Una vita da hipster

24 ore nella vita di un hipster

Le Figaro racconta i movimenti alla moda seguendo un personaggio fittizio. Oggi è il turno di Alban, uno dei trentenni che sognano Brooklyn e affogano il proprio sgomento in un flat white nella stazione di Parigi Strasbourg-Saint Denis.
Di Anne Desquins

Tin tin tin … 9:30 Risvegliato dalla suoneria “carillon” del suo iPhone 6 Gold, Alban allunga la mano verso lo smartphone per controllare le mail e i match su Tinder. Riesce a liberarsi dal viluppo di lenzuola Muji e, in slip bianchi, si dirige in cucina, verso il suo caffè macinato Lomi con filtro marrone a quattro fogli di carta non trattata, fatto su misura per la sua caffettiera Chemex. Ascolta radio France Inter aspettando che il caffè finisca di colare. Cucina aperta sul salotto, qualche mattone a vista, credenza piastrellata in stile metropolitano, piano di lavoro in legno chiaro su cui campeggiano uno spremiagrumi professionale Kitchenaid e qualche bel libro di cucina. Dei cactus in miniatura, “giardinieri rock”, sono allineati lungo la finestra che dà su una strada del IX arrondissement parigino, a cinque minuti da Place Pigalle. I mobili sono riedizioni scandinave recuperate dai mercatini delle pulci dell’avenue Trudaine. I libri, opere grafiche e una collezione Taschen posati per terra, sono proprio come i quadri e i vinili, perfetti per nascondere i cavi che corrono per tutto l’appartamento. Un appartamento di 37 m², comprato dai genitori previdenti e saggi che hanno deciso di investire mentre il loro figlio unico lasciava Bordeaux per la capitale 19 anni fa. Ha lasciato la scuola di design dopo solo due anni, ma questo non gli ha impedito di trovare un lavoro in un’agenzia di commercio.

10:00. Sotto la doccia, fa la schiuma con il sapone di Montreuil, quello con i principi attivi della birra Deck & Donohue. Si chiede se non è l’occasione adatta per provare il kit per rasatura vecchio stile nuovo fiammante poggiato sul bordo del suo lavabo retrò. Meglio di no.

10:25. Davanti all’armadio, sospira contemplando l’estensione di camicie a quadrettoni rossi e neri che non può più indossare da quando i settimanali specializzati hanno scritto che era un “passo falso nella moda”. Eppure erano pratiche, con le loro grandi tasche, ideali per infilarci un tascabile di Richard Brautigan o di Jim Harrison. Ripiega su una camicia in tessuto aperta su una maglietta bianca Uniqlo. Le maniche arrotolate mostrano i tatuaggi. Infila un paio di jeans APC con il risvoltino, calzini American Apparel, scarpe Red Wing in cuoio, un cappellino AMI. Con le cuffie Marshall Major sulle orecchie, eccolo pronto a inforcare la bici fixie Martone (che di solito lascia in salotto). Allo specchio, contempla il proprio riflesso, un saggio mix di boscaiolo canadese teso nei vestiti e un proprietario terriero della Bible Belt fotografato da Walker Evans. Si immagina già a Williamsburg, il suo quartiere preferito di Brooklyn, dove ogni estate affitta uno studio su Airbnb.

10:40. Dalla cassetta della posta, recupera la maglietta con l’effigie di Bernie Sanders ordinata online. Non ha mai votato, ma le primarie americane lo appassionano. Fa scivolare il pacchetto nello zaino Herschel con cinghie di cuoio.

10:45. Per il primo caffelatte della giornata, esita tra Cream a Belleville o il KB Cafeshop di Rue des Martyrs – tubature d’aerazione a vista, sedie spaiate, tavoli in legno chiaro, pareti in mattone e cemento, prezzi scritti con il gesso sulle lavagne nere offrono una decorazione calorosa e originale. Opta per il bar Ten Belles vicino al canale Saint-Martin.

11:00. La barista gli porge il flat white con aggiunta di latte di soia. Ha disegnato una testa di cervo nella schiuma.

