L’arca di Noè (e dei dinosauri)

In Kentucky, l’arca di Noè a grandezza naturale fa scalpore

Un imprenditore ultrareligioso ha costruito una replica della mitica imbarcazione, con l’obiettivo di «diffondere il messaggio cristiano».
Di Stéphanie Le Bars

L’estate si preannuncia biblica in Kentucky. Certo, la periferia rurale della cittadina di Williamstown non ha proprio l’aspetto del monte Ararat. Ma è lì che un imprenditore ultracristiano ha scelto di mettere in scena una replica “a grandezza naturale” dell’arca di Noè, la cui apertura al pubblico era prevista il 7 luglio. L’opera è colossale: lunga come un campo da calcio e mezzo, alta sette piani, ha il più grande telaio di legno mai costruito negli Stati Uniti.

Gli Amish, noti per la loro maestria nella carpenteria e nella lavorazione del legno, hanno dato manforte alle ambizioni di Ken Ham, promotore di questo progetto al 100% creazionista. E cos’altro può esserci dietro alla ricostruzione del rifugio che, secondo la Bibbia, ha salvato la Creazione dal diluvio e il mondo dai peccati? Ben lungi dalle trenta specie che Noè e la sua famiglia vi avrebbero ammassato, l’arca del signor Ham ne ospita solo trenta. Ma oltre ai classici orsi, giraffe e montoni, il pubblico potrà ammirare una coppia di… tirannosaurus rex. Merita una spiegazione.

La Bibbia, un libro di Storia

Per il signor Ham, come per numerosi credenti ortodossi, la Bibbia è un libro di Storia, con la S maiuscola e nessuna forma plurale: Dio ha creato il mondo in sei giorni seimila anni fa; da allora, uomini e animali non hanno conosciuto che lievi evoluzioni. Niente di strano dunque che i dinosauri abbiano fiancheggiato il salvatore della specie umana. Tutto attestato da un’arca-museo.

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«Qui non siamo alla Disney, dove la gente viene a divertirsi.
Lo scopo è religioso». Ken Ham, promotore del progetto.

Perché, per il signor Ham, l’intenzione è chiara: «Qui non siamo alla Disney o alla Universal, dove la gente viene a divertirsi. Lo scopo è religioso» ha recentemente spiegato sul New York Times. Come per il Museo della creazione, da lui fondato nove anni fa a qualche decina di chilometri dall’arca, o per il materiale pedagogico con cui inonda centinaia di chiese sotto l’esplicita etichetta di “Risposte nella Genesi”, l’obiettivo è diffondere il «messaggio cristiano».

O ad ogni modo, un certo tipo di messaggio cristiano. Perché se il 42% degli americani crede ancora che Dio abbia creato gli uomini nella loro forma attuale, secondo un sondaggio Gallup del 2014, non sono tutti proprio convinti che quest’impresa abbia richiesto sei giorni, e in buona parte accettano la teoria dell’evoluzione. Ken Ham e i suoi sostenitori appartengono a un gruppo di credenti particolarmente refrattari a questa idea. Sconvolti dalla «secolarizzazione» e dai numerosi «peccati» della società attuale, denunciano senza sosta l’aborto, il matrimonio gay e l’ateismo.

Agevolazioni fiscali e sovvenzioni

All’assunzione, i dipendenti dell’arca hanno dovuto firmare una «dichiarazione di fede», che punta a escludere gli omosessuali. Malgrado una denuncia da parte dello Stato del Kentucky che, a fronte di requisiti simili, era riluttante ad accordare vantaggi fiscali a questo progetto religioso non esente da scopi commerciali, la giustizia ha dato ragione al proprietario e le sovvenzioni sono state confermate dal tribunale. Hanno contribuito al budget di 102 milioni di dollari necessario all’impresa.

Alcuni scienziati, diverse associazioni atee e i cristiani meno rigorosi mettono in guardia contro i danni che potrebbe causare all’istruzione dei giovani cervelli un’uscita domenicale all’arca. Soprattutto se, come spera il signor Ham, questa gitarella è accoppiata a una visita al Museo della Creazione, che ha già visto passare più di 2 milioni di visitatori. E in particolar modo il problema è maggiore se i bambini vengono da Stati come il Texas, il Missouri o l’Alabama, dove il programma scolastico lascia spazio a un’«analisi critica» della teoria dell’evoluzione.


Stéphanie Le Bars, «Dans le Kentucky, l’arche de Noé grandeur nature fait des vagues», Le Monde, 8 luglio 2016

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