Meglio soli (se dotati di cervello)

Perché le persone intelligenti stanno meglio con pochi amici?

Di Christopher Ingraham

L’inferno potrebbero essere gli altri – almeno per chi è davvero intelligente.

È l’implicazione di un’affascinante, nuova ricerca pubblicata il mese scorso sul British Journal of Psychology. Gli psicologi evoluzionisti Satoshi Kanazawa della London School of Economics e Norman Li della Singapore Management University affrontano la questione di cosa renda una vita ben vissuta. Tradizionalmente dominio di religiosi, filosofi e romanzieri, la questione è stata affrontata negli ultimi anni anche da ricercatori, economisti, biologi e scienziati.

Kanazawa e Li teorizzano che lo stile di vita cacciatore-raccoglitore dei nostri antenati crea le basi di ciò che ci rende felici oggi. «Situazioni e circostanze che avrebbero aumentato il livello di soddisfazione di vita dei nostri antenati nell’ambiente dell’epoca potrebbero aumentare la nostra soddisfazione ancora oggi» scrivono.

I due usano quella che chiamano “teoria della felicità nella savana” per spiegare due scoperte derivanti da un vasto sondaggio nazionale (15.000 partecipanti) condotto su adulti di età compresa tra i 18 e 28 anni.

In primo luogo, gli studiosi hanno scoperto che chi vive in zone più densamente popolate tende a dichiarare meno soddisfazione di vita nel complesso. «Maggiore la densità di popolazione dell’ambiente circostante, minore la felicità», queste le dichiarazioni dei partecipanti al sondaggio. In secondo luogo, hanno scoperto che maggiori sono le interazioni sociali con amici stretti, maggiore è la felicità riferita.

Ma c’è stata una grande eccezione. Per le persone più intelligenti, queste correlazioni erano ridotte o addirittura capovolte.

«L’effetto della densità di popolazione sulla soddisfazione di vita è stata infatti più del doppio per individui con basso QI rispetto a quelli con QI superiore» si legge. E «gli individui più intelligenti erano in realtà meno soddisfatti della propria vita se socializzavano più di frequente con i loro amici».

Lasciatemi ripetere il concetto: quando le persone intelligenti trascorrono più tempo con gli amici, sono meno soddisfatte.

Ora, i contorni di entrambe le scoperte sono controversi. Una grande mole di ricerche precedenti, ad esempio, ha sottolineato quello che alcuni hanno definito “gradiente di felicità urbana-rurale”. Kanazawa e Li spiegano: «I residenti delle aree rurali e delle piccole cittadine sono più felici di quelli delle periferie, che dal canto loro sono più felici di quelli delle piccole città del centro, che a loro volta sono più felici di quelli delle città centrali più vaste».

Perché la maggiore densità di popolazione renderebbe la gente meno felice? C’è una grande quantità di ricerche sociologiche che affronta la questione. Ma per una dimostrazione più efficace, basta trascorrere 45 minuti su un treno della metropolitana affollata nell’ora di punta, e poi vedrete come vi sentirete!

La seconda ricerca di Kanazawa e Li è un po’ più interessante. Non è una sorpresa che legami amicali e familiari siano generalmente visti come componenti fondamentali di felicità e benessere. Ma perché questa relazione è capovolta per le persone più intelligenti?

L’ho chiesto a Carol Graham, ricercatrice per la Brookings Institution, che studia l’economia della felicità. «I risultati qui suggeriscono (e non è una sorpresa) che quelli con maggiore intelligenza e la capacità di usarla… sono meno inclini a trascorrere del tempo a socializzare, perché si concentrano su obiettivi a lungo termine» ha risposto in un’email.

Pensate alle persone davvero intelligenti che conoscete. Possono essere un dottore che cerca una cura per il cancro, o uno scrittore che lavora al grande romanzo americano, o un avvocato che protegge i soggetti più vulnerabili della società. Nella misura in cui le interazioni sociali li distolgono dal raggiungimento di questi obiettivi, possono influenzare negativamente la loro soddisfazione di vita generale.

Ma la teoria della felicità nella savana di Kanazawa e Li offre una spiegazione diversa. L’idea comincia con la premessa che il cervello umano si è evoluto per rispondere alle esigenze del nostro ambiente ancestrale nella savana africana, dove la densità di popolazione è simile a quella che si trova oggi, ad esempio, nell’Alaska rurale (meno di una persona per chilometro quadrato). Prendete un cervello evolutosi per quell’ambiente, impiantatelo nella Manhattan di oggi (densità d popolazione: 27,685 abitanti per chilometro quadrato) e vi accorgerete delle frizioni evolutive.

Lo stesso vale per l’amicizia: «I nostri antenati vivevano come cacciatori-raccoglitori in piccoli clan di circa 150 individui» spiegano Kanazawa e Li. «In condizioni simili, avere contatti duraturi con amici e alleati di tutta una vita era necessario per la sopravvivenza e la riproduzione, per entrambi i sessi». Restiamo creature sociali anche oggi, un riflesso del vecchio affidamento su gruppi sociali affiatati.

La vita umana è cambiata rapidamente da allora – tornando alla savana, non avevamo macchine, o iPhone, o prodotti alimentari industriali, o i Kardashian – ed è abbastanza possibile che la nostra biologia non sia stata in grado di evolversi abbastanza in fretta per stare al passo. Quindi potrebbe esserci un “mancato allineamento” tra quello che i nostri cervelli e corpi sono progettati per fare, e il mondo in cui la maggior parte di noi vive.

C’è un inghippo, però, almeno per come lo vedono Kanazawa e Li. Le persone più intelligenti potrebbero essere meglio attrezzate per affrontare le nuove (almeno da una prospettiva evoluzionistica) sfide che ci pone la vita moderna. «Gli individui più intelligenti, che possiedono livelli più elevati di intelligenza e quindi una maggiore capacità di risolvere i nuovi problemi evoluzionistici, possono avere meno difficoltà nel capire e nell’affrontare nuove entità e situazioni evoluzionistiche» scrivono.

Se sei più intelligente e più in grado di adattarti, può essere semplice riconciliare le tue predisposizioni evoluzionistiche con il mondo moderno. Quindi vivere in un’area densamente popolata può avere un effetto minore sul tuo benessere generale – è quello che Kanazawa e Li hanno scoperto nel loro sondaggio. Allo stesso modo, le persone intelligenti possono essere meglio equipaggiate per liberarsi di quella vecchia rete sociale dei cacciatori-raccoglitori – specialmente se perseguono obiettivi più alti.


Christopher Ingraham, «Why smart people are better off with fewer friends», The Washington Post, 21 marzo 2016

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