Sii come Mohammad

La visione saudita: alto rischio figuracce

Per mantenere la propria ricchezza, l’Arabia Saudita vuole e deve emanciparsi dal petrolio. Ma a quanto pare i piani dello sceicco non vengono presi troppo sul serio dai mercati…
Di Nando Sommerfeldt

L’erede al trono è rimasto inascoltato: da mesi Mohammad bin Salman, futuro sovrano dell’Arabia Saudita, annuncia che il suo Paese intende dissociarsi dal petrolio. Ha da poco presentato il suo progetto, “Vision 2030”, con cui assicurerà il benessere ai sauditi anche quando le riserve di petrolio saranno prosciugate e a nessuno servirà più questa risorsa.

Ma per il momento l’oro nero ha un ruolo decisivo nel mondo e nel destino dello sceicco. E dato che un barile costa ancora meno di 50 dollari, il suo regno deve bruciare un sacco di soldi. Così tanti che ora l’agenzia di rating Moody’s ha ridotto l’affidabilità finanziaria del Paese – da Aa3 ad A1.

Per fare un paragone: la Germania mantiene il suo Aaa e gode di un rating di quattro livelli superiore. «Crescita ridotta, debito pubblico in aumento e scarsi sostegni finanziari fanno sì che il regno abbia una posizione poco solida in caso di future crisi» scrivono gli analisti di Moody’s nella loro motivazione. Nessuna parola della visione del principe. A quanto pare i guardiani dei mercati non se ne interessano.

Per la prima volta in 25 anni, i sauditi tornano a contrarre debiti

I mercati però si interessano eccome al rating, che gioca un ruolo importante nei prestiti. Migliore è la valutazione, più è facile per uno Stato prendere a prestito denaro sui mercati finanziari. Finora il rating per questa ricca nazione del deserto non era mai contato granché. A fronte dell’ingente liquidità i crediti non erano importanti. Ma qualche settimana fa è stato reso noto che il Paese ha contratto un prestito di circa 10 miliardi di dollari con un pool di banche internazionali. Per la prima volta da 25 anni a questa parte, gli sceicchi si sono nuovamente indebitati. Presto, così si dice, il Paese emetterà titoli di stato per la prima volta. E l’odierno downgrade sarà una possibile cattiva notizia.

Passare da creditori a debitori – ai sauditi non resta altra scelta. Perché anche per loro il prezzo del petrolio in calo diventerà gradualmente una tortura – anche se la famiglia reale non lo ammetterebbe mai.

Il crollo senza precedenti dei prezzi del petrolio è cominciato circa due anni fa. Da poco meno di 120 dollari al barile a soli 30. Solo all’inizio di quest’anno si è potuti arrestare il declino. Ma anche il livello attuale di 47 dollari per il Brent è un fiasco per la maggior parte delle nazioni che estraggono oro nero. Stati come Nigeria, Brasile, Venezuela o Russia hanno bisogno di prezzi decisamente più alti se vogliono un bilancio in pareggio.

Sempre più crediti? Questo per i sauditi non può e non deve essere lo strumento cui ricorrere in futuro. Ecco perché si dedicano interamente alla loro “Vision 2030” che comprende in linea generale il progetto di preparare il Paese per un’era caratterizzata da prezzi del petrolio ancora più bassi. Il benessere degli sceicchi e i benefici per il popolo costano somme enormi allo Stato, ma sono necessari affinché il sistema in vigore non vacilli. Con elettricità, benzina e acqua a buon mercato la famiglia reale mantiene il popolo di buon umore. Gli appelli a una maggiore democrazia e a diritti personali sono più unici che rari. L’ordine sociale è – per il momento – in equilibrio.

Il potere dell’OPEC sembra esaurito

Il nucleo della pianificazione è il gigantesco fondo statale PIF. Nei prossimi anni il suo volume, stando a re Salman, dovrebbe crescere da 160 a 200 miliardi di dollari. «Il fondo rappresenterà più del dieci per cento delle capacità degli impianti globali» ha annunciato di recente il principe ereditario. In futuro, gli utili dovranno assicurare la ricchezza della dinastia.

Questa strada sembra l’unica disponibile. Perché la speranza che il prezzo del petrolio torni a raggiungere le vecchie vette è svanita. In parte dipende dal fatto che i sauditi hanno perso il loro decisivo potere di determinare i prezzi. L’OPEC, il cartello dei Paesi esportatori di petrolio, è stato a lungo un potente strumento di potere degli sceicchi che assieme ad altri Stati arabi fissavano da anni le quantità di petrolio estraibili e quindi il loro prezzo.

Ma il cartello ora sembra come paralizzato. L’ultimo vertice di Doha, annunciato come un grande evento, è finito con un nulla di fatto. L’incontro al quale era stata invitata anche la Russia, non membro ma alleato, ha mostrato le turbolenze interne. Le potenze del petrolio volevano accordarsi per non estrarre in modo sfrenato come era stato fatto in precedenza, sempre di più, fino a far esplodere i serbatoi, ma di congelare le quote. Ma anche questo minimo consenso era chiedere troppo. Alla fine gli Stati coinvolti non hanno concordato proprio niente.

La Russia prende le distanze dai sauditi

La ragione di questo disaccordo è principalmente il ruolo dell’Iran nell’OPEC. L’avversario politico dei sauditi si rifiuta di ridurre la produzione o di congelarla. Teheran ora, dopo la fine dell’embargo occidentale, vuole tornare a invadere il mercato di materie prime – e a estrarre quanto più petrolio possibile. La strategia sembra vincente. In solo quattro mesi i mullah hanno aumentato di un quarto la quantità di petrolio estratto. Già alla fine di aprile, con 3,5 milioni di barili, producevano quasi quanto prima delle sanzioni. Questo però mina il piano dell’OPEC di far risalire i prezzi tramite un congelamento delle estrazioni.

La Russia e l’Arabia Saudita, le maggiori nazioni estrattrici, avevano concordato in anticipo la “strategia del congelamento”, a prescindere da quello che avrebbe fatto l’Iran. Ma il giorno del vertice i negoziatori sauditi hanno colto alla sprovvista i loro partner facendo saltare l’accordo. Senza l’Iran non si potevano concordare limiti di estrazione. Il cartello aveva fallito.

Da allora la Russia tiene le distanze – soprattutto dall’Arabia Saudita. «Al momento ci sono diversi fattori oggettivi che escludono l’idea che qualsiasi cartello possa piegare il mercato al suo volere» ha detto pochi giorni fa all’agenzia Reuters il capo del consiglio di amministrazione della compagnia petrolifera russa Rosneft. «L’OPEC ha ormai praticamente smesso di esistere come organizzazione coesa».

Queste parole sono state ricevute forte e chiaro anche dal principe ereditario Salman. La pressione su di lui e sul suo piano per il futuro si fa sempre maggiore.


Nando Sommerfeldt, «Warum der saudischen Vision die große Blamage droht», Die Welt, 16 maggio 2016

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