Una società-cipolla

Indonesia, corsa alla religiosità

Da anni ormai l’Indonesia è famosa per la sua tolleranza religiosa. Ma di recente l’Islam è diventato una forza politica sempre più importante – un campanello di allarme per la neodemocrazia.
Di Manfred Rist

Le immagini che arrivano da Giacarta sono irritanti: il governatore della capitale indonesiana seduto come uno scolaretto davanti a un tribunale che l’ha condannato per aver affeso il Corano e i suoi seguaci. Prelevato dalla polizia, messo subito al fresco – perché questo è quello che è successo – per proteggerlo da chi cerca di attentare alla sua vita. Un declino piuttosto strano per un politico purosangue, che fino a non molto tempo fa poteva contare sull’appoggio di tre quarti dei cittadini e del Presidente Joko Widodo – o almeno così sembrava.

L’Indonesia non è l’unica democrazia che considera la blasfemia un reato. Reperti arcaici si trovano nelle legislazioni irlandesi e neozelandesi, ad esempio, ma si punta a eliminarle o quanto meno a far prevalere il buonsenso. L’Indonesia, invece, la terza democrazia al mondo e il Paese islamico più grande in assoluto, si muove in una direzione diversa: negli ultimi dieci anni i processi per “blasfemia” sono stati oltre 200 e Amnesty International ritiene che abbiano dato vita a 109 condanne. Basta guardare anche solo la propaganda contro il governatore Basuki “Ahok” Tjahaja Purnama e la caccia alle streghe con toni razzisti e religioso-populisti verso i cristiani di origine cinese per capire come stanno le cose.

Il rapporto tra Islam e Indonesia è sempre stato caratterizzato da sfiducia reciproca. I padri fondatori, Sukarno e Hatta, erano musulmani, sì, ma prima di tutto nazionalisti. All’inizio del XX secolo, sono stati i movimenti religiosi come il “Sarekat Islam” a spingere al risveglio nazionale e alla successiva indipendenza dell’ex dominio coloniale nederlandese. Per Sukarno, primo presidente di questo Stato multietnico e ammiratore di Atatürk, tuttavia, era fondamentale che lo Stato islamico non impedisse la formazione e la coesione della nazione, né il suo percorso verso la modernità. Entrambe le ammonizioni rimangono valide anche nel XXI secolo.

“Unità nella diversità” – anche confessionale – era ed è il motto che ha accompagnato la repubblica fin dagli inizi. Come potrebbe altrimenti un arcipelago di queste dimensioni e con una simile complessità culturale rimanere coeso e in pace? Con il loro spensierato umorismo, gli indonesiani si definiscono una cipolla: fuori sono fieri patrioti, appena sotto la buccia musulmani. Basta togliere ancora uno strato per scoprire cristiani e indu. E al centro si incontrano gli animisti. Lì non c’è molto spazio per pensieri radicali.

Con “Islam nusantara”, o “Islam dell’arcipelago”, si indica l’orientamento religioso tollerante che si è sviluppato in questa nazione “a strati”, caratterizzando l’epoca di Sukarno e, dopo il 1965, il periodo autoritario. Indipendenza culturale, repressione militare e museruola politica nell’era Sukarno: ecco perché per decenni l’Islam indonesiano non ha potuto dare libero sfogo alla propria forza politica esplosiva, vedendo emarginate le correnti salafite. La religiosità è stata relegata alla sfera privata.

Le correnti radicali hanno preso piede solo quando la dittatura di Sukarno è giunta al termine: tre mesi dopo è stato fondato il Fronte di Difesa Islamico (FPI), che fa appello a Giacarta perché si agisca con la forza per far rispettare le norme islamiche. Il gruppo “Laskar Jihad” ha inviato migliaia di seguaci nelle Molucche e a Sulavesi, così che potessero combattere i cristiani. Nel 2001 gli estremisti islamici hanno reclutato in tutto il Paese volontari per la lotta contro gli Stati Uniti in Afghanistan. Nell’ottobre del 2002 un gruppo di attentatori che si ritiene facciano parte della “Jamaa Islamiya” e che seguano il predicatore d’odio musulmano Abu Bakar Bashir hanno causato la morte di oltre 200 persone a Bali. Anche a Giacarta ci sono stati attentati. Nel vuoto politico dopo la caduta di Sukarno gli squinternati religiosi hanno trovato l’habitat ideale. […]

Sempre più spesso l’Indonesia vede trascurate le proprie conquiste: libere elezioni, manifestazioni e libertà di opinione sono diritti ormai naturali. Dopo la crisi asiatica e la caduta di Sukarno, l’Indonesia ha raggiunto un notevole grado di democratizzazione. Le strutture decentralizzate sono state rafforzate, gli emendamenti alla costituzione hanno allontanato dal Parlamento esercito e polizia e hanno spianato la strada per l’elezione diretta di Presidente, governatori e sindaci. L’Indonesia ha riacquistato un certo splendore ed è un esempio di tolleranza, apertura e soluzioni pacifiche. Guardando gli Stati vicini dell’Asia sud-orientale, non è cosa da poco.

Che gli indonesiani abbiano dimenticato che le conquiste vanno difese? La liberalizzazione politica dell’Indonesia ha portato alla nascita incontrollata di molti partiti musulmani. In buona parte sono spariti o sono rimasti all’ombra di grandi partiti nazionalisti tradizionali. […] Eppure l’islamizzazione indonesiana è un dato di fatto da non ignorare.

La vera novità è che in tutti i partiti si registra una corsa alla religiosità. Il ritorno dell’islam politico si mostra soprattutto nei decreti locali, confrontati con la sharia. A sostenere questa tendenza, tra gli altri, c’è anche il FPI, mai contrastato dal presidente Yudhoyono. Anche il suo successore, Widodo, non ha fatto quasi nulla. Di recente ha vietato l’Hizbut Tahrir, l’organizzazione che vuole trasformare l’Indonesia in un califfato. Ma la campagna contro il governatore cristiano di Giacarta ha fatto emergere in modo chiaro e univoco la devozione islamica applicata alla politica.

[…] Concerti pop, concorsi di bellezza, abbigliamento leggero, feste, alcol e prostituzione agli occhi dei musulmani radicali sono segni evidenti della decadenza occidentale. Fioriscono moschee, mentre la costruzione di chiese si scontra sempre più spesso con ostacoli amministrativi. Le donne vengono esortate a indossare il velo. Una novità è l’invito dei musulmani a votare solo musulmani e rifiutare infedeli come “Ahok” – perché a quanto pare lo prescrive il Corano.

Quello che manca agli indonesiani sono voci coraggiose, che ribadiscano il motto statale di “unità nella diversità” e di tolleranza. […] E tribunali di polso che sappiano resistere alla pressione della strada, a differenza del caso “Ahok”, dove i giudici in maniera arbitraria hanno scavalcato la procura. Non è ancora chiaro se la mancata rielezione e l’incarceramento del governatore siano un caso isolato e atipico. Qualcosa sembra indicare che in Indonesia lo spirito garantista e ponderato sia sparito. La cosa preoccupante è che gli elettori si lascino influenzare dalla polemica religiosa. L’islamizzazione della società e della politica aumenta la pressione su quel pluralismo fino ad ora così apprezzato e connesso in modo indissolubile alla giovane democrazia.


Manfred Rist, «Wettlauf um Religiosität in Indonesien», Neue Zürcher Zeitung, 7 giugno 2017

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