La guerra per il tempo è finita.

L’ora legale, alias l’oppressione dei fusi orari standard

Come i pianificatori del calendario hanno assunto il controllo sulle nostre vite.
Di Ryan Hagen

L’ora legale, che entrerà in vigore questo weekend [negli USA, il 12 marzo, N.d.T.] sembra qualcosa di innocuo: una scocciatura irrilevante, il residuo di un’era passata, un ostacolo imposto dai tecnocrati. E in effetti è tutte queste cose insieme. Questa misura è stata introdotta per risolvere il problema creato dal passaggio dall’ora solare a quella standard: mentre i giorni si accorciavano in inverno, le attività più produttive erano limitate a ore notturne in un’epoca in cui la luce artificiale costava molto più di oggi. Il presidente Woodrow Wilson ha introdotto gli Stati Uniti all’ora legale nel 1918, giustificandola come un risparmio in tempo di guerra; nel secolo successivo l’ora legale è stata contestata, rovesciata, reintrodotta e modificata, per raggiungere la forma attuale con l’Energy Policy Act del 2005. E nonostante tutti questi sforzi, nessuno ha saputo dimostrare senza ombra di dubbio che l’adeguamento dell’ora alla luce del sole permette di risparmiare energia (anzi, potrebbe essere vero il contrario).

Anche se si dimostrasse inefficace come politica razionale, l’ora legale ha un innegabile valore sociale: il nostro aggiustamento dell’orologio due volte l’anno è uno scivolamento della maschera, un intoppo che ci ricorda che il tempo come indicato dall’orologio è qualcosa di artificiale e arbitrario.

L’ora standard è estremamente utile. Non è esagerato dire che il mondo moderno dipende da essa: un tempo le navi ne avevano bisogno per navigare e oggi il sistema GPS che guida auto, aerei e macchinari agricoli si basa sull’ora standard per calcolare la posizione. Se pensate che organizzare una conferenza tra Washington e Londra sia difficile per tutti i diversi fusi orari, immaginate se l’ora locale variasse di qualche minuto solo tra Washington e Pittsburgh, qualche grado di longitudine a ovest. In una società che dipende da filiere precise al minuto e da un commercio automatizzato che lavora in termini di microsecondi, un’ora calibrata con precisione è importante quanto l’elettricità.

Ma l’ora standard può essere – e lo è stata – usata contro di noi. Se hai un ricavo dall’ora effettiva è tutto merito della tua sicurezza economica: quasi 90 anni dopo che John Maynard Keynes aveva predetto un futuro con settimane lavorative di 15 ore e vite dedicate al piacere, siamo incredibilmente a corto di tempo. La sociologa Judy Wajcman, nel libro Pressed for time [A corto di tempo, N.d.T.], chiama questo fenomeno “paradosso tempo-pressione”: il tempo standardizzato – di cui l’ora legale è solo un’arcaica increspatura – contribuisce a un mondo di innovazioni che facilitano il lavoro manuale. Ma il tempo che producono è immediatamente riempito dalla richiesta di maggiore lavoro. […]

I primissimi calendari erano legati al movimento di sole, luna e pianeti. La loro eredità più duratura è il nome dei giorni della settimana, in cui sono codificati i nomi del sole, della luna e di cinque pianeti visibili agli antichi astronomi babilonesi. Da allora, la storia del tempo sociale ha visto un graduale allontanamento da questi punti di riferimento naturali. Prima la settimana di sette giorni si è sganciata dal ciclo lunare diventando, come sostiene il sociologo Eviatar Zerubavel, la prima «attività umana completamente dimentica della natura e affidata solo alla regolarità matematica». Come tale, scrive, la settimana «dovrebbe essere considerata uno dei principali passi avanti nella storia della civiltà umana.» Con la rivoluzione industriale, l’ora legale ha separato la giornata lavorativa dall’ora solare stabilendo orari di lavoro diversi – massima espressione di questa pratica è il lavoro in orario 9-17. Nel XXI secolo, il lavoro si è liberato anche da questi vincoli, organizzandosi invece attorno a quello che lo studioso di media Robert Hassan chiama “ora della rete”. Secondo questa nuova organizzazione, ci si aspetta che un lavoro sia svolto ogni qualvolta sia necessario, non importa quale sia l’ora locale.

