L’erba del vicino è sempre più blu

Blu oggi, e blu domani

Pensavo che le nostre risorse fossero limitate. Poi sono andato a raccogliere un mirtillo selvatico. E ancora uno. E un altro. E un altro ancora.
Di Bernhard Pötter

Occorre solo una mezzora abbondante prima di riempire il cestello. Anche se mondiamo il bottino di tutte le foglie, i mirtilli rossi ancora acerbi e gli sventurati insetti catturati, restano comunque cinque chili di mirtilli. Con dei pettini appositamente costruiti, io e mia figlia alla fine di una giornata di escursioni piuttosto lunga ci siamo ritrovati con una raccolta considerevole. Il sole della sera riscalda la schiena dolorante e le ginocchia che scricchiolano, ma l’erba del vicino è sempre più blu: «Non riesci a smettere nemmeno quando hai il cestello pieno» dice mia figlia, precipitandosi sul prossimo cespuglio.

Quando trasciniamo il bottino fino alla macchina, tutti orgogliosi, mi chiede: «Chi è stato a piantare questi cespugli?». Nessuno, le rispondo io. Crescono da soli. E guardo la terra ondulata che con i suoi cespugli di mirtilli e con le sue cupe pinete raggiunge l’orizzonte. Fantastiliardi di mirtilli maturi. E mi ritrovo a pensare qualcosa di sacrilego: altro che scarsità di risorse naturali!

Proprio in questo piccolo editoriale non ci stanchiamo mai di denunciare un eccessivo e pericoloso sfruttamento della natura. E proprio poco tempo fa ha avuto luogo l’”Earth Overshoot Day”, in cui noi famelici esseri umani abbiamo esaurito le materie prime rinnovabili, quali legna, pesci e acque dolci, di tutto l’anno. Tutto chiaro, tutto orribile, ma tutto surreale sulla strada provinciale 180 dietro a Lygna, dove i mirtilli ci chiamano: «Siamo troppi! Non ci prenderete mai!» Anche se tutti i norvegesi e gli svedesi trascorressero l’estate nei boschi per raccogliere gli ingredienti necessari a realizzare torte, conserve, succhi, zuppe, muesli e dessert a base di mirtilli, ce ne sarebbero ancora, e in abbondanza!

Per noi cittadini e agricoltori l’idea è assurda. Nella nostra mente – e non abbiamo poi così torto – i prodotti naturali sono limitati, e si raccoglie solo quanto si semina. Ma la natura se ne frega. Si crogiola nell’abbondanza. Ed è generosa, anche: perfino gli escursionisti come noi possono, per il “diritto di pubblico accesso”, raccogliere e campeggiare come meglio credono.

Mi sento come i primi coloni arrivati nell’America del nord.

Quando vedo le distese sconfinate di mirtilli dell’Oppland norvegese, mi sento come i primi coloni arrivati nell’America del nord. Anche loro sono rimasti a bocca aperta nel vedere davanti ai loro occhi decine di migliaia di bisonti occupare le praterie, o merluzzi talmente abbondanti al largo di Terranova da poterli tirar fuori dall’acqua con il badile. Da oggi, chiamatemi Leutnant Blueberry!

È comprensibile che a fronte di una simile abbondanza si faccia largo l’impressione che la natura sia inesauribile. Che ci si possa servire senza limitazioni. Le mandrie di bisonti, i banchi di merluzzi, le foreste sconfinate dell’Europa e dell’America del nord, e molto altro ancora, hanno contribuito a rafforzare questa idea. Oggi combattiamo ancora con questa visione della natura quale Paese della Cuccagna. È chiaro il vangelo del giardino dell’Eden, quando si percepiva l’ambiente come una cornucopia cui attingere sempre, a prescindere che si tratti di legname, pesce, carbone o anche di posto per i rifiuti.

Il giorno successivo alla mia escursione, il museo Hadeland Folksmuseum mi riporta sul terreno dei fatti. In mostra, oltre alla sua esaustiva collezione di aratri norvegesi, c’è una collezione fotografica sul tema “Antropocene”, vale a dire l’idea che l’uomo cambi il mondo così radicalmente da agire come una forza geologica con una sua propria era storica. La realtà della statistica mi ha catturato. Restano solo due miliardi di mirtilli dietro a Lygna che oppongono resistenza.


Bernhard Pötter, «Heute blau und morgen blau», Tageszeitung, 18 agosto 2016

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