Studenti 2.0

Com’è la nuova generazione di studenti?

Di Jean-Claude Lewandowski

Dimentichiamo l’immagine tradizionale dello studente. Cosa è cambiato? Tutto. O quasi. A cominciare dal modo stesso di affrontare gli studi. Non è più un semplice accontentarsi di “seguire” in modo più o meno passivo i corsi. Senza sosta, a partire dal primo anno, occorre prendere delle decisioni e fare delle scelte – di stage, di facoltà, di specializzazione, di soggiorni all’estero… Alcune scuole di management, come la Grenoble Ecole of Management, stanno per mettere in atto una “pedagogia differenziata” adattata alle aspettative e alle attitudini di ogni iscritto. Le lezioni sono “su misura” e i percorsi individualizzati. Lo studente diventa attore e anche stratega. Perché scegliere implica informarsi, riflettere su un progetto e, se possibile, conoscersi bene. In altre parole, essere – informato, curioso, proattivo.

Discussioni e scambi

Secondo grande cambiamento: la pedagogia. Addio dispense fotocopiate di una volta. I corsi magistrali? Non sono scomparsi, ma sono in forte declino. Priorità ai lavori diretti o pratici, ai corsi in piccoli gruppi, al lavoro di squadra e con progetti spesso tratti dal mondo professionale, alle “classi capovolte”, all’interattività, agli studi del caso… «La maggior parte dei nostri corsi si svolgono in gruppi di 30 o 40 persone, a volte meno» spiega Anaëlle Bensaïd, al secondo anno della European Business School di Parigi, una scuola di management post diploma. «E quando il soggetto si presta, prendono forma di discussioni e scambi con altri studenti e professori». In alcune scuole di ingegneria, un grande progetto pluridisciplinare occupa buona parte del primo anno. La rivoluzione pedagogica è già cominciata.

In questo contesto, il digitale gioca un ruolo di primo piano. Ovunque, gli studenti hanno accesso a corsi in linea, ma anche a risorse pedagogiche online (documenti, esercizi, valutazioni, quiz, ecc) e a biblioteche virtuali. Spesso possono contattare al bisogno i loro professori con messaggi o mail. Le tecnologie dell’informazione permettono inoltre di iscriversi a una piattaforma, di essere informati in tempo reale di un cambio di sala, di scambiare idee con i compagni. Lo studente è sempre più connesso – all’istituto, ai professori, ai compagni di studio – anche quando soggiorna all’estero. Si viene a creare un legame più forte con l’istituzione. «Da questo punto di vista, contrariamente a quanto si pensa, le università tradizionali non sono in ritardo» afferma Joël Zaffran, docente e ricercatore di sociologia all’università di Bordeaux. «Computer, profili su social network o messaggi fanno parte del nostro quotidiano.»

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Lo studente del 2016 non è solo impegnato da corsi ed esami. È anche assorbito dalla vita associata, che occupa una parte crescente del suo tempo. E che in alcuni casi è addirittura integrata nella scolarità. Così, nell’Ecole des Mines d’Alès (EMA), nel Gard, gli studenti devono convalidare un “progetto di sviluppo personale”, utile per la scuola o per la società. «Fa parte del nostro percorso di apprendimento, al di là delle scienze dell’ingegneria in senso stretto» osserva Camille Barneaud, presidente del consiglio studentesco dell’EMA. Inoltre, gli iscritti alla scuola organizzano ogni anno un festival musicale che accoglie 8000 spettatori.

Prendere in mano il proprio futuro

Numerosi studenti sono ormai creatori di un progetto, spesso già a partire dal primo anno: fondazione di una start-up, attività associative, azioni umanitarie… «Alcuni scelgono la scuola per creare la propria società» dichiara Stéphan Bourcieu, direttore generale della Ecole supérieure de commerce Dijon-Bourgogne. «Vogliono prendere in mano il loro futuro e si dicono che il modo migliore per arrivarci è di essere il capo di se stessi. Abbiamo alunni che lavorano alla loro stesse raccolte fondi. Alcuni sono anche pronti ad abbandonare gli studi per avviare la propria società».

In generale, lo studente di oggi si mostra sempre più aperto verso la società e il mondo intero. Diversi fattori contribuiscono a questa accresciuta maturità: l’internazionalizzazione dei curriculum, i tirocini in aziende, ma anche l’interesse in aumento per le questioni ambientali o la responsabilità sociale. Senza dimenticare il problema, molto presente, di trovare un lavoro alla fine del percorso di studi. Finanziare gli studi è poi una preoccupazione diffusa – in particolare per chi si iscrive alle scuole più rinomate. «Quasi la metà dei nostri alunni ha un’attività salariata, per una manciata di ore a settimana o più» constata Stéphan Bourcieu. «Questo contribuisce a responsabilizzarli».

Dal canto loro, le istituzioni si sforzano di migliorare la qualità di vita degli studenti. Le grandi scuole, al riguardo, dispongono di un certo vantaggio, ma anche le università tradizionali si stanno mobilitando. «Mettiamo l’accento sulla vita del campus» sottolinea Clotilde Marseault, responsabile della qualità di vita studentesca intervenuta alla conferenza dei rettori. «La maggior parte delle università dispone di un servizio consacrato all’animazione culturale, servizio molto spesso performante. E lavoriamo sempre più con le collettività locali». Gaëlle Bailly-Franc, responsabile della qualità di vita studentesca nell’università Pierre-et-Marie-Curie di Parigi, mette in primo piano l’obiettivo di «accompagnare gli studenti affinché si sentano bene nel campus». Particolare attenzione è data all’accoglienza delle matricole: come avviene nelle scuole di istruzione inferiore, anche molte università organizzano giornate d’integrazione con gli studenti degli anni precedenti. «Oggi gli studi sono solo una parte della vita degli studenti» riassume Pierre-Yves Steunou, direttore di studi statistici all’Università Lione-II. «Ci sono molte altre attività che li impegnano: lavorare, partecipare alla vita associativa, uscire, fare sport… In fondo, sono adulti come gli altri.»


Jean-Claude Lewandowski, «A quoi ressemble la nouvelle génération d’étudiants ?», Le Monde, 7 settembre 2016

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