Io sono di un’altra stoffa

Io sono di un’altra stoffa

Vi spiego perché il giorno della festa della donna non lavoro a maglia e non partecipo alla Women’s March.
Di Birgit Schmid

La prossima settimana si festeggerà la giornata internazionale della donna, e ovunque in Svizzera si fa appello alle donne perché vadano a Berlino e con un “sit-in di lavoro a maglia” davanti al Palazzo Federale lancino un messaggio contro il sessismo e in favore di una vita migliore. La settimana successiva si svolgerà poi la Women’s March a Zurigo, sul modello della Women’s March di Washington, quando il 21 gennaio, il giorno successivo all’inaugurazione di Donald Trump, mezzo milione di donne e uomini si sono raccolti in segno di protesta.

Io non parteciperò al lavoro a maglia dell’8 marzo né alla manifestazione del 18 marzo. Perché? Quali sono le mie ragioni?

In primo luogo non capisco perché ci sia voluto un uomo alla Casa Bianca perché la protesta femminile si sia fatta sentire più forte. C’è voluta questa antitesi a un uomo moderno ed emancipato dall’altra parte dell’Atlantico per renderci conto di quello che ancora non funziona. Nella non-persona Trump si è incanalata la rabbia di tutte le donne contro il crudele Maschio. Per me questa occasione è qualcosa di distante.

Ovviamente le donne si sono mobilitate anche in passato. L’ultima volta [in Svizzera, N.d.T.] con il voto ostacolato di Christiane Brunner a prima consigliera federale socialista. Era il 1993, la ragione per la furia delle donne concreta: ciascuna considerava questo evento politico in termini personali, perché era coinvolta nel suo essere donna. Le richieste che oggi ci dovrebbero portare in strada sembrano alquanto deboli. Si vuole manifestare contro la violenza sulle donne e per stipendi equi, per un numero maggiore di leader donne e contro la svalutazione del lavoro di cura. Poche partecipanti soffrono di abusi del genere.

Perché non si incontrano cassiere e operaie in questi eventi? E la bambinaia polacca marcerà tra la folla assieme ai bambini di cui si occupa mentre la madre fa carriera? Forse ha dei figli lei stessa, in patria.

Anche io sono rimasta colpita dalla folla di Washington e da come si sia sollevata con il messaggio “We can’t keep quiet”. Ma poi al microfono tutte hanno esibito le loro personali storie di stupri e abusi, sostenute dalla compassione della folla, unite nello sdegno. È stato troppo. Come sempre c’è qualcosa di poco rassicurante quando tutti si muovono in una sola direzione. Quando i genitori danno ai loro bambini piccoli un cartellone in mano su cui sono espresse le paure per il futuro, anche se i bambini non hanno ancora nessuna idea del futuro.

Sarà l’autocompiacimento dei privilegiati, un messaggio antipolitico il mio, ma oltre a un’azione catartica questo corteo non avrà altri effetti per gli interessati; è solo una chiacchierata in rosa. Ha poca sostanza e costa poco. Una protesta economica per sentirsi meglio.

E questo ci porta al “pussy hat”, berretto rosa con orecchie da gatto, diventato un simbolo alla moda del discorso femminista. Un berretto da fare a maglia nella festa della donna e da indossare nella Women’s March. Ma chi a marzo, con il sole primaverile, si metterebbe un berretto di lana?

Infine, la ragione più importante per cui queste manifestazioni non mi vedono partecipe è che le donne dovrebbero protestare proprio con i ferri da maglia – tornando a un’attività tipicamente femminile di cui ci si è privati qualche decennio fa – con una totale mancanza di talento e come espressione di autodeterminazione ed emancipazione. Ma i punti di maglia cadono sempre, la lana infeltrisce, e questa cappa rosa non è mai pronta.

Io sono di un’altra stoffa.


Birgit Schmid, «Ich bin anders gestrickt», Neue Zürcher Zeitung, 3 marzo 2017

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