Discriminazione in volo

Una battaglia culturale nel cielo di Israele

Gli ultraortodossi e i secolari litigano per una convivenza “casta” e ora una legge dovrebbe decidere se le donne devono cambiare posto sugli aerei quando i vicini più credenti lo richiedono.
Di Gil Yaron

Renee Rabinowitz non è certo un’amazzone tra le fila delle femministe israeliane secolari e militanti. Al contrario: la nonna 81enne originaria di Gerusalemme, vestita di tutto punto, non mostra che rispetto per l’ebraismo e i rabbini. Dopotutto entrambi i suoi mariti erano rabbini, e lei stessa è cresciuta in una famiglia religiosa e fino a oggi ha aderito alle regole dello shabbat.

Ma un incidente a bordo di un velivolo El Al, compagnia aerea israeliana, è riuscito a trasformare l’ex avvocato e psicologo in un’icona della lotta in corso tra israeliani secolari e ultraortodossi. Dopo che uno steward, durante un volo dagli Stati Uniti a Israele, le ha chiesto di sedersi in un altro posto perché un passeggero ultraortodosso non voleva accomodarsi di fianco a una donna, Rabinowitz ha denunciato la discriminazione che le donne subiscono nell’ambiente ultraortodosso, una discriminazione da combattere in tribunale.

«Abbigliamento casto»

La settimana successiva all’incidente, l’organizzazione ebraica progressista per i diritti civili “Israel Religious Action Center” (IRAC) ha chiesto a El Al un risarcimento danni, così da «fermare questa pratica», come dice Orly Erez-Likhovski, a capo del dipartimento legale dell’IRAC. Non sarebbe la prima volta che l’organizzazione ricorre a vie legali per punire l’establishment ultraortodosso. Poche settimane fa Erez-Likhovski ha vinto un processo contro l’amministrazione comunale di un sobborgo di Gerusalemme perché questa aveva chiesto alle donne di usare un “abbigliamento casto” tramite dei poster.

Nel mese di gennaio Erez-Likhovski ha inoltre vinto una causa contro una stazione radiofonica ultraortodossa che da anni non fa parlare le donne al microfono, e che ora dovrà dare lavoro anche a moderatrici donne. L’IRAC è salito alla ribalta per la prima volta nel 2007, quando ha citato in giudizio una società di autobus che, su linee frequentate prevalentemente da ultraortodossi, aveva approntato file separate per uomini e donne.

Dopo quattro anni, l’organizzazione ha spinto la Corte Suprema ad emettere una legge che vieti ogni discriminazione sessuale sugli autobus israeliani. Da allora, lotta con successo contro la repressione delle donne dagli spazi pubblici. Con il caso di Rabinowitz ora l’IRAC è passata alla lotta nei cieli, perché negli spazi ristretti degli aerei si giunge spesso a tensioni tra ultraortodossi e liberali.

Da anni, in alcune parti della società ultraortodossa, ha luogo una radicalizzazione, specialmente in merito alla segregazione di genere. Per distinguersi dagli altri, alcuni rabbini danno vita a leggi sempre più severe per garantire una convivenza “casta”. Le file di posti separate negli autobus, per evitare contatti involontari e le eventuali – Dio ce ne scampi! – conseguenze piacevoli, sono una perla stilistica: altrove si sono voluti introdurre marciapiedi separati, orari di visita separati negli studi medici e addirittura code separate dal macellaio.

Molti ultraortodossi che si considerano haredim – e tremano davanti a Dio – vedono questa tendenza con un mix di preoccupazione e straniamento. Ma è rischioso dichiararsi contrari. E quindi la tensione in terra porta anche a scontri in cielo.

«Sono una signora anziana, istruita, ho girato il mondo, eppure un uomo qualsiasi può intimare che non mi sieda accanto a lui. Perché?»

Renee Rabinowitz

Solamente a febbraio, un haredi è stato portato via in manette da un aereo El Al, perché su un volo da Varsavia a Tel Aviv ha preteso a gran voce che fermassero il film trasmesso. La pellicola, Truth – Il prezzo della verità, per il 36enne era «poco casta». L’uomo ha quindi fracassato due schermi a bordo prima che l’equipaggio riuscisse a sopraffarlo e a consegnarlo alle autorità una volta atterrati.

