Quando sport fa rima con guerra

Sport e guerra: un tutt’uno, per Putin

Durante le Olimpiadi estive di Pechino del 2008 Putin ha mosso guerra alla Georgia. Dopo Sochi è stato il turno della Crimea e poi della parte orientale dell’Ucraina. E dopo i giochi olimpici di Rio? Sarà la volta della Moldavia?
Di Nina Chruščëva

Venerdì prossimo ci saranno anche i russi a raccogliersi dietro le bandiere nazionali durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi estive del 2016 nello stadio di Maracanã a Rio de Janeiro. Come se non fosse successo niente.

Sulla scia delle rivelazioni dell’agenzia mondiale antidoping in merito al doping russo su larga scala sponsorizzato dallo Stato, è stato impossibile impedire l’accesso alle gare per gli atleti russi.

Per il presidente russo Vladimir Putin, estremamente abile nel far passare anche la peggiore mortificazione internazionale come una vittoria propagandistica del Cremlino, nessuna delle due alternative sarebbe stata una sconfitta.

Putin unisce i successi sportivi con quelli militari

Naturalmente le medaglie sono molto importanti per Putin. Come i suoi vecchi maestri sovietici, anche lui unisce successi sportivi e successi militari. Ecco perché si è impegnato personalmente nell’indirizzare i giochi invernali verso Sochi.

I giochi sono costati come mai prima d’allora, 50 miliardi di dollari, ma ne è valsa la pena: la Russia ha vinto il numero maggiore di medaglie. (In questi giochi però già si annidava lo scandalo doping.)

Questo non significa che i successi sportivi possano sostituire quelli militari. Durante i giochi estivi di Pechino del 2008 (la Russia all’epoca era al terzo posto per numero di medaglie dopo la Cina e gli Stati Uniti), la Russia ha attirato l’attenzione del mondo con la sua guerra lampo in Georgia.

Dopo Sochi, Putin, furibondo per le dimissioni del presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich, ha messo mano all’oro geostrategico annettendo la Crimea e installando vicari separatisti nell’Ucraina dell’est.

La Moldavia, prossima sulla lista di Putin

Cosa succederà dopo Rio? La Moldavia, che lavora per avvicinarsi all’Occidente, potrebbe essere la prossima sulla lista di Putin.

L’acquisizione della Transnistria, un’enclave filorussa della Moldavia sul confine ucraino, sarebbe una sfida economica per la Russia, ancora piegata dalle sanzioni occidentali subite dopo gli eventi della Crimea. Ma sarebbe anche un gesto eclatante, e a Putin i gesti eclatanti piacciono. La Bielorussia è un’altra potenziale vittima delle campagne revansciste di Putin. Il Paese di Alexander Lukashenko, Presidente in carica dal 1994, in linea di principio è già in tasca al Cremlino.

Ma Lukashenko cerca già da tempo di bypassare la Russia per l’Occidente così da ottenere i risultati migliori per il suo Paese. Dall’annessione della Crimea si è rivolto ancora di più verso l’Occidente, benché l’ultima misura russa, quella di chiudere i rubinetti del petrolio, basti già per costringere Lukashenko a ripensare alla sua politica.

La Russia potrebbe creare una maggiore zona cuscinetto verso l’Occidente

Per la Moldavia o la Bielorussia le rivelazioni del programma di doping russo e la conseguente quasi esclusione del Paese dai giochi olimpici possono essere una pessima notizia, perché Putin potrebbe adeguarli alla sua narrativa di costanti intrighi dell’Occidente contro la Russia.

Il Cremlino e il ministro russo dello sport, Vitaly Mutko, hanno già accusato Grigory Rodchenko, ex funzionario russo anti-doping e poi informatore, di essere un tirapiedi dell’Occidente.

A questo si aggiunge la recente decisione della NATO di inviare unità militari minori verso l’Occidente per tranquillizzare la Polonia e gli Stati baltici: la Russia potrebbe decidere che è giunto il momento di creare una maggiore zona cuscinetto tra sé e l’Occidente.

Se Putin viene beccato in flagrante, è solo un contrattempo

Putin è un ex agente del KGB, naturalmente non si scuserà per lo scandalo doping. Come sanno tutte le spie, la menzogna e l’inganno al servizio dello Stato non solo sono accettabili, ma sono anche il vero scopo dei servizi segreti. Non a caso il sistema di doping voluto dallo Stato viene gestito dal FSB, successore del KGB.

Come le spie, anche gli uomini forti hanno poco fair play – e Putin è entrambe le cose. Nessuna macchina propagandistica può funzionare in un Paese in cui la politica sia libera, equa, onesta e trasparente. E la propaganda è importante affinché un leader possa consolidare il proprio potere nella misura in cui l’ha fatto Putin.

Quindi se Putin viene colto in flagrante, per lui è un contrattempo, ma non se ne vergogna. Ed essere punito per frode mostra solo la doppia morale di chi lo punisce.

In questo senso, l’esclusione dai giochi olimpici degli atleti russi sarebbe quasi stata di gran lunga migliore per la politica interna di Putin – e ancora peggiore per i Paesi su cui ha messo gli occhi.

La partecipazione russa alle Olimpiadi potrebbe evitare una guerra

Ora che i sogni sportivi della Russia sono stati riportati in vita, Putin forse è pronto (fino a un certo punto) a rinunciare momentaneamente alla sua ricerca di successi militari – anche perché teme sicuramente che il campionato mondiale di calcio che si terrà in Russia nel 2018 potrebbe essere rinviato.

E in effetti Putin ha fatto in modo di prendere sul serio le accuse di doping e ha addirittura incaricato il comitato olimpico russo di creare un’agenzia antidoping indipendente.

Ma questa mossa scacchistica mira solo a rafforzare la fama di Putin quale uomo che non si piega agli estranei, perché il messaggio è che la Russia è il grande Paese che anche di fronte alle ingiustizie rivoltegli mostra civiltà e generosità.

Test particolari agli atleti russi forniscono argomentazioni a Putin

E nel frattempo, il fatto che gli sportivi russi a Rio si debbano sottoporre a test particolari e “ingiusti” è la scusa perfetta della loro mancanza di risultati.

Non c’è dubbio che Putin sia un potente manipolatore. Ma la sua reazione ai test antidoping della Russia è forse meno rischiosa della sua interpretazione di fronte a un divieto diretto di accedere ai giochi. La questione ora è se la Russia, nel timore di rappresaglie più severe, rifletta o meno prima di violare nuovamente il diritto internazionale.

L’autrice è la nipote dell’ex capo di stato russo Nikita Chruščëv.
È senior fellow presso il World Policy Institute in America.
Copyright: Project Syndicate, 2016


Nina Chruščëv, «Sport und Krieg gehören für Putin zusammen», Die Welt, 30 luglio 2016

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