La famiglia sulla pelle

Quando la famiglia ti entra nella pelle…

Nella bella stagione abbiamo visto riemergere i tatuaggi sotto alle magliette. Molti con i nomi delle persone amate. Perché li mettiamo in mostra?
Di Martina Läubli

Ha il nome di una donna sul corpo, ma quella donna se n’è andata. L’attore Johnny Depp non affronta questo dilemma per la prima volta. Dopo la separazione dalla moglie, l’attrice Amber Heard, si è fatto modificare il tatuaggio sulla mano destra. Invece del vezzeggiativo “slim”, che si era fatto iniettare poco dopo il matrimonio con la Heard, c’è l’insulto “scum” [feccia, N.d.T.]. Una scritta per l’eternità, o almeno per la vita, è stata quella che Depp si è fatta riadattare dopo la separazione da Winona Rider. Invece di “Winona Forever”, “Wino Forever”, ovvero “eterno ubriacone”. Due lettere eliminate con il laser, ed ecco che il significato si trasferisce in maniera ironica dalla moglie a Johnny Depp.

I tatuaggi con i nomi delle persone amate godono di una popolarità costante. Eppure sono un rischio. Il sogno romantico dell’amore eterno va troppo spesso in conflitto con una realtà di litigi e separazioni. L’imprevedibilità delle relazioni e la durata delle modifiche corporee creano una contraddizione difficile da risolvere. Sarebbe più sicuro immortalare un familiare, sangue del proprio sangue.

Mostrare chi siamo

«La famiglia ce l’hai sempre» ha detto Rosy Sette. Si è fatta imprimere l’arcangelo Michele sulla spalla, sulle ali le iniziali dei due figli. Ora che è venuta al mondo la sua prima nipotina, Sette vorrebbe immortalare sulla pelle il suo nome. Ma non ha ancora risolto la questione della forma. Farsi tatuare la lettera iniziale del nome? O il nome completo? La parrucchiera spera di avere altri nipoti di cui farsi tatuare il nome.

Anche i figli di Rosy Sette hanno iniziato presto con i tatuaggi. Sulla gamba portano le lettere iniziali di mamma, papà e fratello e la frase “Inseparabili”. Alla madre la gente chiede spesso chi siano questi inseparabili, finché Sette un giorno ha deciso: adesso vi faccio vedere io! E si è messa sotto gli aghi. Dopo la nascita della nipotina, il figlio e la nuora di Sette si sono fatti tatuare il nome della figlia sulla mano destra, assieme a un cuoricino. Ora la famiglia ha l’intero albero genealogico sulla pelle.

Tatuarsi i nomi dei figli è popolare sia tra le donne che tra gli uomini, dice Giada Ilardo, proprietaria dello Giahi Tattoo Studios. «A volte c’è anche un fiorellino o una stellina.» Nello studio di Ilardo a Zurigo vengono tatuate ogni giorno tra le due e le dieci scritte. Spesso sono nomi di bambini, genitori o nonni in corsivo, in calligrafie speciali o in Chicano. Restano per sempre – a meno che non si voglia una costosa rimozione con il laser o, come Johnny Depp, una “copertura”. Ad ogni modo, Giahi Tattoo Studios offre entrambe le soluzioni alternative. Anche questi sono interventi comuni.

«Con un tatuaggio si vuole mostrare chi si è» spiega Ilardo. E con una scritta tatuata si può esprimere in modo chiaro cosa si considera importante. Secondo la propria esperienza, molte persone si tatuano per sentirsi più forti. Si appellano a qualcosa che dia loro forza. Un motto, un verso della Bibbia, la parola “speranza” o addirittura il nome dei parenti, a volte anche una data di nascita o di morte.

La dolorosa e sanguinosa procedura del tatuaggio non la si intraprende per se stessi soltanto. Un tatuaggio deve essere visto, anche in estate; è funzionale alla propria rappresentazione di sé, è un accessorio alla moda e una dichiarazione, al contempo. «I tatuaggi sono strumenti di comunicazione» dice il pedagogo e pubblicista Tobias Lobstädt, che si è laureato con una tesi sul tema della stima di sé dei giovani tatuati. Un nome messo in mostra sul corpo promette una storia. «I tatuaggi documentano le proprie origini» o un singolo momento biografico come la nascita di un figlio. «I tatuaggi sono un’autodeterminazione in merito al proprio corpo, o in altri casi rafforzano l’autostima con l’identificazione a un gruppo» spiega il pedagogo tedesco. Un segno deciso di appartenenza, dunque: quello che sono, ce l’ho sulla pelle.

La famiglia è quel gruppo della nostra vita la cui appartenenza è più difficile da rimuovere, contrariamente ad altri simboli identitari come nazionalità, amicizie, ambiente o religione. La visione del mondo la si può scegliere, ma non dove nascere. Al contempo, la dedizione alla famiglia tatuata diventa una pratica da rispettare, quasi alla moda, grazie a calciatori e attori.

Tatuaggi: forma di nostalgia

Alla ricerca di qualcosa che resti, ci si affida alla famiglia come punto fisso. Che in un postmoderno individualizzato ci sia il bisogno di riferirsi a qualcosa di permanente, lo mostra l’enorme numero e varietà dei tatuaggi. Rendono possibile, in mezzo alla volatilità, anche alla volatilità dei testi e delle immagini digitali, di fissare qualcosa. Le scritte impresse nella pelle sono arrivate nel bel mezzo della società. Con riferimento al valore tradizionale della famiglia l’ultimo pizzico di ribellione è andato perduto.

I tatuaggi occidentali sono sempre stati un’immagine di libertà, dice Lobstädt. Per i marinai del XVIII secolo, era la vita libera nei mari del sud, che creava un contrasto con il duro lavoro a bordo dei velieri. Gli attuali tatuaggi con i nomi dei familiari, per il ricercatore sono “scritte nostalgiche”: nascerebbero infatti sullo sfondo di alti tassi di divorzio e fortunate famiglie patchwork.

Tatuarsi il nome di un familiare mostra unione e intimità, ma i nomi tatuati possono anche documentare relazioni conflittuali. Lobstädt racconta di una ragazza che si fece tatuare il nome del padre sull’avambraccio anche se il suo rapporto con lui era ambivalente e teso. «I tatuaggi simboleggiano spesso l’indicibile.»

Chi ha un nome tatuato indica che la sua identità è legata alla relazione con un’altra persona. Ma non solo. Portare sul proprio corpo qualcun altro segnala, volenti o nolenti, un diritto di proprietà. «L’altro è parte di me» ovvero «L’altro mi appartiene». In modo (quasi) indelebile.


Martina Läubli, «Wenn Familie unter die Haut geht», Neue Zürcher Zeitung, 29 luglio 2016

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