La gratificazione della morte

Accettare la morte per arricchire la vita

Di Daisy Dumas

Questo fine settimana a Sydney si è tenuto il Festival of Death and Dying, festival della morte e dei morenti, un evento che rinuncia alle tinte fosche e si concentra sulla celebrazione del morto e della vita – in poche parole, yoga e workshop prendono il posto di completi a tre pezzi e garofani.

A gestire la manifestazione, un gruppo di “esperti della morte” che aiutano a trasformare il nostro approccio alla fine della vita e all’ampia, per quanto nascosta, industria della morte.

In questa occasione, ho intervistato la co-curatrice del festival, Victoria Spence, in merito alla sua insolita quanto creativa posizione sulla mortalità: lei mi ha spiegato come, con un pizzico di preparazione, accogliere la morte può arricchire la vita.

Con la maggior parte dei biglietti per l’evento acquistati da donne, e visto il numero elevatissimo di oratrici, mi sono chiesta: cos’è della morte che attira tanto il mondo femminile?

  • Come per la nascita, prendersi cura di morti e morenti è storicamente un compito riservato alle donne. Da sempre, le donne si sono prese cura dei morenti, hanno allacciato con loro relazioni strette e sostenuto le comunità in lutto. «Occorre sintonizzarsi emotivamente, [ed essere femmina] si presta molto bene a intraprendere assieme a qualcun altro questo viaggio spesso caotico, scioccante e intenso di agonia, morte e ciò che ne consegue» dice Spence, che fornisce servizi olistici di assistenza alla morte in veste di officiante e consigliere. Tradizionalmente, gli uomini hanno occupato ruoli di secondo piano – becchini, costruttori o portatori di bare. Questa divisione del lavoro caratterizza ancora oggi l’industria funeraria mainstream, un settore utilitaristico e societario.
  • Moriamo in maniera più consapevole. Può sembrare un ossimoro, ma ci avviciniamo alla morte con maggior consapevolezza ed energia che mai. La gente mette in discussione i processi invisibili del decesso e vuole avere un quadro completo della situazione. «Le cose cambiano radicalmente e in modo esaltante. Dobbiamo vivere bene. So che sembra un’esagerazione, ma più prestiamo attenzione ai morenti e ai morti, più questo ci responsabilizza come persone, ne sono convinta» dice Spence.
  • Siamo più educati alla morte di un tempo. Secondo Spence, la morte è una parte enorme della vita, e più ne sai, meglio è. «Faccio questo lavoro da 15 anni, e quando ho tentato per la prima volta di rafforzare il ruolo dei funerali laici e ho detto alla gente cosa facevo, quasi 9,5 persone su 10 se ne andavano via. Ora 9,5 persone su 10 iniziano con me delle conversazioni profonde e significative».
  • Si assiste a un più atavico impossessarsi della morte come comunità. Invece di optare per una camera ardente tradizionale e formale, ad esempio, la gente cerca alternative che siano più in contatto con le vite vissute – una festa nel parco preferito del defunto, o la preparazione alla sepoltura svolta dalle famiglie, ad esempio.
  • Le donne rivendicano le morti tra le mura domestiche. Ancora una volta, come per la nascita, sempre più persone scelgono di morire a casa, in un ambiente che hanno plasmato esse stesse. Fa parte di una transizione che viene dall’approfondirsi dei ruoli delle donne nell’industria e che influenza ogni ambito sociale e culturale dei funerali.
  • Pochi sanno che, secondo una legge del Nuovo Galles del Sud, un corpo può essere tenuto in casa cinque giorni dopo la morte se il decesso è avvenuto tra le mura domestiche. È anche perfettamente legale prendere possesso di un corpo e portarlo a casa da un ospedale o da una casa di cura. Può sembrare macabro, ma capire questi diritti ci fa impossessare delle nostre morti e del modo in cui vogliamo essere trattati noi stessi dopo la morte. Il che non è una cosa negativa.
  • Hai paura di morire? Non sei solo. «Se non hai mai avuto una conversazione sulla morte e sul morire, se non hai nemmeno un testamento e la sola parola ti terrorizza, come può questo festival introdurti al tema?» si chiede Spence. «Abbiamo cercato di renderlo il più conviviale, reale e comprensivo possibile e diverse persone hanno portato la propria testimonianza… Se hai paura della morte e non sai come parlarne, allora puoi venire a fare una lezione di yoga e assumere la posizione del cadavere…»
  • La morte può essere gratificante. Ci vuole un paese intero per occuparsi dei morenti e dei morti, dice Spence. «La morte mobilita tutti e permette alla gente di dare il meglio di sé».
  • Ci sono morti a cui sopravviviamo, poi c’è la nostra morte. «Non possiamo pensare alla nostra morte senza avere un certo smarrimento, fa parte della nostra sopravvivenza come specie» dice Spence. Ma è importante capire che quasi tutti sperimentano la morte di una persona amata prima della propria, e questo fa parte della preparazione per la fine della nostra stessa vita.
  • La morte è fisiologica. A costo di ribadire l’ovvio, questo coinvolge chi si trova attorno al morente. «L’impatto della notizia di una morte ci colpisce fisicamente e psicologicamente; accusiamo il colpo» dice Spence. Dobbiamo espirare, continuare a respirare, tutto nel corpo accelera ma non significa che si debba procedere in fretta. Possiamo prenderci del tempo. Fare le cose con calma.
  • Quello di cui abbiamo davvero paura è come moriremo e il processo della morte. Ma, davvero, dovremmo concentrarci sulla vita, dice Spence. Molto della morte e del suo principio – come nel caso di una malattia terminale – è coperto dallo shock. Ma, in fin dei conti, dovremmo concentrarci sulla necessità di vivere, di provare a curarci e di continuare a vivere.

Daisy Dumas, «How embracing death can make our lives richer», The Age, 19 novembre 2016

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