L’annosa questione dei lacci delle scarpe

La teoria delle stringhe – ovvero la nodosa teoria dei lacci delle scarpe

Un nuovo studio spiega perché le stringhe continuano a slacciarsi – ma non dice perché siamo rimasti ancorati a trucchetti ormai centenari per allacciare le scarpe da ginnastica.
Di Gavin Haynes

«È imprevedibile» dice Oliver O’Reilly, docente di ingegneria meccanica presso la University of California, Berkeley. «Ma quando succede, lo fa in due o tre falcate ed è una catastrofe. Non c’è modo di ovviare al problema».

Ebbene sì, l’incredibile capacità delle scarpe di slacciarsi spontaneamente è spietata, casuale e irrecuperabile – come O’Reilly ha dimostrato nel suo nuovo studio. Un’équipe della Berkeley ha usato una gamba meccanica e un uomo che corre sul tapis roulant per spiegare in che punto la scarpa si slaccia. Hanno scoperto che né sbattere la gamba su e giù, né agitarla in avanti faceva slacciare la scarpa – era piuttosto una combinazione delle due. Sbattere i piedi rilassa il nodo. La loro oscillazione invece si comporta come una coppia di mani invisibili che separano le estremità dei lacci. Da quel punto in poi, il cataclisma è a portata di mano.

La ricerca di O’Reilly sarebbe ridondante se vivessimo nel mondo che Ritorno al Futuro II ci ha promesso – con le famose scarpe autoallaccianti. Purtroppo l’umanità non ha mai dimostrato la sua incapacità di progredire quanto nel mercato per gli strumenti con cui allacciare le scarpe. Anche il velcro, che sembrava aver vinto la guerra delle scarpe negli anni ’80, oggi sembra quasi scomparso. E noi continuiamo ad affidarci a strumenti tecnologici attempati per allacciare scarpe da tennis dai profili 3D.

Ma ancora peggio, ci hanno insegnato un metodo per allacciare le scarpe che rende ancora più probabile che si slaccino: il nodo classico, un incubo della tecnologia calzaturiera. Eppure si sa da decenni che ci sono alternative migliori. Nel 2005, il primo TED Talk di tre minuti era su una tecnica di questo tipo. Terry Moore della Radius Foundation suggeriva un’inversione di tendenza rispetto al nodo classico. Si comincia come al solito ma quando si arriva ad avere il fiocco nella mano sinistra, si deve passare l’altra stringa sotto al fiocco (invece che sopra). Il nodo che ne risulta è molto più allineato alla scarpa e, da un punto di vista meccanico, questo significa che si allenterà con minore frequenza.

Lo studio di O’Reilly ha esaminato questa alternativa rispetto al nodo standard, e ha scoperto che è cinque volte più efficace. L’unico inconveniente è che è leggermente più difficile da insegnare ai bambini. Per chi non riesce a capire questa complicata mossa speciale, internet raccomanda il cosiddetto “nodo sicuro di Ian”, dal nome del guru delle stringhe che l’ha reso celebre. Qui, dopo aver incrociato i lacci alla base, si fanno due fiocchi, li si incrocia e poi li si infila nello spazio ottenuto dall’incrocio.

Sul sito “Ian’s Shoelace Site”, il neozelandese Ian Fieggen suggerisce una vasta gamma di nodi. Il “nodo sicuro” è quello con il maggior numero di voti degli utenti. I test da lui stesso condotti indicano che è due volte più resistente di un nodo standard. «A prescindere dal nodo usato» suggerisce «concludete stringendo per bene il nodo. Continuate spingendo le estremità al centro del nodo per renderlo compatto e sicuro».

Fieggen si lamenta della cultura odierna, in cui siamo sempre più assuefatti alle stringhe che si slacciano. Sottolinea che tanto più sono arrotondati e plastici i lacci, quanto più è probabile che si sciolgano. Suggerisce di sostituire i lacci troppo arrotondati con stringhe tradizionali realizzate in materiali più morbidi. Raccomanda anche di cospargerle di cera d’api o gomma cemento.

Il messaggio principale, però, non è la gomma cemento – ma la nostra umiltà di fronte alla vastità dello scibile umano. La prossima volta che il cervellone di turno inizia a blaterare sui derivati di credito, ricordatevi che forse non sa nemmeno come si allacciano le scarpe.


Gavin Haynes «String theory – the knotty science of shoelaces», The Guardian, 12 aprile 2017

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