I giganti della terra

Alla ricerca degli alberi più vecchi del mondo

Per un anno Zora del Buono ha viaggiato per il mondo – rendendo visita a querce canute, al minuscolo Hiroshima Survivor, a un clone in Svezia e ad altri, antichissimi esseri viventi che popolano il nostro pianeta.
Di Wieland Freund

Nel cuore de Il Signore degli Anelli, favoloso libro di Tolkien, gli hobbit Merry e Pipino sfuggono al pericolo rifugiandosi in un’oscura foresta. Sono riusciti a scampare ai terribili orchi e alla battaglia che ancora divampa là fuori.

Come la notte che, scrive Tolkien, cerca riparo dall’alba sotto le cupe fronde della foresta, i due entrano nella mitica foresta di Fangorn. E anche se non sono usciti dal tempo, hanno messo piede in un regno in cui il tempo funziona in modo diverso.

Minuti, ore, giorni e settimane qui non esistono; meglio contare in anni, o addirittura in decenni. «Niente fretta», queste sono le prime parole di Barbalbero, guida di Merry e Pipino in questo mondo. «Niente fretta, è questo il mio motto».

«L’opera antica dei giganti»

Come Tolkien spiega subito, Barbalbero è un Ent, un guardiano della foresta, che ha preso come suoi protetti gli altri alberi. E, come sempre avviene nel caso di Tolkien, uno storico della lingua, vale la pena dare un’occhiata all’origine di questa parola. Tolkien l’ha scovata in una poesia di mille anni: «Eald enta geweorc», che significa all’incirca «l’opera antica dei giganti».

Età e dimensioni, entrambe sono comprese da questa frase, eppure sembra che l’umanità, nel suo processo per diventare “essere umano”, abbia preso ad ammirare più la vecchiaia come forma di grandezza degli alberi. Con il motto di “sempre più grande, sempre più veloce, sempre più avanzato” ottiene ottimi risultati, ma essa stessa deve ammettere il suo insuccesso in discipline come pazienza, durata o riposo.

Il successo del guardaboschi dall’aria un po’ esoterica Peter Wohlleben è giustificabile alla luce del fatto che presenta gli alberi come supereroi della decelerazione. Il suo libro, Il segreto degli alberi, è stato uno dei principali best-seller dello scorso anno.

Il fascino dell’architetto e autrice Zora Del Buono è simile, anche se il suo libro sugli alberi è concepito in maniera totalmente diversa. La vita dei potenti, questo il suo nome, e già il sottotitolo in cosa consista questo potere: Viaggio alla ricerca degli alberi più antichi. La grandezza in questo libro ha un ruolo subalterno.

Zora Del Buono ha addirittura fatto visita a un bonsai che, un po’ come Merry e Pipino dietro Barbalbero, si è nascosto dietro un muro ed è quindi sopravvissuto alla bomba atomica sganciata su Hiroshima, anche se si trovava a soli tre chilometri dal luogo in cui è esplosa la testata nucleare di quattro tonnellate, “Little Boy”.

L’Hiroshima Survivor, un pino bianco giapponese, oggi è ammirabile a Washington. Lungo 117 centimetri, dal 1625 viene “tagliato, sbocciolato, cablato, fissato, sfoltito e rifornito di sostanze nutritive”. A differenza degli altri alberi che Zora Del Buono ha visitato, il bonsai non è un albero libero.

Big Tree Park

Del Buono, che di recente ha fatto parlare di sé per il racconto Gotthard, ha viaggiato per un anno alla ricerca di quindici alberi antichi, non proprio in tutto il mondo, ma in alcuni dei suoi angoli più pittoreschi – Inghilterra, Francia, Germania, Svizzera e anche gli Stati Uniti – con una «Rolleiflex a due obiettivi» in borsa, «la classica fotocamera medio formato per ritratti analogici».

Sono due parole importanti, le ultime. “Analogico”, va da sé – parola d’ordine: decelerazione. “Ritratto” sta a indicare che del Buono ha fatto visita a vere personalità di spicco, da cui emerge uno sporadico antropocentrismo nella descrizione. Come Lady Liberty, un cipresso calvo nel Big Tree Park di Longwood, Florida, che nel piccolo reportage di Del Buono diventa in un certo qual modo un albero femminista, perché per duemila anni è dovuta rimanere all’ombra del suo vicino di sesso maschile, il Senatore.

Nel frattempo di “lui” è rimasto solo un ceppo carbonizzato, deceduto a 3000 anni in una tempesta nel gennaio del 2012. Noi esseri umani, scrive del Buono, «non abbiamo ricevuto il dono del tempo e la nostra vita corrisponde a quella di una betulla qualsiasi, uno degli alberi in assoluto meno longevi».

