#JeSuisCirconflexe

Con 26 anni di ritardo, la riforma ortografica francese suscita polemiche

Di Dan Bilefsky

In Francia, la patria di Molière, le questioni linguistiche sono così sacre che ogni giovedì gli “Immortali”, i guardiani della lingua francese della Académie Française, si incontrano per discutere – tra le varie cose – le proposte di cambiamento al solenne dizionario dell’istituzione.

Stando all’accademia, l’ultima edizione completa del dizionario fu pubblicata nel 1935, e i cambiamenti si estendono per secoli interi. La nuova edizione completa non è ancora finita – gli autori sono arrivati alla R.

Quindi non è così sorprendente scoprire che gli animi si sono scaldati questa settimana dopo che un servizio dell’emittente TF1 ha annunciato che uno dei cambiamenti sarebbe stata la rimozione dell’accento circonflesso, conosciuto come “il cappello”, dai manuali di francese.

A peggiorare le cose, il servizio ha inoltre annunciato che a settembre, quando inizierà il nuovo anno scolastico, gli insegnanti dovranno modificare l’ortografia di oltre 2400 parole francesi, tra le quali oignon – cipolla – che diventerà ognon.

Tra le parole prese in prestito dall’inglese, segnala l’emittente, il trattino di week-end sarebbe destinato a sparire, così come il trattino di tictac (attualmente tic-tac, o ticchettio, quello dell’orologio), mentre la parola leader verrebbe francesizzata e si trasformerebbe in leadeur. Il nénuphar, la ninfea gialla, sarebbe destinato a diventare nénufar.

La reazione sui social media è stata rapida e critica: intellettuali, insegnanti e tradizionalisti hanno sfruttato Twitter per sfogare la loro rabbia nei confronti di quello che agli occhi di molti è un attacco a secoli di cultura e storia.

A simboleggiare l’indignazione provocata dai cambiamenti, l’hashtag #JeSuisCirconflexe si è diffuso a macchia d’olio su Twitter – un’allusione a #JeSuisCharlie, lo slogan usato per mostrare solidarietà dopo gli attacchi terroristici dello scorso anno al giornale satirico Charlie Hebdo.

Guillaume C., un utente di Twitter, ha preso i cambiamenti linguistici, tra i quali lo sfoltimento dell’accento circonflesso, come un affronto personale. «Ho iniziato la giornata con un po’ di vomito in bocca», il suo tweet.

Altri si sono affrettati a far notare dei pericoli linguistici derivanti dalla perdita dell’accento circonflesso per distinguere sûr, l’aggettivo “sicuro”, da sur, la preposizione “sopra”.

«”Sono sicuro che tua sorella sta bene” e “sono sopra tua sorella sta bene” non sono la stessa cosa», ha fatto notare un altro utente su Twitter, usando una forma colloquiale della lingua.

A dire il vero, l’accento circonflesso diventerebbe opzionale sulle “i” e sulle “u”, e soltanto per le parole che non lo necessitano. Rimarrà obbligatorio in diversi tempi verbali francesi e nei casi in cui ci sono chiare differenze di significato.

Alla rivolta si è aggiunta anche l’Unione Nazionale Interuniversitaria, gruppo studentesco con tendenze conservatrici, che ha pubblicato una petizione in cui si accusava il ministro dell’educazione Najat Vallaud-Belkacem di aver abusato della sua “autorità” per rivoluzionare l’ortografia francese.

Sfortunatamente per loro, ha segnalato Le Monde, gli studenti hanno commesso un errore ortografico nel coniugare il verbo “autorizzare”.

In risposta a questo trambusto, il Ministero dell’educazione ha comunicato che i cambiamenti non erano affatto nuovi, in quanto erano stati approvati dall’Académie nel 1990 come raccomandazioni opzionali che molti manuali e istituti scolastici scelsero di ignorare.

Nel 1635 il Cardinal Richelieu, primo ministro sotto Luigi XIII, decise che l’Académie Française avrebbe stabilito le regole d’uso della lingua francese.

La riforma del 1990 che ha scatenato il putiferio di questi giorni ricomparve già nel 2008, quando il Ministero dell’istruzione pubblicò un documento in cui si invitavano caldamente le scuole a metterla in pratica.

Nicolas Sarkozy era presidente all’epoca del documento, che venne ampiamente ignorato. Lo stesso è successo nel 2015: un nuovo invito dal Ministero alle scuole – questa volta sotto la presidenza del socialista François Hollande – che passò a sua volta inosservato.

Quest’ultimo dibattito sembra aver riguadagnato vigore in questi mesi, quando i funzionari dell’istruzione hanno reiterato il loro appello. Solo questa volta gli editori dei libri di testo hanno deciso di accettare i cambiamenti.

Patrick Vannier, che lavora al dizionario dell’Académie, ha dichiarato in un’intervista telefonica da Parigi che la reazione pare davvero eccessiva. Ma d’altra parte si è sentito rincuorato nel vedere come i francesi, anche nell’epoca dell’iPhone, siano ancora legati ai loro dizionari.

«Sono felice di come questo mostri quanto i francesi tengano ancora alla loro lingua» ha dichiarato. «E mostra anche che manca una prospettiva storica, e che la gente pensi che i cambiamenti della lingua siano eterni, mentre invece si evolvono col tempo».

Proprio così, la modifica dell’atteggiamento verso la lingua in Francia è un segno dei tempi. Tre anni fa, quando venne introdotta una proposta di legge per permettere alle università francesi di tenere più corsi in lingua inglese, un celebre intellettuale parlò di «progetto suicida».

Ma l’anno scorso, il Ministro della cultura Fleur Pellerin affermò che i francesi non avevano bisogno di proteggersi dalle influenze straniere, inglese incluso. Le sue parole furono accolte dai pensatori più modernisti.

Dopotutto, lei è la leadeur del Ministero.


Dan Bilefsky, «French Spelling Changes, 26 Years in the Making, Cause a Fracas», The New York Times, 5 febbraio 2016

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