50 sfumature di agrumi

L’agrumato mistero dei capelli di Trump

Di Frank Bruni

Guardando Donald Trump in TV all’inizio della settimana scorsa, ho avuto uno shock. Leggeva da un gobbo. Sembrava uno statista – beh, più o meno. Ha mantenuto il vanto a un minimo. Ha tenuta a bada le irrisioni.

Ma quello che davvero mi ha sconcertato è stata la sua chioma. Il suo colore era pacato tanto quanto il resto del corpo. Ho visto macchie argento pallido dove ero abituato a vedere oro appariscente. Per un fugace momento presidenziale, aveva un’adeguata criniera presidenziale.

L’evoluzione dell’acconciatura di Trump nel corso degli anni è stata ampiamente notata e profusamente documentata. Si è fatto la riga prima da una parte, poi dall’altra. Ha pettinato i capelli in avanti, li ha spazzolati all’indietro, li ha arrotolati come frozen yogurt, li ha vaporizzati come zucchero filato. Con un forte vento, si sono trasformati in un paio di soffici ali. Durante un teso dibattito, sono diventati una spugna gigantesca.

Ma meno frequentemente si è osservato quanto le loro sfumature siano cambiate, e non intendo da un anno all’altro. Intendo da un giorno all’altro, in modo massiccio e sbalorditivo, al punto che due osservatori non potrebbero concordare su come definirli.

«Castano ramato simili a Cheetos bruciate» ha scritto Bruce Handy su Vanity Fair.

«Sorpresa toscana» ha detto la comica Sarah Silverman.

Se è una tentazione spiegare queste trasformazioni come effetti di luce o tocchi del colorista, penso che ci sia qualcosa di più magico e misterioso in corso. I capelli di Trump sono come l’anello che cambia colore in base all’umore. Segnalano come si sente – e chi vuole essere – in ogni momento.

Un leader cupo? La sua sfacciataggine svanisce e ci sono scintillii grigi.

Un grande, grosso bullo? Si illuminano di bagliori arancioni, in sinfonia cromatica con la sua faccia.

Mentre i repubblicani calano su Cleveland per la loro convention non convenzionale, le mie domande non si limitano a come farà il Partito a pagare, considerando quante aziende sponsor se la sono data a gambe; se hanno bisogno di affittare scalda-sedie per tutti i senatori e luminari repubblicani che hanno inviato le loro dispiaciute rinunce; o se la piattaforma finale e formale sarà più ricca di censura puritana dello svergognamento di Hester Prynne.

Sono in tensione follicolare, ansioso di contemplare la tinta precisa dei capelli di Trump, che è stata paragonata a un mandarino, a una nettarina e a un pompelmo, anche se potrei sostenere con altrettanta convinzione il limone. In pratica, ha tutto un reparto agrumi in testa.

E noi americani abbiamo un debole per la giustizia in ritardo, dove un candidato maschio attira finalmente altrettanta sarcastica e ghignante attenzione per il suo aspetto fisico rispetto alle molte candidate, che hanno dovuto sopportare di peggio e più a lungo. Chiedete anche solo alla donna contro cui è in corsa Trump.

Dai primi anni ’90 in poi, Hillary Clinton si è confrontata costantemente con commenti suoi suoi capelli (e vestiti), considerati come uno specchio della sua anima o uno specchio della sua mancanza di anima. Se non li cambiava, era ostinata. Se li cambiava troppo, era compiacente. La loro lunghezza, leggerezza, ondulazione e i loro accessori erano sempre al centro del dibattito. Un intervento di USA Today titolava addirittura: «I cerchietti di Hillary: pratici o folli?»

Fino all’arrivo di Trump, gli uomini di statura politica paragonabile a quella di Hillary Clinton erano stati graziati da questo esame prolungato, anche se soffrivano momenti di rimprovero estetico – capelli inclusi.

I media arringavano John Edwards per i suoi tagli di capelli da 400$, che ora sembrano bizzarri rispetto ai conti per il mantenimento della chioma da 10.000$ al mese collezionati dal Presidente della Francia, François Hollande.

