Il rosa è da femmina (?)

Perché se hai una figlia non puoi sfuggire al rosa

Di Corinne Luca

Quando ancora non avevo una figlia, ero una madre molto coerente – nelle idee. Ogni volta che vedevo una bimba con un look rosa da principessa alla Paris Hilton, pensavo: «Mia figlia sarà diversa».

Basta non comprare quelle cose, dicevo. Basta non seguire la folla. Chiedevo ad amici e parenti di fare lo stesso. Compravo solo nel reparto uomini e cercavo di nascondere i rossetti glitterati che mi regalavano. La mia crociata contro un chihuahua di peluche – completo di abiti, pettini, mollette e oggetti per la toeletta rosa – è leggendaria. Ero molto rigorosa nel mio rifiuto.

Il rosa era diventato il mio campo di battaglia.

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Naturalmente non avevo nulla contro il colore in sé. Ma ero contraria a quanto rappresentava: il rosa penetra in fretta nel mondo delle bambine e sembra fagocitarle quasi completamente. In questo modo, però, limita le loro possibilità di scelta e di decisione. Perché il mondo glitterato del rosa è piccolo. Viene corroborato da cliché di genere, che escludono anche quei maschi che amano indossare il tutù o vorrebbero giocare con le bambole.

Credo vada di pari passo con le bambine di otto anni che sognano di diventare popstar e top-model. Desideri che non solo sono meno realistici di quelli dei bambini (poliziotto, pompiere), ma che si accompagnano anche a un’idea di corpo meno sana e fortemente orientata al giudizio degli altri.

La pila di lavanderia rosa ogni fine settimana ci mostra che i colori nell’armadio non sono però più equilibrati. Che succede, l’inclinazione naturale, quasi genetica, al colore da femmine ha preso il sopravvento?

Certo che no. E non solo perché l’associazione dei colori al sesso è completamente arbitraria. Fino all’inizio del XX secolo era addirittura il contrario. Il rosa, il colore più forte, era riservato ai bambini – e l’azzurro, che era considerato più discreto, per le bambine. Basta osservare con attenzione i vecchi quadri. E anche nel classico della Disney, Peter Pan, del 1953, Wendy è vestita di azzurro e il suo fratellino di rosa.

Il rosa conquistava la camera da letto di mia figlia ogni volta che venivano altre bambine. Quando mia figlia imparava a confrontare. Quando hanno iniziato a confrontarsi ogni mattina e a decidere chi aveva il vestito più bello. Quando «Che bello, questo, ti piace?» oppure «Guarda che cosa ho qui» diventano elementi normali della conversazione delle bambine.

Solo che quello che le bambine trovano bello non è una coincidenza. La ripartizione del mondo delle bambine ha il suo riscontro consumistico. Ci inducono a comprare il doppio delle cose. Perché una bambina non può mettere quello che mette un bambino. E a un bambino non si possono dare i giocattoli di una bambina. Ci sono centinaia di messaggi pubblicitari ogni giorno.

Gli oggetti per bambine le preparano al loro futuro ruolo di consumatrici: le aspetta una vita di preoccupazioni in merito trucco, vestiti e belle cose.

Eppure abbiamo tutti qualcosa di rosa, i classici giocattoli per bambine. Anche io sono diventata ormai più rilassata al riguardo. Posso sensibilizzare mia figlia sulle etichette che vuole le vengano imposte. Possiamo parlare del perché le bambine possono anche non sapere tutto su Star Wars e perché non devono essere presi in giro i bambini se per carnevale si vestono da elfo.

Non rabbrividisco più in maniera automatica quando dice che vuole essere una principessa. Perché il giorno dopo ritorna a voler essere una ricercatrice. Il rosa non è il problema. Sono le idee con cui lo carichiamo.

Proprio come riteniamo che kit da elettricisti e scavatori siano giochi solo da maschi. Abbiamo un’idea molto chiara di cosa sia “da maschio” e di cosa sia “da femmina”. Sembrano categorie logiche e comprensibili a cui ci si può adattare volentieri.

Quando non si conosce ancora nulla di questa personcina, tranne il sesso, sembra forse una buona idea applicare questa categoria. È facile mostrare un volto estatico quando la bambina, dimentica di se stessa, fruga tra collane e anelli. Perché si adatta bene all’idea che ci circonda tutti, quotidianamente.

Ma queste sono le nostre idee sociali – non quelle dei nostri figli. Per quanto riguarda il rosa, sono diventata più rilassata. Ma il mio atteggiamento non è cambiato. Se ai nostri figli mostriamo solo azzurro e rosa, neghiamo loro una vita di colori.


Corinne Luca, «Warum man als Mutter einer Tochter nicht vor der Farbe Rosa davonlaufen kann», Bento, 24 aprile 2016

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