Ai bisognini ci pensa un’app

Prendersi gioco dell’ “uberizzazione” con una finta app per raccogliere i bisognini dei cani

Pooper è una di quelle start-up che conosciamo bene e che propone, a prezzi ridotti, di semplificarci la vita. Design snello ed elegante, videoclip efficace, presentato da un giovane archetipo di imprenditore modaiolo (meno di 30 anni, occhiali e camicia a quadri), il sito internet di Pooper (“poop” significa “cacca” in inglese) ricalca tutti i modelli delle imprese di economia collaborativa, come Airbnb o Uber. Un solo dettaglio dovrebbe mettere la pulce nell’orecchio ai lettori attenti: il logo, un piccolo escremento stilizzato (bianco su sfondo verde) con un sorriso in sottofondo.

Perché Pooper, ovviamente, non esiste. Il progetto ha come obiettivo principale quello di prendersi gioco del modello d’innovazione tecnologica della Silicon Valley, che propone di risolvere problemi inesistenti «a meno che non si sia molto ricchi o molto pigri» come commenta Newsweek. Ma il sito di Pooper, imitando alla perfezione questo universo, è anche una denuncia, peraltro fine, dello scoglio dell’economia collaborativa, che vuole proporre alle due parti in causa un servizio che, se facilita la vita di qualcuno, degrada la vita di un altro.

«Raccogli quanto vuoi, guadagna quanto vuoi»

La pagina dedicata a «Come diventare un raccoglitore» è un capolavoro d’ironia. Vi si possono leggere una serie di slogan che non fanno altro che ripetere i principi fondamentali dell’economia collaborativa, ma applicandoli alla raccolta di escrementi. «Raccogli quanto vuoi, guadagna quanto vuoi»; «Fissa tu le condizioni»; «Raccogliere è facile – ricevi una notifica quando c’è una cacca vicino a te, poi segui semplicemente la mappa per localizzarla».

Per i raccoglitori, Pooper è dunque «non solo un’integrazione di reddito, ma anche un bel modo di rendersi utile alla comunità e al quartiere. Strade e parchi senza sporcizia fanno bene a tutti».

L’ironia del progetto sta nel fatto che stravolge competamente, all’insegna della semplicità e del beneficio reciproco, la violenza sociale che consiste nel delegare questo compito a qualcuno che ha abbastanza bisogno di soldi da accettare di raccogliere escrementi «in surplus», come si vanta il sito, invece che fare altro. E non come attività principale, cosa che implicherebbe salariare il lavoratore e garantirgli i livelli minimi imposti dalla legge sul lavoro.

En passant, occorre far notare che pagare qualcuno per occuparsi degli escrementi del proprio cane è un concetto già esistente: i quartieri di lusso delle città americane sono piene di “dog walkers”, “passeggiatori di cani”, spesso studenti pagati per portar fuori i cani degli abitanti più agiati (e raccoglierne gli escrementi). Ben Becker, co-creatore della beffa con il suo amico Eliot Glass, commenta il progetto su Newsweek: «Non si è più obbligati a fare niente da sé. Si può non guidare, non fare la spesa… Davvero la gente vuole vivere in una società in cui c’è un simile grado di stratificazione e di divisione dei compiti?».

Una cronista americana, Eugenia Williamson, saluta in The Baffler l’inventiva ironica di Pooper: «Ah, se solo Pooper esistesse davvero! Immaginate quei pubblicitari che hanno studiato ad Harvard, appoggiati a un balcone in vetro da qualche parte a Palo Alto, con davanti una lavagna bianca e un sogno. Immaginate la ginnastica mentale che quel gruppo di ultradiplomati dovrà impiegare per indorare la pillola di far raccogliere escrementi di cane a gente così disperata da accettare».

Sbeffeggiare i media

«Un commento geniale della mancanza di dignità dell’economia collaborativa» secondo Eugenia Williamson, Pooper ha nel frattempo sbeffeggiato altri media, qualche investitore e potenziali utenti, secondo Newsweek. I due creatori della bufala hanno confermato di aver avuto «centinaia d’iscrizioni, per essere sia raccoglitori che produttori di escrementi». Si dicono un po’ sconcertati del fatto che in tanti si siano proposti come raccoglitori. I due amici hanno avuto l’idea di questa app satirica lo scorso inverno, mentre riflettevano sullo stato di sviluppo tecnologico che ha creato un mondo «stracolmo di app». Da qui l’idea di «prendere i significanti visivi e il linguaggio di quel mondo, e di popolarlo tramite una funzione assurda. In questo caso, escrementi di cane».

Hanno speso qualche dollaro per crearsi un URL e una casella di posta, poi hanno inviato un comunicato stampa che prometteva «l’ultima app per spingere ai limiti l’economia collaborativa». E i media li hanno seguiti. «Ecco Pooper, l’app per i proprietari di cani più pigri della terra» scrive The Daily Dot. «Non ne potete più di raccogliere gli escrementi dei vostri cani? C’è l’app per voi!» titola Newsday.

Una giornalista del Wall Street Journal ha anche twittato di aver avuto conferma, dopo una lunga intervista con uno dei fondatori, che l’app esisteva davvero.

«Una verità sull’essere umano»

Come ha fatto notare Newsweek, numerosi media si sono impossessati del soggetto pur lasciando trasparire il proprio scetticismo. Il Washington Post, ad esempio, prende la precauzione di dire che Pooper forse è un «commento ironico all’ossessione della gente per i loro cani e all’economia collaborativa». Ma il giornale ha anche condotto un’intervista con Ben Becker, intervista in cui il gioco continua, ovviamente, come si evince dalle risposte del co-fondatore.

Ci sono momenti spassosi, come quando «Ben Becker dichiara che Pooper è quello di cui l’America ha bisogno in questo momento, perché ci sono troppi escrementi di cane sui marciapiedi». E il Washington Post cita senza batter ciglio questa risposta inenarrabile: «Rivela una verità sull’essere umano. Se [gli escrementi di cane] non fossero un problema così importante, non penso avrebbe avuto tanto successo».


«Moquer « l’ubérisation » avec une fausse application de ramassage de crottes», Le Monde, 1 agosto 2016

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