La (ri)nascita di Venere

Destinazione Venere: il marchio Botticelli

Dai manga con gli occhi tondi alla formosa pin-up, dai preraffaeliti all’abito D&G di Lady Gaga, una mostra del V&A indica come generazioni di artisti abbiano riproposto l’ideale di bellezza femminile botticelliano.
Di Kathryn Hughes

Entrando nella mostra Botticelli Reimagined, inaugurata questa settimana, verrebbe giustamente da pensare di essere finiti nel posto sbagliato. Invece di una sfilza di Madonne dagli occhi tristi, Veneri burrose e angeli paffuti, potreste trovarvi di fronte, almeno nella sala di apertura, con quella che si potrebbe descrivere come un’esplosione di punti esclamativi, densa e contemporanea.

Guardando meglio, però, si vede che Venere, la Madonna e altri funzionari piumati ci sono, ma hanno forme nuove e sconcertanti. Come La nascita di Venere di Tomoko Nagao, ad esempio (foto in copertina). Invece del pastorale marino di Botticelli, ecco un collage grafico superflat, di solito associato a manga e anime. Biglietti aerei della EasyJet, scontrini di una catena di supermercati italiana e pacchetti vuoti della Barilla, quelli della pasta pronta, formano mucchi sporchi. Il Giappone da cui viene l’artista è rappresentato da Hello Kitty, un barattolo di crema Shiseido e una console schiacciata. Sì, una Venere che sorge da un mare – di scarti industriali – c’è, elegante ed effimera, con occhi sgranati da cartone animato e senza bocca. Il suo compito è di assistere senza commentare al crollo del consumismo globale.

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E le cose si fanno ancora più strane. In Venus, after Botticelli (2008), l’artista cinese Yin Xin reinterpreta Venere come una donna orientale. La dissonanza di una dea dell’amore dai capelli corvini e gli occhi a mandorla ci ricorda quanto siamo legati all’ideale botticelliano di bellezza femminile, dentro e fuori la cornice: una donna alta, snella, formosa, con pelle levigata, occhi chiari e capelli dorati che ne tradiscono l’origine nordeuropea. Per spingere al limite questa bellezza da pin-up, nel 2009 il fotografo americano David LaChapelle ha inscenato la Rebirth of Venus ricorrendo a una modella con un seno formoso, il corpo di glicerina e una parrucca bionda che danno un’atmosfera allarmante, da pornostar, all’insieme.

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In un altro punto della stessa stanza, nella mostra Botticelli Reimagines, Venere si degna di coprirsi. Alcuni fotografi della collezione primavera/estate 2003 di Dolce & Gabbana ci ricordano che una volta il duo italiano della moda ha aggiunto sezioni del volto e del corpo della dea su stoffa. Hanno realizzato abiti e completi poi indossati in passerella da amazzoni che hanno aggiunto un tocco di rigida fierezza all’immagine iniziale di un’amabilità condiscendente della forma femminile nuda. Nel frattempo, per dimostrare che non c’è fine alla capacità di reinventare Botticelli (o, in altri termini, di plagiarlo), una pubblicità del 2013 ricorda che Lady Gaga ha scelto di indossare l’abito D&G per promuovere il suo singolo, “Venus”, trasformandosi così nella citazione della citazione.

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È dunque la capacità di copiare – o plagiare – Botticelli, al cuore della mostra. Lo si vede già dal titolo, in realtà, “Reinvented”, reinventato. C’è qualcosa, sottolinea Mark Evans, co-curatore, nella linearità espressiva e nella piattezza prospettica di questo artista del XV secolo che lo rende molto adattabile alla moderne tecnologie di riproduzione: «Sta bene sulle magliette». Ma, allargando il discorso oltre i negozi di souvenir, si può dire che l’ubiquità di Botticelli indica come La nascita di Venere, a cui si affianca Primavera, sia diventata la scorciatoia per una sorta di estetica conformista. Ogni volta che vedi un frammento dei grandi capolavori di Botticelli […] sai di essere in compagnia della cultura.