11:20. Si infila gli occhiali Moscot in acetato nero e attraversa il canale in direzione dello spazio di coworking dove, attorno al grande tavolo comune, dei freelance come lui lavorano alla tastiera dei loro MacBook Air sgranocchiando tortine al tè matcha e muffin vegani. Direttore artistico junior, sbatte la porta negoziando una rottura convenzionale. Ormai vorrebbe un mestiere autentico che lo riporti ai veri valori della vita. Sarà un macellaio e sogna di trasformare un vecchio autocarro per il trasporto bestiame trovata su Le Bon Coin in un food truck. Nell’attesa, guarda foto di macelli del primo XX secolo su Pinterest.

12:00. Finito il benchmark, compra un dolce nella pasticceria Liberté e uno smoothie disintossicante al cetriolo e ai semi di chia al Bob’s Juice Bar.

12:30. Come ogni mese, va alla libreria-galleria OFR per procurarsi il Monocle, la Rivista lifestyle con la R maiuscola. Una cliente gli dice che è scadente. Destabilizzato, si siede su una pila di riviste di cui non ha mai sentito parlare: Polvere e documenti.

14:00. Per riprendersi, decide di mangiare un hamburger biologico di qualità con patatine fritte tagliate al coltello e ketchup fatto in casa. Nel III arrondissement parigino, tra i “superbowls veggie” di Wild&The Moon, la tartina all’avocado di Seasons e il piatto di verdure di Rose Bakery, la scelta si rivela complicata. Eppure la domenica non si tira mai indietro davanti un brunch healthy o a un piatto ceviche.

14:25. Alban si mette sulla terrazza del The Broken Arm, il concept store, e pranza con un piatto di pomodori, lamponi e dragoncello. Attorno a lui, la gente porta dei cestini, dei jeans 501 stone washed, cappellini di tela, felpe a girocollo Champion, Études o Supreme, delle borse di cotone bianco senza scritte. Dei vestiti semplici, quasi basic. Impossibile dire se siano skater, marmaglia o minatori, non sa come definire questo look ibrido che però avverte come molto studiato.

15:35. Disorientato e abbattuto, fa visita a sorpresa al suo barbiere di Oberkampf. Un panno caldo per ammorbidire i peli, un massaggio e un taglio della barba con le forbici, così come l’applicazione di un olio nutriente e illuminante gli fanno risalire il morale alle stelle. Ne approfitta per rinfrescarsi il taglio di capelli. Voluminoso nella parte alta del cranio, molto sciolto.

16:35. Si rende conto che gli hanno rubato la bici.

16:50. Stanco, arriva a piedi al Centre Pompidou e visita la mostra di Pierre Paulin per calmarsi.

17:10. Fa un giro nel negozio del museo.

17:45. Esce con una tazza Pierre Paulin.

17:50. Vorrebbe andare a bere un drink a Buttes-Chaumont, nel bar Puebla, ma non ha voglia di prendere la metro, non ci è più abituato. Alla fine, passa da Causses, “i generi alimentari di qualità”, e compra una bottiglia di vino naturale.

18:30. Trova alcuni amici al bar Chez Jeannette, dei trentenni barbuti e panciuti, che sfoggiano con gioia cappellini da camionisti, berretti e camicie da boscaioli. Gli altri a quanto pare sono a Pigalle in un vecchio postribolo trasformato in sala cocktail dove il barman usa alcol premium.

22:30. Decide di andare a Mansart, un bar di quartiere dove si trovano atmosfera, ragazze e birra prodotta a Parigi. Sbronzo, rinuncia ai suoi principi e ordina un tagliere misto di salumi e formaggi dalla tracciabilità discutibile.

23:30. Un amico gli dice che gli anni 1990-1995 sono tornati di moda, ordina uno shot di Jägermeister.

Mezzanotte. Alcuni amici gli propongono di andare a Mano, la nuova discoteca. Rinuncia, ha adocchiato una brunetta di almeno 25 anni.

1:30. Torna a casa, la ragazza era carina ma aveva un accento di Tolosa troppo pronunciato.

3:15. Non riesce a prendere sonno. È stressato da questo ritorno agli anni ’90.

4:00. Si rende conto che l’album Nevermind dei Nirvana è uscito nel 1991 e rivede le immagini di Kurt Cobain in camicia a quadri. Si addormenta.


Anne Desquins, «24 heures dans la vie d’un hipster», Le Figaro, 25 luglio 2016

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