Ma naturalmente l’età degli alberi si misura anche come loro testimonianza dell’attività umana. L’Ankerwycke Yew, un tasso alto soli 14 metri ma largo 9 e cresciuto in maniera insolita, con i rami che cadono pesantemente verso il suolo e che in duemila anni hanno già dato vita alle loro proprie radici, ha probabilmente (anche se non è detto) assistito alla firma della Magna Charta.

Angel Oak e Dicke Marie

L’Angel Oak sulla Johns Island, nella Carolina del Sud, invece, era quasi sicuramente un albero sacro per le tribù indiane di Stono e Bohicket, quando sono arrivati gli spagnoli nel XVI secolo. Più tardi – quando, come dimostra un documento contemporaneo, sulla Johns Island vivevano «190 bianchi, 2666 negri, 6 negri liberi» – degli schiavi in rivolta sono stati linciati davanti all’albero rigoglioso, con i suoi «rami grandi come un uomo» che si divincolano in tutte le direzioni.

E a Berlino, dove nella foresta Tegeler Forst Del Buono ha fatto visita a Dicke Marie [Marie la grassa, N.d.T.], una quercia ormai non più arzilla con i suoi 800-900 anni, è apparso chiaro perché i tedeschi celebrano la foresta con una certa riserva. Di Marie la grassa era infatti responsabile il “maestro di caccia” Hermann Göring, mentre Benno Wolf, il vero padre della legge per la protezione della natura entrata in vigore nel 1935, è stato assassinato dai nazisti a Theresienstadt perché ebreo.

Ma Dicke Marie conosce anche un’altra Germania: nel maggio del 1778 era ammirata dal giovane Goethe, e a quanto pare sono stati i fratelli Humboldt, che vivevano “vis-à-vis”, a darle quel suo nome canzonatorio. Forse per fare ammenda, Alexander avrebbe coniato per lei anche il nome di “monumento naturale”.

La ricerca e la visita agli alberi (quello di cui si occupa anche Del Buono) oggi è chiamata “treehunting”, un termine decisamente più recente di Humboldt, ma il desiderio di partecipare anche in minima parte all’eternità degli alberi è antico come l’umanità. Ad Allouville-Bellefosse, un paesino della Normandia, un prete matto e un abate altrettanto matto hanno trasformato una quercia vecchia milleduecento anni in una cappella con eremo annesso, e con rivestimento di scandole, torretta fallica e statua di Maria incorporata hanno reso l’albero una gabbia di matti.

Servirà qualche centinaio d’anni per richiudere l’ingresso alla parte interna dell’albero – sempre se lo permetteranno. Oggi la posizione dell’albero più alto del mondo, la sequoia gigante Hyperion, viene tenuta segreta per motivi di sicurezza.

Old Tjikko, invece, un abete rosso del nord della Svezia, si può raggiungere solo un l’aiuto di una guida locale, che non rivela le coordinate GPS. Old Tjikko ha una leggendaria età di 9500 anni, ma lo stesso non si può dire per il suo fusto striminzito, logorato dalle intemperie e di soli cinque metri e mezzo. Perché questo abete è un cosiddetto albero clonale, il cui rizoma (stando alla datazione al radiocarbonio) risale al 7550 a.C.

Trembling Giant

Ma Zora Del Buono viaggia ancora più indietro nel tempo. Nello stato mormone dello Utah, da qualche parte lungo la Highway 25, ha visitato Pando, forse il più antico essere vivente del pianeta, un pioppo tremulo che a maggio è ancora un groviglio nudo biancastro, alto più di 2000 metri, che a prima vista si potrebbe confondere con un gruppo di betulle. Come Old Tjikko, questa colonia di pioppi vegetativa-clonale si moltiplica, e da almeno 80.000 anni.

Nell’Antropocene, però, il Trembling Giant non se la passava bene: l’uomo dava la caccia ai lupi, che proteggevano Pando dal brucare famelico degli erbivori, e lui di rimando riusciva a spegnere il fuoco che inceneriva i suoi rivali.

Old Tjikko, però, approfitta del cambiamento climatico provocato dall’uomo. Nel suo inospitale avamposto nella torbiera presto cresceranno altri pini, ponendo fine alla sua solitudine. Ucorni, così chiama Tolkien quegli alberi che sono diventati essi stessi guardiani di alberi.


Wieland Freund, «Auf der Suche nach den ältesten Bäumen der Welt»Die Welt, 25 gennaio 2016

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