Una condanna anagrafica

Che nome non dare a un bambino – cinque regole d’oro

State pensando di dare a vostro figlio un nome insolito? Pensate anche all’effetto che avrà sulla sua vita – parola di Phoenicia Hebebe Dobson-Mouawad.
Di Phoenicia Hebebe Dobson-Mouawad

Mi chiamo Phoenicia Hebebe Dobson-Mouawad. No, non è uno scherzo. È questo il nome che i miei genitori hanno scelto per me 19 anni fa ed è questa la ragione per cui non vado da Starbucks.

Scegliere il nome per tuo figlio può essere un modo di determinare che tipo di genitore sarai – molti fanno una scelta di tendenza, invece che tradizionale. Eppure, di fronte al risentimento di tuo figlio ormai cresciuto, che ha sopportato un’infanzia di imbarazzo per il suo nome insolito, forse potresti desiderare di tornare indietro nel tempo.

La mia esperienza nel convivere con un nome insolito è stata, per usare un eufemismo, difficile. Non c’è stata una sola occasione in cui fare una nuova conoscenza non abbia significato un commento al riguardo, o un certo grado di confusione.

Di fronte a un nome non comune, le persone credono di avere il diritto di esprimere la propria opinione. La cosa peggiore è quando un estraneo ritiene necessario consolarmi, ritenendo (a ragione) che il mio nome sia un’afflizione. «Oh, diverso dal solito» dicono, oppure «Originale». Ho imparato che quello che le persone intendono davvero è che non hanno idea di come si scriva.

Fin da bambina sono stata chiamata Hebe – un’abbreviazione del mio secondo nome – penso per il debole tentativo di mia madre di proteggermi dalle cattiverie del mondo esterno. In effetti, il film fantasy del 2006 Penelope – sui disperati tentativi di una madre di aiutare la figlia a integrarsi nella società senza sembrare fuori posto – potrebbe essere tratto dalla storia della mia vita. Se non fosse che nella storia vera ho un nome bizzarro, non un naso porcino – e non finisco assieme a James McAvoy (sigh).

I miei coetanei mi prendevano in giro, così come diversi maestri – che finivano per chiamarmi Herbie, Heb e Phoebe. La battuta meno divertente risale al primo anno di scuole superiori, quando un insegnante scherzosamente mi ha chiesto davanti a tutta la classe dove fosse “Jeebie” [termine slang con cui si indica un oggetto per fumare marijuana, N.d.T.]. Ancora oggi non riesco a capire come un adulto possa trovare divertente mettere in imbarazzo un bambino di fronte ai suoi coetanei.

Una seccatura che condivido con tutti i bambini dai nomi insoliti è che quel compito scritto al computer avrà in automatico una linea rossa e ondulata sotto al mio nome – anche la tecnologia capisce che Phoenicia Hebebe Dobson-Mouawad non dovrebbe essere un nome. Se solo Bill Gates avesse informato i miei genitori un pochino prima…

La cosa sorprendente è che sono riuscita a coesistere ragionevolmente bene con il fatto di avere un nome strano – con sorpresa di mia nonna, che incolpo di non aver dissuaso i miei genitori dal mettere il trattino a un cognome arabo traslitterato e dall’aver aggiunto, come se non bastasse, un paio di nomi di civiltà antiche.

Vorrei dire che ho imparato ad apprezzare il mio nome completo in tutta la sua ridicolaggine. Tuttavia, ogni volta che ci metto una vita a spiegare a qualcuno come si scrive o quando faccio un resoconto storico di cosa stavano pensando i miei genitori nel darmi un nome, mi rendo conto che l’unica cosa che provo è un lieve fastidio.

Stranamente, la cosa che penso mi abbia permesso di convivere con il mio nome è sentire gli altri litigarci. Anche se è davvero imbarazzante, è comunque uno spasso. Soffoco una risata quando qualcuno dal servizio clienti mi chiama “Fo-nik-ia”. E poi non sono mai a corto di argomenti di conversazione; niente imbarazzato silenzio con gli estranei – non serve parlare del tempo quando puoi chiacchierare per 15 minuti sulle insolite origini del tuo nome. Ma un paio di piccoli vantaggi non reggono il confronto con un’infanzia di mortificazioni. A tutti i futuri genitori che stanno pensando di dare al proprio figlio un nome “unico”, vi prego di considerare l’effetto che avrà sulla sua vita. Giusto perché così ci ripensiate, ecco le mie cinque regole d’oro:

L’avete già sentito prima? Se non l’avete mai sentito voi, non lo conoscerà nessun altro.

Si può pronunciare senza dover chiedere a un esperto? Perché se dovete chiedere a qualcuno, ve lo dico per esperienza: sarete le uniche persone nella vita di vostro figlio che si prenderanno la briga di farlo.

Evitate trattini a meno che entrambi i nomi siano facilmente pronunciabili. Dobson – va bene. Mouawad – fin troppo complicato di suo. Dobson-Mouawad – no comment.

Un bambino delle elementari riesce a pronunciarlo? Se vi guarda confuso e dice: «Cosa?», allora prendetelo come un no.

Ricordatevi che il nome di vostro figlio serve alla sua felicità e non a dimostrare quanto siete in gamba e creativi come genitori. Per quello c’è Instagram. Fidatevi di qualcuno che c’è passato, o tra 19 anni vostro figlio sarà stufo quanto me.


Phoenicia Hebebe Dobson-Mouawad, «How not to name your child – five golden rules», The Guardian, 16 luglio 2016

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