Dolly non è più sola

Dolly non è più da sola ormai da tempo

Vent’anni fa si clonava per la prima volta un mammifero adulto. Oggi le aziende si sono impadronite della tecnica a scopi commerciali e nel mondo ci sono centinaia di animali d’allevamento e di compagnia clonati.
Di Stephanie Kusma

Quest’estate avrebbe compiuto vent’anni: Dolly, pecora e caso scientifico. È stata il primo mammifero clonato con successo al Roslin Institute in Scozia, a partire dalla cellula di un mammifero adulto. Per una volta, questo traguardo si è svolto al riparo dall’opinione pubblica: la nascita dell’agnello clonato è stata infatti tenuta segreta finché i ricercatori coinvolti hanno diffuso la loro pubblicazione scientifica. Solo quando quest’ultima è apparsa sulla rivista britannica Nature, Dolly ha fatto breccia nei media. All’epoca aveva già nove mesi, era una pecora quasi adulta. Ha trascorso la sua vita nella fattoria dell’istituto, dove ha messo al mondo sei agnellini in modo del tutto naturale. A cinque anni la sua inspiegabile artrite è finita sui giornali; e ancora, prima del suo settimo compleanno ha dovuto essere soppressa per un’infezione virale incurabile.

Oggi al Roslin Institute non si clonano più animali da fattoria e la maggior parte dei ricercatori coinvolti nel progetto Dolly lavora per altre istituzioni. Il metodo in sé è rimasto, però, più o meno invariato. Quello che è cambiato è il suo tasso di efficienza, oggi molto maggiore che ai tempi di Dolly. […]

Ora si clona in tutto il mondo, e Dolly non è più sola: sono stati clonati una ventina di mammiferi da cellule sviluppate, dal topolino domestico al ratto, dal cammello al cavallo, dal mulo alla scimmia Rhesus. Perfino un animale ormai estinto, lo stambecco iberico, è stato riportato in vita con il metodo Dolly – ma solo per un battito di ciglia: il cucciolo è poi morto alla nascita. In effetti, le complicanze in gravidanza e negli animali appena nati anche dopo vent’anni di esperienza nel campo della clonazione sono ancora maggiori che per una procreazione in condizioni “standard”. […]

Nel frattempo, la clonazione ha già trovato da tempo una sua strada lontano dalla scienza: oggi si clonano animali domestici e da fattoria a scopi commerciali. […] I motivi dei committenti sono molteplici. Nel progetto “Missiplicity”, avviato nel 1997, ad esempio, è stata la paura per la perdita di una cagnolina di razza ibrida di nome Missy  a spingere una signora americana ad accelerare la clonazione dei cani. La Missy originaria è morta nel 2002. Ma oggi esiste ancora, e in versioni diverse.

Chi però si aspetta di poter riottenere il proprio animale domestico con tutte le sue caratteristiche e peculiarità, uno a uno, avrà una grande delusione. Perché i cloni sono sì simili ai loro “originali” – ma meno di due gemelli omozigoti. Questi, a differenza dei cloni, condividono un utero, crescono insieme e fanno molte esperienze simili. A separare clone e “originale”, invece, ci sono diversi anni e una quantità di svariate esperienze e influenze ambientali. Anche esternamente un clone non è per forza di cose una copia identica del suo “modello”. Spesso nel pelo si determina un tratto distintivo in maniera spontanea durante lo sviluppo. Lo dimostra in modo impressionante il primo gatto clonato con successo: CC (Copy Cat). È bianco tigrato di grigio, il suo “modello” invece è un gatto tartarugato, bianco con macchie arancione scuro. Eppure ci sono ancora padroni che non vogliono accettare la morte di un animale amato – e che sono pronti a strumentalizzare i suoi simili pur di averne una copia – per clonare servono infatti “donatrici” di ovuli e madri surrogate.

Nel caso di un cavallo, a differenza di cani e gatti, il criterio di clonazione di solito non è un rapporto particolarmente stretto con il suo proprietario, quanto una carriera sportiva straordinaria. Il processo è interessante perché con esso si possono “trasformare” nuovamente cavalli castrati in stalloni pronti a riprodursi. Ma il metodo non provoca ammirazione ovunque: l’American Quarter Horse Association (AQHA), l’organizzazione per allevamento di cavalli più grande al mondo, ha imposto in un procedimento legale pluriennale che non si debbano registrare né i cavalli clonati né i loro pargoli nei libri di allevatori. Cosa che non ha impedito ai sostenitori della clonazione di offrire un’intera gamma di “quarter horse” per la clonazione e l’allevamento. Nello sport, però, i cavalli clonati vengono impiegati di rado. Perché le prestazioni dei loro “modelli” si fondano non solo sul loro corredo genetico, ma anche su una combinazione non riproducibile di condizioni ambientali. Un’eccezione sono i pony da polo. In questo sport, nel quale si allevano i cavalli con i metodi più moderni, i cavalli clonati si possono trovare anche in campo.

Nel caso di animali da allevamento, si riproducono in primo luogo quelli (o i loro successori) che portano “rendimenti” speciali – in termini di latte o carne. Ma anche gli allevatori di bovini sono riluttanti, almeno in Europa. La prestazione di latte, ad esempio, aumenta ogni anno in media di più di cento litri, gli animali diventano insomma più produttivi di generazione in generazione. Perché quindi clonare i genitori, quando i figli sono più efficienti? Inoltre, un singolo toro può produrre innumerevoli campioni di seme – perché raddoppiare questa quantità? […]

Moralmente discutibile

Ma anche se il beneficio che ci si può aspettare da un animale da fattoria o da un cavallo clonato è considerato basso da molti esperti, come si può giustificare che la sua creazione metta a repentaglio altri membri della sua specie? Non si può, almeno stando a quanto ha deciso il Parlamento europeo lo scorso autunno vietando la creazione di cloni per animali da fattoria nell’Unione Europea. Per non sostenerla nemmeno indirettamente, inoltre, si vorrebbe anche vietare l’importazione di questi animali, dei loro piccoli o dei prodotti da essi derivati. Dato che non è possibile identificare dal punto di vista genetico i cloni, si richiede per ogni animale da fattoria o cavallo importato un albero genealogico, per vedere se nella sua galleria di antenati figura un clone. Un obiettivo ambizioso, che attende ancora una discussione nel consiglio dei ministri.

Bandire in questo modo la clonazione a scopi commerciali di animali da fattoria vorrebbe dire lanciare un segnale forte. Dal punto di vista morale non sarebbe per niente giustificabile – non solo per gli animali da fattoria, ma anche per gli animali domestici. Solo perché è possibile clonare, non significa che vada fatto. […]


Stephanie Kusma, «Dolly ist längst nicht mehr allein», Neue Zürcher Zeitung, 29 luglio 2016

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