I lupi sono tornati

Uomo o bestia: perché un branco di lupi in bronzo terrorizza Berlino?

Fanno il saluto nazista e puntano le pistole sui pendolari: le statue di lupi di Rainer Opolka offrono alla Germania divisa un monito contro i pericoli del nazionalismo.
Di Morgan Meaker

Un branco di 60 lupi è calato su Washingtonplatz, la piazza in cemento di fronte alla stazione centrale di Berlino. Le statue in bronzo e ferro, alcune alte più di due metri, incombono sui passeggeri che si riversano fuori dalla stazione centrale, i musi deformati in ringhi feroci, le zampe tese nei saluti nazisti.

Anche se sono stati avvistati veri lupi selvatici in Germania negli ultimi anni, queste creature mettono in guardia da un altro pericolo strisciante: il razzismo. «Voglio avviare un dibattito» dice Rainer Opolka, l’artista di Die Wölfe Sind Zurück [I lupi sono tornati]. «Cosa possiamo fare perché la gente non abbia più bisogno di odiare? In Germania sembra che il razzismo sia diventato una procedura standard. Non voglio che la gente ci si abitui».

I lupi di Opolka fanno la loro comparsa dopo una settimana che ha lasciato la Germania ferita: l’attacco su un treno vicino a Würzburg; la sparatoria sulla folla a Monaco; la donna uccisa con un machete a Reutlingen; la bomba di Ansbach. Due degli attacchi – condotti da richiedenti asilo legati allo Stato Islamico – hanno scatenato la paura che questi eventi possano essere sfruttati da gruppi di destra. Da quando Angela Merkel ha accolto centinaia di migliaia di rifugiati in Gemania, gli atteggiamenti verso le minoranze sono sotto i riflettori dell’opinione pubblica.

«Molte persone vedono il terrorismo in TV e questo li spaventa» dice Opolka. «Non riconoscono la differenza tra i terroristi e le persone che sono scampate al terrorismo».

Dal 2015, la Polizia Criminale Federale (Bundeskriminalamt) ha registrato 1031 «crimini contro alloggi di richiedenti asilo» in tutta la Germania – da inoffensivi graffiti a 94 casi di incendio doloso. Sono stati i casi di incendio doloso che hanno spinto Opolka a creare i lupi. «Dai tempi di Thomas Hobbes, il lupo è il simbolo dei conflitti sociali interni dell’uomo» dice l’artista. «Io mi attengo a questa tradizione. Voglio mostrare questi conflitti e usare il lupo come metafora».

In Germania, il razzismo va oltre i richiedenti asilo, qualcosa che l’artista di Brandeburgo ha potuto toccare con mano. Opolka si ricorda di aver visto dei tedeschi ubriachi attaccare un turco ad Amburgo. «Solo perché era turco» dice. «La cosa mi ha scioccato».

I lupi sono già stati in mostra a Dresda – patria del movimento anti-islam Pegida – e Potsdam – una città confinante con la capitale. A Berlino, i lupi guarderanno direttamente negli occhi la cupola di vetro del Reichstag, sede del parlamento tedesco. Con le elezioni federali di settembre che si avvicinano, Opolka dice: «Voglio che i lupi mettano in guardia la gente, che pensi bene sulla decisione da prendere alle elezioni». 5% dei voti sarebbe sufficiente perché l’Alternativa per la Germania, il partito anti-immigrazione, prenda i primi seggi in Parlamento.

Ci sono otto diversi modelli di lupo nel branco. Uno rappresenta la folla – «un seguace cieco» secondo le parole di Opolka. Un altro, che impugna una pistola, rappresenta gli omicidi xenofobi commessi dal gruppo neonazista Nationalsozialistischer Untergrund nei primi anni 2000. Attualmente soggetto di una serie di Netflix, l’NSU è stato responsabile degli omicidi di stampo razziale contro 10 persone – 8 di origini turche, 1 di origine greca e 1 ufficiale di polizia tedesco.

L’installazione di Opolka è solo un esempio di come gli artisti di Berlino cerchino di condurre il dibattito in tempi difficili incoraggiando la nazione a confrontarsi con il razzismo e a sfidarlo. Christa Joo Hyun D’Angelo dice che è importante capire la storia della Germania per distinguere gli atteggiamenti attuali nei confronti di razza e identità. Il suo film del 2015, Past Present Tense, è una serie di interviste sulle esperienze personali di razzismo nella città, sia oggi che durante i primi giorni della riunificazione.

La Berlino dei primi anni ’90 è “molto romanticizzata” dice l’attivista Anetta Kahane alla telecamera. «Era una scena edonistica per nulla reattiva… all’incredibile aumento di estremisti di destra e neonazisti».

Originaria degli Stati Uniti, D’Angelo vede stralci di questa situazione anche nella Berlino di oggi. «C’è una particolare apatia, qui» dice. «Si tratta per lo più di europei e americani bianchi di classe media che sembrano ignari e disinteressati alla situazione geopolitica tedesca». L’idea del film nasce da una conversazione con un amico, ormai morto: «Parlavamo della tensione razziale a Berlino, dato che molti dei nostri amici hanno vissuto aggressioni razziali, inclusi insulti razzisti per le strade».

Crescendo a Düsseldorf, DJ Dreea Pavel si ricorda la vergogna che provava nell’essere rom. Incoraggiare i berlinesi a parlarne può essere difficile, dice. «Con i tedeschi non si riesce a parlare di razzismo» dice. «Si mettono subito sulla difensiva». Invece, lei sfida gli stereotipi dimostrandosi aperta, dicendo alle persone che è orgogliosa delle sue radici. «La gente pensa che i rom non esistono. Io sono DJ. E sono una donna. E sono rom.»

«Wir schaffen das» ha ribadito la settimana scorsa Angela Merkel in difesa della sua politica di porte aperte nei confronti dei rifugiati – «Possiamo farcela». Dopo l’appello al cambiamento sulla scia degli attacchi di luglio, le persone che arriveranno nella stazione centrale di Berlino si ricorderanno di fare attenzione ai lupi.

* Die Wölfe Sind Zurück, Washingtonplatz, Berlino, dal 6 al 16 agosto.


Morgan Meaker, «Man or beast: why is a pack of bronze wolves terrorising Berlin?», The Guardian, 5 agosto 2016

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