Le mani parlano

Parlare con le mani

Prima ancora di saper parlare, i bambini possono imparare a farsi capire ricorrendo a gesti tratti dalla lingua dei segni.

Di Moina Fauchier-Delavigne

Appesi alle pareti gialle dell’Ilot câlins, un asilo nel dipartimento francese dell’Ardèche, ci sono disegni accattivanti in cui un personaggio fa dei gesti a volte con l’indice, a volte con tutta la mano. E a ogni gesto c’è associata una parola: ancora, acqua, mangiare, contento, triste, sedersi, cantare, storia, vietato… Da quasi quattro anni qui adulti e bambini parlano con le mani. Tutti nell’équipe sono coinvolti: anche gli educatori costellano le loro frasi di gesti tratti dalla lingua dei segni per non udenti. Servirsi della lingua dei segni per bambini che ci sentono benissimo?! Quella che a prima vista potrebbe sembrare solo una stranezza è uno strumento usato da decenni negli Stati Uniti per aiutare i bambini che ancora non sanno parlare a farsi capire. Alcuni cominciano a otto mesi, altri verso un anno. Muovendo le dita possono chiedere quello che gli serve. Secondo i sostenitori francesi di questo metodo, in costante aumento, la tecnica cambierebbe il modo di apprendere.

Dominique Carpe, dell’associazione Signe avec moi, è la formatrice dell’équipe dell’asilo di Peaugres: «La lingua dei segni aiuta i bambini ad esprimersi proprio nel momento in cui capiscono molto e hanno molto da dire, ma non sanno ancora pronunciare le parole».

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«Così si riducono molto le frustrazioni»

«Così si riducono molto le frustrazioni, si capiscono meglio i bambini e questi, dal canto loro, si arrabbiano meno» spiega Corine Damon, assistente educatrice. «Ad esempio, questa mattina una bimba ha fatto il segno con cui si indica il cambio di pannolino: non serviva che cercassi di indovinare di cosa avesse bisogno».

Mathilde Ferrus, mamma di Anton, due anni, fervente sostenitrice della lingua dei segni, racconta: «Ho portato Anton al suo primo concerto. C’era molta confusione e lui saltava dappertutto con gli altri bambini. Tramite i segni gli ho detto: “Calmati” e “Capito?”. Lui ha annuito, poi ha risposto: “Bere”, poi “Acqua”. In questo modo sono riuscita a mantenere un legame con lui, anche se a distanza». Mathilde si è avventurata in questo linguaggio non verbale da qualche mese e sta per frequentare il quarto workshop che l’asilo organizza per i genitori. Al suo arrivo ha ricevuto come tutte le altre famiglie un CD e un DVD prodotti dall’asilo con le filastrocche che i bambini cantano la mattina. Quello che era iniziato come un gioco, ora fa parte delle abitudini familiari della mamma di Anton.

Boom da due anni a questa parte

Tutto ha avuto inizio negli Stati Uniti negli anni ’80. Precursore di questo metodo è stato Joseph Garcia, interprete nella lingua dei segni americana: quando si è reso conto che i bambini che interagiscono con amici non udenti imparano a comunicare prima dei loro coetanei, ha approfondito la questione e ne ha fatto il soggetto della sua tesi. Dopodiché ha messo a punto il metodo “Sign with your baby” e ha pubblicato un libro diventato in fretta un best-seller.

Da allora, diversi studi americani hanno confermato la sua teoria: il metodo permetterebbe ai bambini di imparare prima a parlare, di avere un vocabolario più ricco e di aumentare addirittura il QI. La pratica ha conquistato numerosi genitori americani: si vendono centinaia di migliaia di esemplari sul tema e secondo Baby Sign Language, una delle due principali società di formazione, il metodo sarebbe usato da un terzo dei genitori e dal 60% degli asili totali.

In Francia il fenomeno, apparso una decina di anni fa, è in crescita da due anni a questa parte, con il coinvolgimento di famiglie e asili. Nella rete di asili La Maison bleue (ispirata ai metodi pedagogici di Pikler-Loczy, Montessori e Dolto) sono già state formate diverse figure professionali e le principali associazioni del settore, come Signe avec moi o Signe2mains non hanno abbastanza formatrici per far fronte alle richieste. Il primo libro francese su questo metodo educativo, Signe avec moi (di Nathanaëlle Bouhier-Charles e Monica Companys, edizioni Monica Companys), pubblicato dieci anni fa, ha venduto più di ventimila copie.

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Rischi per l’apprendimento della lingua?

Nonostante il boom, ci sono ancora numerose reticenze. Molti genitori temono che il metodo possa determinare ritardi nell’apprendimento del linguaggio o che addirittura impedisca ai loro figli di parlare: «Se puoi farti capire a gesti, perché sforzarti di parlare?». Questi timori sono particolarmente forti in un Paese dove la lingua dei segni è stata vietata per un secolo intero e l’immagine dei non udenti come handicappati è ancora molto solida. Pierre Salesne, direttore di La Maison bleue, ha studiato a lungo il metodo prima di lanciarlo nella sua struttura. Dopo aver discusso con diversi logopedisti, tra cui la direttrice di un asilo che «aderisce al 100% al programma», e aver letto gli studi condotti negli Stati Uniti, si è sentito rassicurato. Secondo lui l’aspetto da enfatizzare è che si parla mentre si usa la lingua dei segni e i gesti non sono mai privilegiati rispetto alle parole. «In questo modo sviluppano diverse forme di comunicazione». Ci fa notare che anche se in Francia non esistono studi sistematici, c’è un forte consenso tra la comunità scientifica.

I sostenitori del metodo usano spesso questo paragone: la lingua dei segni sta alla parola come il gattonare sta al camminare. Il desiderio di parlare o camminare non ne risulta frenato. Anzi, più il bambino impara nuove parole, meno ricorre ai gesti. Ma prima di riuscire a pronunciare parole, il bambino mette in atto qualsiasi cosa pur di farsi comprendere: in mancanza di segni, piange o urla in attesa delle mille proposte dei suoi genitori, come spiega Céline Cochet, organizzatrice di workshop genitori-figli.

Esprimere le proprie emozioni

Questo metodo sarà anche utile nella vita di tutti i giorni, ma può anche aprire nuovi orizzonti. Mary-Line Jugan si è stupita quando la figlia le ha indicato il cielo e poi, con la lingua dei segni, le ha detto le parole “acqua” e “pesce”. «Sono entrata nel suo universo e ho scoperto la sua poesia» testimonia la giovane mamma, formatrice di Signes2Mains per genitori ed educatori.

Secondo lei, i segni aiutano anche a esprimere emozioni in un periodo della vita in cui queste sono percepite con grande intensità: paura, tristezza, collera, gioia… Il giorno successivo agli attentati del 13 novembre, sua figlia di due anni continuava a ripetere una parola che lei non riusciva a comprendere. Per finire ha indicato a gesti le parole “papà” e “triste”. «Quanti bambini di due anni riescono a esprimere a parole una simile emozione?».

Secondo Mary-Line Jugan, questo «strumento relazionale» è particolarmente prezioso all’asilo, perché cambia il modo in cui l’adulto si rivolge al bambino. Catherine Texier, che l’ha introdotto otto anni fa nell’asilo di Tolosa di cui è la direttrice, dichiara che «aggiungendo alle parole i segni, abbiamo creato una sorta di spazio-tempo tra verbalizzazione e azione. Prima guardi, poi fai il gesto. Cambia tutto. Si sviluppa la benevolenza». […]


Moina Fauchier-Delavigne, «Parler avec les mains», Le Monde, 8 maggio 2016

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