Tudormania

Tudormania: perché non riusciamo a smettere?

Il nostro chiodo fisso, vale a dire gli spettacoli osé sulla corte al tempo dei Tudor non sembra voler svanire. Cos’è che ci ossessiona di questa dinastia seicentesca?
Di Charlotte Higgins

Una ventosa mattina di primavera Lucy Worsley, curatrice degli Historical Royal Palaces che interviene spesso in tv in qualità di storica, mi ha scortato nell’Hampton Court Palace alla ricerca di urina di Tudor. Ne restavano delle tracce, mi ha detto, in uno dei suoi artefatti preferiti – un orinale di Enrico VIII. «Non sembra niente di speciale,» ha detto «ma pensare che c’è dentro urina del XVI secolo lo rende fantastico».

Nonostante una piacevole esplorazione dei magazzini del palazzo, non abbiamo mai trovato l’orinale. Ma è difficile immaginare un esempio migliore dell’ossessione britannica, o meglio inglese, per il XVI secolo – focalizzata sui corpi e gli appetiti dei suoi VIP – della ricerca di quella che potrebbe o non potrebbe essere la regal urina dei Tudor.

Ora come ora, i Tudor hanno la nazione in pugno e sono ovunque, rimodellati per calamitare persone di ogni età, gusti e istruzione. Ci sono libri come Le sei mogli di Enrico VIII e altri testi divulgativi, ma anche altri personaggi Tudor fittizi sullo schermo e nei romanzi. C’è un intero sottogenere di storie d’amore più o meno spinte su Anna Bolena, la più discussa delle regine di Enrico, con titoli come Il bacio della concubina e Tra due re. Poi c’è The Tudors, una serie istrionica di quattro stagioni realizzata per l’America e mandata in onda sulla BBC, in cui Jonathan Rhys Meyer nella sua versione di Enrico VIII non ingrassa mai, forse perché scopa tantissimo. La serie, secondo Lucy Worsley, è «ridicola, ma utile per gli affari». (Per lei, il momento più caratteristico è stato il punto in cui Catherine Howard prova il ceppo prima della decapitazione – un atto storicamente attestato che, per gli scopi di The Tudors, è stato girato in totale nudità).

La Tudormania genera Tudormania, così come vale per i grandi palazzi e le fastose magioni che costellano l’Inghilterra. Hampton Court, ad esempio, è ormai in sostanza un tempio dedicato a Enrico VIII e alle sue tragiche mogli, nonostante sia stato costruito dal cancelliere di Enrico e abitato da una schiera di altri regnanti fino al XVIII secolo. Il fascino della Torre di Londra è meno legato ai suoi costruttori normanni che alle vittime tra i Tudor: i visitatori possono ammirare attori vestiti da Anna Bolena o Lady Jane Grey, e nel weekend del 1° maggio la torre ha ospitato i Tudor nel Tower Family Festival. «Siamo nel 1533» annunciava il sito internet «e vi invitiamo ai ricchi festeggiamenti per l’incoronazione di Anna Bolena come regina d’Inghilterra. Immergetevi nel mondo dei Tudor… e provate le nostre balestre!».

Storici, romanzieri e curatori che si occupano di quel periodo storico a un certo punto della conversazione cercano sempre di trovare un’analogia con la cultura pop. I Tudor sono come i Kardashian, dice uno. Sono come i Kennedy, dice un altro. Sono come House of Cards, dice un altro. Sono come Dallas, come Dynasty, dice un altro.

Il passato non è chiuso, ma in costante contatto con il presente. Il rapporto che abbiamo con la storia dice molto di noi stessi e del nostro passato. Almeno in parte, è un atto di creazione. Cos’è che ci attira dei Tudor? E il modo in cui li riproponiamo cosa ci dice del nostro presente?

Ogni nazione ha un rapporto vario e conflittuale con il proprio passato. In momenti diversi emergono periodi storici diversi, che portano alla luce legami, scene di gloria ormai persa ed enormi cantonate. Per gli americani, a parte la storia delle origini rappresentata dai padri fondatori, il periodo forse più riproposto della storia domestica è la guerra civile che, a differenza dei Tudor, è ancora una questione aperta, in grado di gettare una nuova luce sulle attuali questioni legate alla razza. L’Italia, un Paese ancora giovane, è certamente interessato al passato, ma più alle culture regionali che al fascino di una singola famiglia. I francesi di mitologia nazionale ne hanno a iosa, ma si occupano più di valori e ideali che di persone. Per gli inglesi invece la nostalgia è una malattia nazionale e al contempo una macchina da soldi per vendere qualsiasi cosa, da una tazza con la scritta “Keep calm and Carry on” a costumi di Enrico VIII per bambini. L’attuale Tudormania non è nata dal nulla: esiste per il senso di familiarità che ci viene dai Tudor, le prime persone nella storia del Regno Unito che sentiamo di poter guardare negli occhi alla pari. Entriamo nel loro mondo – o meglio, in quello che immaginiamo essere il loro mondo – con facilità. Sono stati loro a vivere per primi in case riconoscibili in quanto tali, e non in corti piene di spifferi e fortezze dei loro predecessori medievali. Ad abitare queste case ci sono state addirittura donne che non erano solo un numero, ma personaggi (la più temibile, Bess di Hardwick che, con i suoi quattro mariti, può rivaleggiare con Enrico VIII in quanto ad energie coniugali, se non per tendenze omicide).

Il percorso scolastico nazionale inglese prevede lo studio dei Tudor tra i sette e i nove anni, e questo periodo finisce per diventare così familiare che gli alunni «arrivano nella scuola secondaria sentendosi già esperti» e conoscendo ad esempio la vecchia filastrocca sulle mogli di Enrico VIII “divorced beheaded died, divorced beheaded survived” [divorziata decapitata morta, divorziata decapitata sopravvissuta, N.d.T.]. Jessie Childs, una storica che si è occupata di questo periodo, ha detto: «I Tudor sono perfetti per i bambini: c’è Enrico VII, il re del campo di battaglia; poi Enrico VIII, il tiranno dalle sei mogli; poi Edoardo VI, il re-bambino; poi Lady Jane Grey, regina per nove giorni; poi Maria I (la Cattolica) che mandò al rogo 300 persone; e poi Elisabetta I, la regina vergine. Sono come una boyband, ognuno con la sua identità. I Plantageneti non sono così eterogenei – è difficile ricordare chi è chi».

La stessa cosa, in un certo senso, vale per le mogli di Enrico VIII, che rappresentano gli «archetipi della femminilità» ma, una volta analizzate, sembrano quasi stereotipi estrapolati dalle pagine del Daily Mail. «Abbiamo Caterina d’Aragona, la vecchia moglie ripudiata e rancorosa; Anna Bolena, un personaggio alla Angelina Jolie; Jane Seymour, la brava mogliettina che sta sempre a casa; Anna di Cleves, definita dal suo aspetto; Catherine Howard, la sexy teenager; e Katherine Parr, la donna in carriera che sopravvive al matrimonio e al marito, si sposa per amore ma poi muore dando alla luce un figlio perché ha progettato la gravidanza quando è ormai troppo in là negli anni».


Charlotte Higgins, «Tudormania: Why can’t we get over it?», The Guardian,  4 maggio 2016

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