Il dimagrimento dell’Africa

L’Africa ha cambiato dimensioni?

Di Anne-Laure Amilhat Szary, Karine Gatelier, Herrick Mouafo

«Un continente grande come la Cina, l’Europa, il Brasile e gli Stati Uniti messi insieme, con 1 miliardo di abitanti – che raddoppieranno nel 2050 – e tassi di crescita finora sconosciuti che gli permettono, finalmente, di svilupparsi…». È così che si è aperta l’edizione 2016 del Festival di Geopolitica di Grenoble […]. Ma perché siamo stati per tanto tempo così ciechi sulle reali dimensioni dell’Africa da non coglierne le opportunità?

La spiegazione è banale e lampante al tempo stesso: fin dal XVI secolo siamo prigionieri di una proiezione cartografica che rappresenta l’Africa e i suoi 30 milioni di km2 come più piccola della Russia, che copre invece solo 17 milioni… Questo sistema di proiezione, detto  di Mercatore, dà priorità al rispetto degli angoli per prestarsi meglio alla navigazione, e ha le sue buone ragioni: è stato messo a punto, infatti, quando l’Europa stava ampliando la propria influenza commerciale e politica sul pianeta. Esistono però mappe che mantengono le proporzioni tra le superfici relative: è il sistema di Peters, secondo il quale l’Africa ritrova il suo rapporto relativo rispetto alla Groenlandia (14-15 volte superiore). Cambiando modalità di traduzione geografica del mondo, come se si aprisse un pop-up sul planisfero, l’Africa appare in tutta la sua immensità come il secondo continente più vasto al mondo.

Cosa è successo? Tutto e niente: l’Africa non è cambiata a causa del riscaldamento globale, la vediamo semplicemente attraverso lenti diverse. Ma perché c’è voluto tanto per questa “scoperta”? Cambiare il metodo di calcolo per rappresentare il mondo in piano e farlo rientrare nella nostra visione geografica dello spazio, tradizionalmente bidimensionale, ha un preciso intento politico. Che però praticano in pochi in questo inizio di XXI secolo, a parte qualche ONG e artista.

Nel suo quadro del 2011, La vraie carte du monde [La vera mappa del mondo, in copertina], l’artista congolese Chéri Samba si spinge oltre: realizza il suo autoritratto sullo sfondo di un mappamondo in cui il nord è schiacciato in basso, mentre i continenti dell’emisfero sud prendono il volo. Il tutto, accompagnato da una citazione del libro di Lilian Thuram, Le mie stelle nere, da cui l’artista trae anche l’ispirazione pittorica: «mettere l’Europa in alto è un artificio psicologico inventato da quelli che credono di essere superiori, perché a loro volta gli altri pensino di essere inferiori (…). Nulla è neutro in termini di rappresentazione. Quando il sud la smetterà di vedersi inferiore, sarà la fine di queste idee imposte».

Ci si potrebbe spingere oltre nel decostruire l’idea stessa dell’opposizione sud/nord, cosa che tra l’altro ci porterebbe a non vedere più i problemi africani come qualcosa di distinto dalle nostre preoccupazioni europee, e per questo eccezionali. Per meglio comprendere l’inserimento dell’Africa nella nuova geopolitica mondiale multilaterale e le sue relazioni con la Cina o con i Paesi del Golfo, bisognerebbe poter mettere in chiaro il passato recente che continua a legarci ad essa. Proporre un approccio postcoloniale dell’Africa non equivale a rimanere concentrati su un periodo del nostro passato difficile da assimilare: si tratta di innestare delle rappresentazioni del continente africano che, finalmente, sfuggono al binarismo e al machiavellismo.

Lo studio dei rapporti di potere non può ridursi alle grandi manovre tra “potenze”, la geopolitica non è che un affare strategico, economico e finanziario. Non considerare i cambiamenti di una disciplina che sa valutare gli eventi politici, dalla cooperazione alla coercizione, nel tessuto sociale e spaziale, significa partecipare e mantenere una forma di lettura riduttiva del mondo; è perseguire una ricerca prasseologica che continuerà a mettere la conoscenza al servizio della valorizzazione economica. Forte di questa motivazione, un collettivo di Grenoble propone, parallelamente al Festival di Geopolitica, la prima edizione degli Incontri di Geopolitica Critica, luogo di dibattito basato su una metodologia di scambio che non mette gli “esperti” né al centro, né su un piedistallo, uno spazio in cui ci si rifiuta di “parlare a nome di”, per partecipare alla ricostruzione dei nostri rapporti di potere con l’Africa.


Anne-Laure Amilhat Szary, Karine Gatelier, Herrick Mouafo, «L’Afrique vient-elle de changer de taille?», Le Monde, 19 marzo 2016

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