che ci spinge ad agire. Le barriere saltano. Disinibiti, siamo pronti a osare ogni cosa: prendere per mano la nostra nuova conquista, abbracciarla e stringerla. Mentre gli innamorati vanno al sodo, la gonadorelina, un ormone dell’ipotalamo, interviene per incentivare la produzione di ormoni sessuali: testosterone nell’uomo, progesterone ed estrogeno nella donna. L’organismo intero collabora per l’obiettivo del piacere. Quando si raggiunge l’orgasmo, il sistema limbico libera endorfine, ormoni dall’effetto euforizzante simile a quello dell’oppio.

Questo meccanismo imprime nella nostra memoria i componenti del piacere e rinforza il circuito di ricompensa. Un profumo, un’atmosfera servono a far venire voglia di ricominciare da capo. Con la ripetizione, il processo si rinforza fino a indurre una dipendenza.

Un meccanismo limitato nel tempo

Questa effervescenza chimica non è eterna. Poco a poco, il desiderio si stempera e il cervello riprende la sua normale attività. Ma quanto tempo dopo i primi subbugli? Tre anni, come afferma lo scrittore Frédéric Beigbeder? La scienza è meno categorica del suo romanzo (L’amour dure trois ans, L’amore dura tre anni, N.d.T.). […] Nella facoltà di medicina dell’Unam in Messico, Georgia Montemayor Flores afferma che l’amore può essere paragonato al disturbo ossessivo-compulsivo, in cui il cervello finisce per proteggersi per evitare un surriscaldamento. «Gli innamorati sono immersi in uno stato psico-chimico di follia passeggera che dura un massimo di quattro anni» afferma.

Arriva poi il periodo dell’attaccamento descritto da Helen Fisher, che solidifica la coppia al di là del big bang primordiale. Attenzioni quotidiane, baci, carezze, momenti d’intimità, semplici scambi di idee liberano l’ormone del legame, l’ossitocina, che agisce inducendo un sentimento di benessere. In un articolo pubblicato sulla rivista Nature, il neurobiologo Larry Young ha mostrato che nelle arvicole – mammiferi che si accoppiano per la vita – la quantità di ricettori di questo ormone e del suo equivalente maschile, la vasopressina, è direttamente collegata alla monogamia. Sono in corso degli studi per agire geneticamente su questa sensibilità reciproca. Davanti al sindaco gli innamorati del futuro potranno così giurarsi amore e fedeltà eterni senza temere di sbagliare.


Paul Molga, «Amour: chimie plutôt qu’alchimie», Les Echos, 17 giugno 2017

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