Politica e/o letteratura?

Quanto dev’essere politica la letteratura?

A Berlino, 30 scrittori e scrittrici hanno parlato della letteratura in un’epoca di crisi di migranti e nazionalismo. Secondo loro mancherebbe solo una cosa: il contegno.
Di Stefan Reinecke

La situazione in Europa si fa grama. L’eloquente scrittore György Dragoman diagnostica una militarizzazione della lingua per l’Ungheria, il passaggio a una retorica brutale in cui la nazione si chiude sempre più contro i nemici. Per il giovane e brillante Sergej Lebedev il linguaggio politico della Russia sembra quello dei tempi sovietici: i coraggiosi soldati russi lottano contro i fascisti, l’Occidente è la fonte del male e il passato russo è ricco di gloria. Secondo l’autrice croata Ivana Sajko, il nuovo ministro della cultura a Zagabria chiama i letterati “parassiti” e, come in Polonia, i media vengono messi in riga.

Da Vienna a Mosca, da Helsinki a Istanbul, l’Europa è investita da un’ondata di neo-autoritarismo. Sono i populisti di destra – o peggio – a decidere l’ordine del giorno in politica. E la maggior parte dei rifugiati è il perfetto spauracchio per chi anela a una regressione estrema al nazionale.

Scrittori e intellettuali, questo si chiede la Conferenza degli Scrittori Europei – intitolata in maniera alquanto pomposa “GrenzenNiederSchreiben” [lett. Abbattere i confini con la scrittura, N.d.T.] – devono forse dimostrarsi solidali e difendere armi alla mano la critica, e la libertà, e la dignità umana? È ovvio. Ma l’ovvio presenta spesso degli inghippi.

Josef Haslinger, presidente del centro tedesco Poets, Essayists and Novelists (PEN), ha dichiarato nel corso di un’intervista televisiva che «noi scrittori siamo responsabili dei princìpi». Secondo lui, infatti, la democrazia sarebbe stata concepita e formulata fin dal 1789 dagli intellettuali. A quanto pare, dunque, gli autori hanno un accesso privilegiato ai valori su cui si fonda la vita in collettività. Hanno un diritto inalienabile sui princìpi basilari, mentre la gente comune non può dire lo stesso. In quest’auto-esaltazione si avverte una lontana, paradossale eco dei predecessori degli intellettuali, vale a dire di quel consigliere di corte che vantava un intimo accesso al sapere e al potere.

L’idea per la conferenza: una serata a base di vino rosso

Questa connessione tra arte e politica può anche essere considerata con scetticismo. Frank-Walter Steinmeier, nel suo discorso di inaugurazione, è intelligente e ponderato: «Il ritorno delle barriere ci ha colti alla sprovvista» ha detto il ministro degli affari esteri, auspicando da parte degli autori «lo sguardo disincantato della cultura» nei confronti di Brexit, Doneck e Idomeni. Ma quest’ultima così non diventa fin troppo vicina alla politica, verso cui sembrano nutrire tutti una profonda diffidenza? No – almeno stando agli organizzatori. L’idea per la conferenza non è venuta da un ufficio di pubbliche relazioni, ma da una serata a base di vino rosso, che Steinmeier ha trascorso con un paio di autori. È dunque possibile che questo dramma di spirito e potere si svolga tra un pubblico liberale, trasparente, influenzato dal digitale e privo di un monopolio fisso sull’interpretazione.

Il concetto della conferenza è poi squisitamente sperimentale. Ad esibirsi non ci sono i soliti grandi nomi, ma una trentina fra intellettuali e scrittrici da ogni parte del mondo, dalla Tunisia alla Lituania passando per il Kosovo. Alcuni di questi personaggi, i critici letterari non li avevano nemmeno mai sentiti nominare. Per andare sul sicuro occorre cercare altrove. E questa è una cosa decisamente positiva.

Nei dibattiti svolti all’Accademia delle Arti di Berlino sono stati ricordati gli scrittori e gli intellettuali di una volta. È proprio questa approssimazione il nucleo del problema. Descrivere e riflettere, narrare e analizzare sono due lavori diversi. L’impegno politico sarà anche ovvio per gli intellettuali – ma per i letterati?

Lo scrittore belga Peter Terrin, felice abitante della sua torre d’avorio, polemizza contro l’impegno politico, enfatizzando la cocciutaggine della letteratura. «Destra o sinistra sono ininfluenti per la mia scrittura», questo il messaggio che lancia.

Impegno politico vs. estetica

I testi artificiali sono funzionali a loro stessi e non possono essere condotti al guinzaglio della politica, mai e poi mai. Secondo Terrin un autore deve saper descrivere con la stessa capacità di immedesimazione un estremista di destra e un migrante. Lo scrittore impegnato, invece, è deviato. Invece di scandagliare le profondità dell’esistenza umana, si trasforma in un distributore automatico di opinioni per i media.

Il dibattito tra impegno politico ed estetica non è nuovo. Ma a quanto pare i nuovi rapporti neo-autoritari costringono a un aggiornamento, almeno nei luoghi in cui gli autori hanno a che fare con la repressione. La cosa peggiore che può accadere a uno scrittore di Bruxelles sono critici di cattivo umore. In Turchia, invece, un autore rischia grosso se scrive nella lingua sbagliata, il curdo.

Forse, però, la questione “politica vs. letteratura” è sbagliata. Joanna Bator, che è di casa nel campo del racconto dell’analisi e del racconto in quanto intellettuale e autrice di romanzi come Piaskowa Góra e Chmurdalia, dichiara come Terrin che l’impegno politico distoglie dalla cosa più importante. In Polonia, Bator si considera una femminista di sinistra – quindi astenersi dalla politica non è così semplice.

In Polonia, la destra ha conquistato il potere «con un anti-islamismo ottuso» (Bator). È l’altra faccia della medaglia del fallimento degli intellettuali, che falliscono nel loro ruolo di traduttori tra lo straniero e la società paralizzata dalla paura. Tra i suoi pari, ai festival letterari polacchi, Bator ha constatato qualcosa di allarmante. Tra i liberali di sinistra più aperti regna una sorta di doppio piano di valutazione, quello pubblico e quello privato. In privato si ha paura dello straniero, ma in pubblico si inneggia alla tolleranza.

L’osservazione di Bator può essere vista come una metafora del compito dei letterati. Che i lettori possano o meno giudicare il razzismo meglio dei lettori di questo giornale, per dirne una, è tutto da vedere. Forse sono più adatti i vescovi per tenere discorsi moraleggianti contro l’odio verso i rifugiati. Gli autori sono istanze morali solo in parte. Il loro incarico è di affinare il loro strumento, la lingua. Il loro compito non è di creare certezze, ma di distruggere le visioni binarie e i blocchi linguistici, di eliminare i propri in primis. Chi, se non i letterati, può creare una lingua che lasci spazio alle paure ma che sia immune dal risentimento?  La contraddizione tra messaggio ed estetica si condensa in un’auto-ricerca, radicale e penetrante.


Stefan Reinecke, «Wie politisch darf Literatur sein?», TAZ, 11 maggio 2016

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