Se il tempo può essere usato per controllare la nostra attenzione e mettere ordine nelle nostre vite, allora la capacità di impostarlo e di decidere come farlo usare è una fonte di enorme potere. Quando gli orologi sono diventati parte integrante delle industrie britanniche del XIX secolo, gli operai si lamentavano che i loro capi portavano gli orologi avanti la mattina e indietro la sera, per spremere ancora più lavoro dalla giornata. I lavoratori, fa notare lo storico E. P. Thompson, avevano paura di portarsi i propri orologi da casa, perché «non di rado» i direttori licenziavano chi «presupponesse di sapere troppo sulla scienza dell’orologeria».

Nel 1880, la Gran Bretagna ha adottato il tempo medio di Greenwich come ora standard legale. Quattro anni dopo, una conferenza internazionale nominava il GMT il primo meridiano globale, sulla base del quale sarebbero stati fissati tutti gli altri orari. L’osservatorio reale di Greenwich era diventato uno strumento chiave dell’amministrazione imperiale: l’ora del giorno di un qualsiasi luogo sarebbe stata dettata dai tecnocrati di Londra invece che dalla posizione del sole, come era stato per migliaia di anni. In questo modo tragitti postali, viaggi in treno, giornate lavorative, mercati e riunioni potevano essere coordinati. Ma molti trovavano l’idea alienante. Nel 1894, Martial Bourdin, un anarchico francese 26enne, è morto a Londra dopo che una bomba artigianale che aveva realizzato lui stesso gli è esplosa tra le mani. La polizia ha ipotizzato che il suo obiettivo fosse l’osservatorio di Greenwich. Sarebbe stato, nel linguaggio del moderno antiterrorismo, un bersaglio altamente simbolico per un anarchico.

Negli Stati Uniti, l’adozione dell’ora standard è stata incoraggiata dal movimento progressista come progetto civile, ma anche dai titani delle ferrovie per i quali coordinare l’attività economica su grandi distanze era un enorme vantaggio. L’ora standard ha incontrato l’opposizione della bassa manovalanza, preoccupata «che il tempo di riposo sarebbe stato ridotto» riferisce il Detroit Free Press. […]

Con una mossa che completerebbe la scissione del tempo sociale dai ritmi naturali, l’economista Steve Hanke e il fisico Dick Henry ritengono che dovremmo abolire i fusi orari, a favore di un orario globale. Mezzogiorno a Londra sarebbe mezzogiorno a Pechino, a prescindere che sia notte o giorno. Questo semplificherebbe il commercio globale. Ma gli interessi che tutelerebbe sarebbero soprattutto quelli delle persone che, per vantaggio o per necessità, svolgono lavori su grandi distanze, a prescindere dal proprio contesto temporale locale.

Il sociologo Georg Simmel ha scritto che il principale problema della vita moderna è preservare la propria individualità e indipendenza contro la pressione schiacciante della società – la lotta di ciascuno per evitare di «essere livellato e inghiottito dal meccanismo socio-tecnologico». L’ora standard, con tutti i dispositivi e le persone che la rendono possibile e che vi si affidano, è parte integrante di questo meccanismo.

Abbiamo fatto molta strada da Bourdin e dall’osservatorio reale. La guerra per il tempo è finita. Gli anarchici e i localisti hanno perso. È significativo che di questi giorni la nostra principale lamentela sull’ora legale è che manda a monte l’ora standard, quando l’ora standard è il motivo stesso per cui ci sentiamo così sotto pressione. Lamentarsi dell’orologio che fa balzi avanti o indietro […] permette di non affrontare il vero problema – il timore che stiamo perdendo le nostre vite in uno specchio nero. O nel ticchettio di un orologio.


Ryan Hagen, «Daylight saving time is just one way standardized time zones oppress you», The Washington Post, 10 marzo 2017

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