No, damigella no!

Damigella d’onore? Mai più! Perché sono stufa di festeggiare quest’abitudine ormai datata.

Di recente una mia amica mi ha confessato che non avrebbe avuto damigelle al suo matrimonio. È stato un sollievo: non occorre costringere le amiche a una tradizione di monotona uniformità.
Di Jen Doll

Di recente, una mia cara amica ha annunciato il suo fidanzamento ufficiale. Abbiamo brindato e festeggiato e approvato con enfasi la scelta azzeccata del futuro maritino. Poi, però, lei mi ha preso in disparte, calma e riservata. «Non voglio che tu ci rimanga male» ha detto. «Sei la mia migliore amica, la mia persona». Ero terrorizzata: cosa mi avrebbe detto? «Non avrò nessuna damigella d’onore» ha concluso, la fronte aggrottata, preparandosi al mio crollo. I matrimoni imminenti possono portare anche la persona più sana sul bordo della follia, a volte.

Ho sorriso e l’ho abbracciata e mi sono bevuta un sorso di qualsiasi cosa fosse quello che stavo bevendo, poi ho tirato un sospiro di sollievo. «Anche tu sei la mia persona» ho detto. «E questo è il miglior regalo che tu mi potessi fare».

Si capisce che ho qualche problema con la tradizione della damigella d’onore?

Sono stata a un sacco di matrimoni – così tanti che ho scritto un libro al riguardo. E sono stata anche una damigella, un paio di volte: una volta, con un vestito senza spalline azzurro pallido J Crew, stringendo un mazzolino di fiori di campo e camminando con coraggio nonostante i tacchi che si affossavano nella terra morbida; un’altra volta, come damigella d’onore, con un abito di raso marrone e una cintura di strass, a fare da testimone al mio migliore amico d’infanzia. In entrambe le occasioni avevo una ventina d’anni e sembrava una cosa carina da fare. Strizzata in un vestito, scarpe, e addirittura capigliatura che si abbinassero a quelle di qualcun altro, avrei sostenuto il matrimonio della mia amica; mi sarei assunta una serie di compiti come organizzatrice e segretaria e stilista e personal shopper e party planner e terapeuta, qualunque cosa, perché ero una donna e le donne devono lasciar stare tutto per sostenersi a vicenda in questo evento primordiale e atavico dello sposarsi.

Sì, avrei provato il brivido di spendere qualsiasi cifra (in media, da 1178 a 1466 dollari per matrimonio), viaggiare per tutto il Paese, usare i miei giorni di ferie, organizzare un addio al celibato, comprare i vestiti giusti. Perché ero una damigella d’onore, e lei la sposa, e succede così spesso, e un giorno sarebbe toccato a me, no?

Da trentenne, qualcosa è cambiato nella mia visione del mondo di damigella. Forse perché ho scoperto che nell’antichità le damigelle si vestivano come la sposa per attirare gli spiriti maligni determinati a distruggere la coppia felice. (Quei tubini abbinati di David’s Bridal sembrano già più inquietanti adesso, vero?). E per giunta, era l’epoca del “matrimonio per cattura”, e tutte quelle donzelle vestite uguali servivano a confondere gli ex pretendenti tonti che potevano tentare di rapire la sposa il giorno del suo matrimonio.

O forse mi sono solo resa conto che, poiché le donne si sposano sempre più tardi (il che, per fortuna, si sposa a minori tassi di divorzio), è sempre più strano avere una miriade di donne vestite come te al fianco. E chi le ha tutte quelle amiche, poi? Non è mica una gara di cheerleader, è un matrimonio. Siamo tutti preziosi fiocchi di neve, non cameriere in fila.

Ma più di tutto ho iniziato a vedere la tradizione delle damigelle come un ulteriore esempio di donne confezionate e agghindate e codificate dalla società. Ci si aspetta che abbiamo un certo look (lo stesso), che ci comportiamo allo stesso modo (come “signore” o “damigelle”), e che mettiamo il matrimonio sopra a tutto il resto. Che importa se nelle nostre vite reali siamo avvocati, o docenti di filosofia o medici di pronto soccorso o scrittrici? Nulla. Quando c’è un matrimonio, che sia il nostro o quello della nostra migliore amica, ci si aspetta che le nostre amicizie e personalità moderne e autonome si adeguino a una monotona uniformità. Perché è “tradizione”. Perché, in qualche modo, continuiamo a confermarla. Perché un giorno toccherà a noi e lo vogliamo anche noi – o no?

Mi è piaciuto far parte dei giorni importanti delle mie amiche, e spero di far parte di molti altri ancora. In una vita di frequentazione di matrimoni ho imparato che, così come non serve essere sposati per essere felici, non devi essere una damigella d’onore per essere una buona amica. Ci sono tante cose che puoi fare per festeggiare qualcuno che si sta sposando, oltre a ciò che rientra nel ruolo tradizionale di “damigella”. Puoi usare le tue doti per spiegare perché siete amiche: puoi dare consigli sensati mentre fai shopping, puoi scrivere un discorso strappalacrime, fare battute ironiche, e farla ridere sui futuri suoceri, assicurarti che ci siano abbastanza single per gli spogliarellisti all’addio al celibato. D’altro canto, se sei una sposa, puoi fare anche tu alle tue amiche un regalo: dì loro di vestirsi come vogliono, di venire non per essere una tribù di damigelle, ma loro stesse. Dopo tutto, non è il titolo che conta, è l’amicizia. E poi siamo nel 2016, chi vorrebbe farsi chiamare “damigella”?


Jen Doll, «Never again a bridesmaid: why I’m tired of celebrating this dated custom», The Guardian, 3 aprile 2016

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