Abbiamo passato il limite?

Si può davvero vivere fino a 146 anni?

L’indonesiano Sodimedjo, la cui famiglia ne ha annunciato la morte martedì [2 maggio, N.d.T.], diceva di essere nato nel dicembre del 1870. Ma da un punto di vista scientifico una speranza di vita simile è credibile?

Lo chiamavano “Mbah Ghoto”, “nonno Ghoto”. Nelle campagne della provincia centrale di Giava era l’eroe locale, sempre pronto a raccontare – con un mozzicone di sigaretta all’angolo della bocca – aneddoti della guerra condotta dal suo popolo contro i coloni nederlandesi o contro i giapponesi. Periodi che diceva di conoscere bene: del resto, stando alla sua carta d’identità era nato nel dicembre del 1870. Questo decano del mondo, l’indonesiano Sodimedjo, è morto all’età di 146 anni. la famiglia ne ha annunciato la scomparsa martedì 2 maggio alla BBC.

Secondo le autorità indonesiane, registrare le nascite è obbligatorio solo dal 1900, eppure la BBC dichiara di aver ricevuto conferme dai responsabili locali in merito all’autenticità dei documenti dell’uomo.

Se fosse vero, Mbah Ghoto avrebbe vinto ogni record mondiale di longevità, finora ufficialmente detenuto dalla francese Jeanne Calment, morta nel 1997 a 122 anni. Ma un’aspettativa di vita del genere è scientificamente possibile? Esiste un limite massimo fisiologico?

Età massima al decesso

Nel corso di due secoli, la longevità umana si è moltiplicata, passando da un’aspettativa di vita media mondiale di 25 anni a 71 anni. Ma il tema dei limiti alla durata della vita umana è da sempre una terra incognita che affascina e divide. Ogni mese vengono pubblicati quasi mille articoli scientifici sulla biologia dell’invecchiamento o della longevità. È possibile immaginare che un giorno l’uomo vivrà quanto uno squalo della Groenlandia, la cui speranza di vita media si aggira attorno ai 400 anni?

Nel 2014, uno studio dell’istituto di ricerca biomedica ed epidemiologia dello sport aveva suscitato un certo scalpore perché aveva evidenziato un limite massimo nella speranza di vita umana. Studiando 1205 supercentenari (125 uomini e 1080 donne), la ricercatrice Juliana Antero-Jacquemin ha stabilito che questo limite massimo si aggirava attorno ai 115 anni. «Stiamo per raggiungere una barriera fisiologica, al crocevia delle interazioni tra un patrimonio genetico immutato e un ambiente in decadimento» dichiarava nello studio, ammettendo però che il suo campione di studio – criticato dalla comunità scientifica – era piuttosto limitato.

Nell’ottobre del 2016, uno studio americano pubblicato su Nature ha rilanciato la polemica: secondo il biologo Jan Vijg e i suoi colleghi, dal 1997 in poi l’età massima al decesso è stazionaria e si attesta attorno ai 115 anni. Studiando centenari e ultracentenari vissuti tra il 1968 e il 2006 nei quattro Paesi con età massima maggiore (Stati Uniti, Francia, Giappone e Regno Unito), i ricercatori hanno constatato che, superati i cent’anni, il guadagno in termini di anni di vita è prima rimasto in fase di stallo e poi declinato.

Una possibilità “infinitesimale” di “dati aberranti”

«Demografi e biologi sostengono che non ci siano ragioni di pensare a un arresto nell’aumento della speranza massima di vita» spiega il dottor Jan Vijg, docente di genetica molecolare e responsabile di questo studio, condotto a partire dalle statistiche sulla mortalità di una quarantina di Paesi. «Ma i nostri dati suggeriscono in modo piuttosto deciso che questo limite è già stato raggiunto negli anni ‘90».

«Se non esistessero limiti biologici, la fascia di popolazione che conosce una speranza di vita maggiore avrebbe dovuto aumentare» precisa Jay Olshansky, docente di salute pubblica presso la University of Illinois, Chicago, in un articolo pubblicato su Nature. Invece il modello dello studio stabilisce che la probabilità di superare i 125 anni è inferiore a uno su diecimila.

Secondo lo studio, insomma, Jeanne Calment sarebbe quello che in statistica si chiama “dato aberrante”, ovvero un’eccezione che conferma la regola. L’indonesiano Sodimedjo può iscriversi nella stessa categoria e dare nuova linfa alle “aberrazioni”? Intervistato dal Guardian sulle probabilità di morire a 146 anni, il dottor Jan Vijg le ha definite “infinitesimali”.

«Se qualcuno vi dicesse di aver visto un UFO, sareste scettici. È la mia stessa reazione di fronte a questa storia. Secondo me, in base a quello che sappiamo, non è possibile. Ma se mi chiedete se è completamente impossibile, non ho una risposta da darvi.»

Rivoluzioni mediche in gestazione

Ma se questa possibilità attualmente è poco credibile, potrà mai esserlo? Parte della comunità scientifica non ritiene che sia necessario archiviare la questione del massimo fisiologico. L’aumento della speranza di vita, finora, «non ha avuto niente a che vedere con una modifica del ritmo di invecchiamento» scrive Jay Olshansky, che l’attribuisce invece al miglioramento dei sistemi sanitari. «Senza rivoluzioni mediche, la speranza di vita non può continuare a crescere in maniera significativa» aggiunge.

Ma la scienza dell’invecchiamento, per quanto ampiamente affrontata, è ancora ai suoi primi vagiti, e le “rivoluzioni mediche” in termini di terapie genetiche sono ancora in gestazione. «Se è concepibile pensare che i progressi terapeutici allunghino la longevità umana oltre i limiti già calcolati, tale distacco richiederebbe di superare le variazioni genetiche che sembrano determinare la durata della vita nel loro complesso» sottolinea Jan Vijg.


«Peut-on vraiment vivre jusqu’à 146 ans?», Le Monde, 3 maggio 2017

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