Lo chiedo in modo comprensivo, da uomo che vedrà presto i capelli come un ricordo: cosa avrà da mantenere Hollande? In qualche modo ha finito per pagare prezzi da Rapunzel in una situazione che meriterebbe un trattamento anticaduta Rogaine.

Trump, d’altro canto, ha molto da mantenere, anche se l’autenticità di tanta abbondanza è controversa, con qualche spettatore che parla di stregoneria, mentre lui insiste che si tratta solo della miracolosa benedizione di Dio.

E i suoi capelli non sono solo un ornamento: io mi riservo il diritto di assegnare loro la stessa risonanza metaforica di cui era affetta la Clinton. Li considero il suo prisma. La sua delega. Qualsiasi domanda si chieda su Trump la si può formulare pressoché con le stesse parole sulla sua chioma:

Vuole emulare Vladimir Putin? Sfogliando le foto del forte russo si vede una pletora di pigmenti, dal peltro al cachi. La stessa gamma cromatica di Trump.

Punta troppo in alto ed è troppo caotico? C’è qualcosa di vero alle radici? O è solo una sfavillante illusione?

Se l’ideologia di Trump è inclassificabile, allora lo è anche la sua chioma. Sul sito Ginger Awareness, che esalta le conquiste (a dir loro) spettacolari dei rossi di maggiore successo al mondo, Trump compare al fianco di Charles Darwin, Vincent van Gogh, Chuck Norris e Kathy Griffin. (Un pantheon eclettico.)

E gli alimenti arancioni, rossi e rossastri sono onnipresenti nelle descrizioni della fibrosa chioma che comincia con le sue sopracciglia e schizza verso il cielo senza interruzione, rimettendo in discussione l’esistenza stessa della fronte.

«Rosa-zucca» è stata la definizione di Mark Singer sul New Yorker. «Una zucca con un esaurimento nervoso» è stato l’intervento di Frankie Boyle sul Guardian, anche se penso intendesse tutto Trump, dall’aureola alle unghie dei piedi con una ben curata pedicure (o almeno immagino). «Salmone» è un altro termine ricorrente.

Ma poi troviamo anche «grano» e, con spirito patriottico, «onde di un grano ambrato», cosa che renderebbe Trump un biondo. Caroline Mitgang, che scrive su Quartz, l’ha inserito in quella categoria, dicendo che i suoi capelli ricordano «il giallo nascente di un pulcino».

I capelli di Trump forniscono certamente un campo giochi di semantica per gli amanti delle parole, che vi hanno trovato infinite possibilità di svago. Sono stato particolarmente colpito da un apprezzamento in cui mi sono imbattuto, ad opera di Michael Daly per il The Daily Beast, che ha fatto notare i cambi di sfumature di Trump e la semiotica di tutta questa situazione. Non sono il primo a interessarsi delle sue ciocche e del suo temperamento.

Daly ipotizzava che Trump avesse incorporato del grigio, aggiungendo «un tocco di George Washington a Marilyn Monroe». Io scorgo dei tocchi di Rita Hayworth e di Lucille Ball nell’equazione, ma – ahimè – niente Abramo Lincoln.

E vorrei far notare che alla fine la ricerca di un vice presidente per Trump ha visto una lotta tra Newt Gingrich e Mike Pence, entrambi con capelli bianchi come quelli di Babbo Natale. Stava cercando qualcuno che gli cedesse ogni colore, e che mostrasse quella costanza che lui non ha? È solo la mia teoria.

Affrontare Trump significa scontrarsi con i suoi capelli, e il tono che questi avranno sul palco della convention potrebbe presagire il tono che lui avrà nelle settimane a venire. Non sono sicuro che sia perché funzionano come la pelle di un camaleonte, in sincrono con la sua psiche e capaci di assorbire sfumature dal contesto, o se proiettiamo noi un certo colore sui suoi capelli a seconda di quello che Trump proietta su di noi.

Probabilmente sta solo cercando di incasinarci i pensieri sfruttando quel casino che ha in testa.


Frank Bruni, «The Citrusy Mystery of Trump’s Hair», New York Times, 16 luglio 2016

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