L’autismo può fare business

Ancora poco conosciuto dalle aziende, l’autismo può essere un asso nella manica in alcuni mestieri

In Francia, la situazione occupazionale dei soggetti affetti da autismo è deplorevole. Eppure molti avrebbero le competenze necessarie per farsi valere nel mondo del lavoro.
Di Aurélie Franc

«Ho passato tre anni senza lavorare. Anche solo accedere a un colloquio è molto difficile» racconta Alexandre Klein, attivista nella comunità degli autistici di cui fa parte lui stesso. Oggi il 27enne ha un lavoro (in alternanza) ma ha dovuto spostarsi a 400 km da casa per trovare un’impresa pronta ad accoglierlo.

Difficile sapere quante persone si trovino nelle stesse condizioni di Alexandre Klein, perché non esistono dati numerici sulla situazione lavorativa dei soggetti affetti da autismo in Francia. È proprio questo, invece, l’obiettivo di un rapporto recentemente trasmesso da Josef Schovanec, scrittore e filosofo autistico, al Segretario di Stato e incentrato sul tema della disabilità e della lotta all’esclusione, in cui si sottolinea che per queste persone l’inserimento lavorativo «è ai suoi primi balbettii».

Per quanto concerne il tasso di occupazione delle persone con questo handicap, solamente le statistiche anglosassoni del NAS (National Autistic Society) permettono di avanzare alcune stime. Nel Regno Unito, il 16% degli affetti da autismo in età adulta lavora. Quasi tre quarti degli autistici che non hanno un lavoro vorrebbero trovarne uno.

Il rigore in tutti i sensi

Eppure l’autismo, se non è accompagnato da un ritardo mentale o se questo è leggero, è compatibile con il mondo del lavoro. I disturbi dello spettro autistico, estremamente eterogenei, coinvolgono in primis le percezioni sensoriali e provocano difficoltà di comunicazione e di interazione sociale.

E invece chi è affetto da autismo può portare le proprie competenze nel mondo del lavoro. «Quando cominciamo qualcosa abbiamo il bisogno di farla bene, non sopportiamo il fallimento. Possiamo passare anche diverse ore concentrati su un incarico» spiega Alexandre Klein. «Siamo produttivi perché sviluppiamo una vera e propria coscienza professionale, e non siamo interessati a convenzioni sociali come pause caffè o sigaretta».

«La loro competenza principale è il rigore, in tutti i sensi: a volte per la loro assiduità, visto che non sono mai assenti o in ritardo, a volte nel lavoro stesso, dove sono estremamente precisi» conferma Olivier Gousseau, direttore di un’azienda convenzionata con l’Associazione per adulti e giovani portatori di handicap (Apajh).

Una visione distorta dell’autismo

La smisurata capacità di concentrazione, la cura per i dettagli e una grande memoria sono qualità riconosciute delle persone con disturbi dello spettro autistico. Proprio come le facoltà sensoriali, che sono più pronunciate.

«Le strutture alberghiere e la gastronomia sono settori particolarmente adatti a chi è affetto da autismo» sottolinea Olivia Cattan, presidentessa dell’associazione SOS Autisme France. «La nostra associazione è andata a visitare chef e scuole di cucina per spiegare che le persone affette da autismo hanno competenze importanti da apportare in quel settore».

Le associazioni si mobilitano quindi per fare pedagogia. «C’è una visione distorta dell’autismo e di chi ne soffre» spiega Olivia Cattan. «Alcune aziende ci dicono che hanno una quota di disabilità ma preferiscono assumere qualcuno in sedia a rotelle perché è più semplice. Il nostro lavoro è dimostrare che queste persone sono un asso nella manica per l’azienda e accompagnarli verso l’integrazione.»

Semplici accorgimenti per le aziende

L’ipersensibilità delle persone con autismo necessita comunque di qualche accorgimento nelle aziende. «Alla mia prima alternanza non ho detto di essere autistico perché non volevo pormi dei freni supplementari» racconta Alexandre Klein. «Ma erano condizioni di lavoro spossanti per me perché lavoravo in un open space con nove persone e un telefono a testa. Erano troppi stimoli per me…»

Ma questi accorgimenti sono semplici da prendere, ribadisce Olivia Cattan: «Chi è affetto da autismo ha bisogno di stare solo, di tanto in tanto. Deve avere un angolo per isolarsi qualche minuto e riposarsi. Il resto dello staff deve esserne messo a conoscenza, per evitare che i colleghi disturbino il dipendente autistico o insistano perché vada a fare una pausa assieme a loro. Per garantire l’integrazione, i colleghi vanno sensibilizzati».

Da quell’esperienza, Alexandre Klein avvisa sempre i futuri datori di lavoro del suo autismo. «Rende le cose più complicate per la ricerca di lavoro, ma quando un’azienda mi assume, lo fa per le mie qualità quanto per i miei difetti».


Aurélie Franc, «Mal connu des entreprises, l’autisme peut être un atout dans certains métiers», Le Figaro, 31 marzo 2017

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