Sesso: mai dire mai?

Nel sesso bisogna provare tutto?

La curiosità sessuale deve – può – essere illimitata? Occorre provare prima di dire di no, provare tutto e non perdersi niente? La cronista Maïa Mazaurette risponde ai sostenitori del “tutto o niente” e della dolce vita maratoneta ed esaustiva.
Di Maïa Mazaurette

Due pesi, due misure: insegnamo ai bambini che devono «assaggiare prima di dire di no» (a rischio di ritrovarsi strisce di purè di carote e camembert sulle pareti), ma ci autorizziamo a non assaggiare nel sesso. A non farci una nostra idea. Come giustificare questo favoritismo?

La questione si pone perché l’idea di provare tutto è finalmente ben radicata nella nostra cultura sessuale. I boriosi si vantano di aver provato tutto, i golosi di voler provare tutto.

La lettura di un dizionario di parafilia, Le 120 Giornate di Sodoma, dovrebbe essere un quadro di riferimento per questo appetito insondabile (siamo tutti e tutte troppo pigri): si chiama “effetto Dunning-Kruger” questo eccesso di fiducia in sé, per il quale le persone meno competenti hanno l’impressione di saperne più di tutti. Se qualcuno pretende di conoscere tutto nella sessualità, o di aver provato tutto, potete contare sulla sua verginità.

Un universo fantasmatico in espansione

E poi, cosa sarebbe questo “tutto”? Esistono un sacco di carte interattive che permettono di farci un’idea della larghezza e dell’ampiezza del campo del possibile. Le nicchie non solo si sovrappongono le une alle altre, ma si moltiplicano nel tempo: l’universo fantasmatico dell’umanità è in espansione, come l’universo nel suo complesso.

Ma ognuno di noi non è l’umanità – abbiamo dei limiti, per forza di cose. Forse questi limiti cadranno con la realtà virtuale, ma non siamo ancora a quei livelli […].

Come si potrebbe provare ogni forma di sessualità – e fino a che limite ci si spingerebbe, poi? Sesso con i morti? Con gli animali? Occorrerebbe voler far sesso con tutti gli umani, i non umani, gli oggetti, ma anche con la rugiada del mattino e il clafoutis di ciliegie! Inizia ad essere troppo lavoro, anche in un periodo di disoccupazione come questo.

Ecco dieci esempi di cosa bisognerebbe «provare prima di dire di no»: dieci possibili su miliardi, parlando solo di casi certi: la mummificazione erotica, il feticismo del sudore e delle ascelle, la zoofilia, la dominazione finanziaria, la scatologia, la stimolazione elettrica, le malattie veneree. E poi, ovviamente, l’esperienza sessuale estrema: la castità. La frustrazione. La castrazione. Ma come, non volevate mica provare tutto?

E anche se fosse possibile: si sarebbe amanti migliori perché si ha provato tutto? O sarebbe meglio provare meno ma aver approfondito di più? Il tentativo implica una conoscenza superficiale, un passaggio chiaro (da notare che dal punto di vista sessuale non amiamo poi troppo i passaggi chiari): i vanagloriosi non dovrebbero piuttosto vantare specializzazioni precise – un dottorato in anatomia interna, un master trilingue e cunnilingus?

Vanterie

Qui si scherza, certo, ma la questione si pone in modo più problematico rispetto a semplici vanterie dopo tre bicchieri di rosé (a proposito, avete provato il sesso in stato di coma etilico? Se volete provare tutto, quello è un must).

La curiosità sessuale può in effetti diventare una costrizione: una pressione che occorre riversare sui partner perché accettino pratiche che li ripugnano o che li lasciano indifferenti. I gay e soprattutto le lesbiche conoscono molto bene il problema, perché li si accusa regolarmente di preferire le relazioni omosessuali per evitare di provare quelle eterosessuali.

Così, nell’Africa meridionale, lo stupro correttivo impone delle penetrazioni alle lesbiche perché tornino sulla retta via (sorpresa, sorpresa: non funziona). E troverete sempre psicanalisti da banco che affermano che i preti pedofili lo sono perché non hanno provato con una “vera” donna.

Come si vede bene, i limiti di questo argomento sono senza sosta usati per “convincere”, generalmente le donne, a provare il bondage (passivo, guarda un po’) o la sodomia (passiva, chissà perché): quando si parla di provare tutto, è soprattutto per chiedere all’altro di provare tutto.

Morire idioti

E soprattutto il trio vincente del fantasma pornografico martellato come normalità – sesso a tre, scambismo e sesso anale, come se non aver fatto sesso con due bionde a 30 anni significa non poter aver un Rolex a 50.

[…] Anche se si tratta in entrambi i casi del rapporto con il corpo e con il piacere, la sessualità non è il cibo (non è un bisogno vitale a livello individuale, per dirne una). E anche a livello di cibo, non si prova tutto: mettete via subito quella bottiglia di detergente per la casa.

Allora anche se l’accesso alla sessualità è uno dei riti di passaggio per l’età adulta, la persona che vuole provare tutto tratta la sua/il suo partner come un bambino.

Le pressioni sono già abbastanza considerevoli sui giovani, a cui si intima, tra le altre cose, di perdere la verginità, di darsi al sesso orale, di depilarsi il corpo, di mostrare le parti intime in internet, di godere a ogni prezzo.

Il discorso che abbiamo bisogno di sentire non è certo che occorre provare tutto per non morire idiota (la famosa FOMO dei millennials, Fear of missing out, paura di perdersi qualcosa), ma al contrario di reimparare a provarci quando se ne ha voglia, quando ci si sente pronti, prendendosi la libertà di non provare mai. Di lasciar perdere qualcosa.

La gioia di snobbare

Prendiamo quindi il partito opposto, se ci va. C’è qualcosa di infinitamente interessante nella rinuncia: scegliere è rinunciare, e quando si sceglie, non è che piace o almeno che si preferisce qualcosa? Si accetta che tutto non è uguale, equivalente, orizzontale.

Niente lode qui […] per la sublimazione attraverso l’ascesi, ma la semplice constatazione che ci si può sentire soddisfatti senza aver fatto tutto. Che va bene rifiutare, rifiutarsi – come una posizione, o come un gioco, per far salire la tensione sessuale.

Al contrario si può preferire di progettare, di conservarsi per il futuro: ah, forse, sì, un giorno, quando l’occasione farà l’uomo ladro. O assaporare il piacere un po’ acido che c’è nel distinguersi dalla massa – no, io no.

Riabilitiamo la gioia di snobbare. Di esercitare il proprio pensiero critico. Di lasciare da parte le tendenze che ci sembrano ridicole o immorali (ricordate: parlare di morale non è vergognoso, anche nel 2016 e anche in terrazza). Bisogna poter dire di no per gridare meglio di sì. Trattenersi per esplodere. Checché ne dicano i sostenitori del tutto sessuale, del carpe diem intimidatorio, della dolce vita maratoneta ed esaustiva: se occorre tentare tutto prima di dire di no, saremo disgustati dal sesso. Come bambini infelici per non aver mai imparato la frustrazione. Chi non tenta niente non ha niente, ma chi tenta qualsiasi cosa non è per questo più avvantaggiato.


Maïa Mazaurette, «Faut-il tout essayer sexuellement ?», Le Monde, 11 luglio 2016

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