Eppure, come fanno notare Evans e il suo co-curatore Ana Debenedetti, non si tratta di una mostra dedicata unicamente alle proliferazioni post-mortem dell’artista. Seguendo il commento di T.S. Eliot che «quando si crea una nuova opera d’arte… qualcosa… accade in modo simultaneo alle opere d’arte precedenti», i due hanno analizzato le molte reinterpretazioni dell’opera di Botticelli per scoprire cosa potessero dirci della sua produzione contemporanea. Cosa aveva Botticelli che lo ha reso una risorsa così fertile per altri artisti nel passare dei secoli? Per rispondere alla domanda, la mostra è sviluppata come un viaggio a ritroso nel tempo: si  comincia con il Botticelli contemporaneo per passare alla sua popolarità tardo-vittoriana. È solo nell’ultima stanza che ci troviamo faccia a faccia con la sua opera.

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Ma sarà così? Molti oggetti nella sezione conclusiva della mostra sono attribuiti a “Botticelli e bottega” o semplicemente alla “bottega di Botticelli” o, infine, in un’alzata di spalle finale, ai “allievi di Botticelli”. Come fanno notare le indicazioni scritte nella mostra, intorno al 1480 lo studio fiorentino di Botticelli era un luogo di fiorenti scambi oltre che di ambizione artistica. Un piccolo esercito di assistenti e apprendisti sfornava pezzi pregiati per la famiglia dei Medici al potere, ma anche oggetti quotidiani per tutti gli altri e scorte di magazzino. Oltre alle tele, agli affreschi e alle pale d’altare, queste mani impegnate lavoravano alla produzione di arazzi, intarsi, finimenti e mobilio. Prevaleva lo stile della casa, ma con variazioni inevitabili a seconda del realizzatore. Alcuni riuscivano ad imitare il tocco del maestro alla perfezione, altri aggiungevano qualcosa di proprio. Mecenati e clienti capivano il trucco ma non gli interessava: quello che importava era la sensazione di acquistare un marchio di prestigio. È un luogo comune dire che se Botticelli lavorasse ai giorni nostri, sarebbe direttore creativo di Gucci, Prada o D&G, gestendo la collezione di base e diverse linee secondarie, come profumi e rossetti. Prima di arrivare all’ultima stanza, però, ci sono i decenni bui del XX secolo da visitare, in cui Botticelli ha dovuto rafforzare le agende politiche e artistiche. Negli anni ’30, Mussolini ha spedito La nascita di Venere […] in giro per il mondo, per ricordare a tutti che se l’Italia può essere muscolosa, sa anche essere civilizzata. […]

La seconda sala della mostra affronta la riabilitazione di Botticelli nel XIX secolo, dopo anni di oscurità (tutti conoscevano Leonardo e Michelangelo, ma se si menzionava “Sandro” ti guardavano a occhi sgranati). Gli storici dell’arte fanno risalire questo cambiamento epocale al 1867, quando il poeta e pittore di origine londinese DG Rossetti acquistò Ritratto di Signora alla finestra per l’insignificante somma di £ 20. […]

Il visitatore arrivato alla terza e ultima sala della mostra con la speranza di vedere la Venere e Primavera rimarrà deluso: le due superstar non lasciano mai gli Uffizi. Ma, in fin dei conti, poco importa. Per i curatori la variazione e la gamma di lavori che sono originariamente apparsi con il marchio Botticelli spiegano perché le successive generazioni di artisti l’hanno considerato un provocateur così emozionante.

La mostra Botticelli Reimagined, inaugurata il 5 marzo,
è al Victoria & Albert Museum di Londra (www.vam.ac.uk).


Kathryn Hughes, «Destination Venus: how Botticelli became a brand», The Guardian, 5 marzo 2016

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