Nel novembre del 2015, il capitano di un altro velivolo ha interrotto “liberamente” il film mostrato da Mosca  a Tel Aviv perché i passeggeri ultraortodossi si erano lamentati del contenuto della commedia romantica Aloha. Non vogliamo turbare la maggioranza dei passeggeri devoti a bordo, spiega un’assistente di volo ai passeggeri secolari indignati.

Nel dicembre del 2014, alcuni haredim hanno impedito per un’ora e mezza il decollo del Delta Air Lines da New York a Tel Aviv. Si rifiutavano di sedersi vicino alle donne e rimanevano in piedi nel corridoio. Tre mesi prima per un caso simile un aereo della El Al era rimasto fermo quasi 11 ore. Dopo il decollo, gli haredim sono rimasti per tutto il tragitto dagli USA fino a Israele nel corridoio per non doversi sedere di fianco alle donne.

La signora Rabinowitz ha detto al New York Times: «Per me la richiesta di lasciare il mio posto non era nulla di personale. Si tratta di una questione intellettuale, ideologica, legale. Sono una signora anziana, istruita, ho girato il mondo, eppure un uomo qualsiasi può intimare che non mi sieda accanto a lui. Perché?»

El Al vede le cose diversamente: «Prima della partenza l’equipaggio raccoglie le richieste di ogni passeggero» dice la portavoce della società Dan Hermann a Die Welt. «Alcuni vogliono stare seduti vicino ai conoscenti, altri non vogliono avere accanto bambini in lacrime. Ci sono moltissime ragioni».

La discriminazione in volo è illegale

Si cerca insomma di prendere in considerazione tutte le richieste, anche quelle degli haredim. Alla signora Rabinowitz sarebbe stato chiesto «in maniera molto discreta e rispettosa se fosse disposta a cambiare posto e a spostarsi in posizione migliore più avanti» riferisce un comunicato di El Al. Le avevano spiegato chiaramente che «non aveva alcun obbligo di farlo. E la signora Rabinowitz era d’accordo».

Per Erez-Likhovski, hanno solo rigirato la frittata: «Riceviamo infinite lamentele di donne a cui è stato chiesto di cambiare posto. Ovviamente si lascia loro una scelta, ma solo in apparenza. Perché gli altri passeggeri e l’equipaggio esercitano pressioni pur di partire in orario».

Con la signora Rabinowitz c’è finalmente un caso in cui l’equipaggio è intervenuto e ha applicato una pressione indiretta. Chiedere a una donna solo a causa del suo sesso di spostarsi non è certo paragonabile a chiedere a qualcuno di spostarsi perché non si vuole essere disturbati da un bambino che piange: «Sostituite la parola “donna” con “nero”, “arabo” o “ebreo”. E allora diventa palese che si tratta di una forma di discriminazione. In uno Stato democratico il sesso non può essere la giustificazione per far spostare qualcuno».

Se gli haredim non vogliono sedersi di fianco alle donne, allora devono trovare un altro modo, ad esempio prenotando due posti o mettersi d’accordo prima e prenotare due posti adiacenti, spiega l’avvocato. L’idea di riservare voli per gli haredim con separazione dei sessi, però, viene rigettata in toto da El Al. Sarebbe altrettanto illegale.

L’accusa, che andrà in tribunale la settimana prossima, chiede a El Al circa 11.000 euro di danni. Non si tratta di una class action, ma proprio come in passato «singole cause contro conducenti che chiedono alle donne di sedersi in fondo avranno un grande effetto: ci penseranno bene, ora, gli assistenti di volo, prima di chiedere a una donna di spostarsi solo perché un haredi non vuole accomodarsi vicino a lei» spiega Erez Likhovski. Così, la lotta per i diritti delle donne in Israele sarà combattuta anche nei cieli – probabilmente con molto ritardo.


Gil Yaron, «In Israel tobt ein Kulturkampf über den Wolken», Die Welt, 5 marzo 2016

 

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