La resistenza non basta

La primavera araba: cosa è andato storto?

A distanza di cinque anni, è evidente che la resistenza civile è in grado di allontanare i dittatori, ma non di dare potere alla gente.
Di Adam Roberts

Cinque anni fa, con la primavera araba, si vinceva la prima di molte battaglie in Tunisia. Appena quattro settimane prima avevano preso piede nella parte meridionale del Paese, con una storia alle spalle di resistenza al governo centrale, manifestazioni popolari di natura non violenta.

Dopo che il 17 dicembre del 2010 il venditore di prodotti ortofrutticoli Mohamed Bouazizi si era dato fuoco in segno di protesta, le manifestazioni si erano diffuse a macchia d’olio, culminando in un enorme raduno fuori dal Ministero degli Interni, a Tunisi, il 14 gennaio. Quel giorno, posto di fronte a una spaventosa opposizione e a uno sciopero generale, il Presidente tunisino, Zine El-Abidine Ben Ali, è scappato. E da allora si nasconde in Arabia Saudita.

Perché all’apparente successo della rivoluzione tunisina hanno fatto seguito tanti disastri? È possibile che un ampio movimento pacifico in grado di ispirare milioni di persone nel mondo abbia contribuito a creare la situazione che vediamo oggi, con guerre civili internazionalizzate in Siria e nello Yemen, l’ascesa dello Stato islamico, un regime autoritario in Egitto, il collasso del governo centrale in Libia e migranti disposti a rischiare tutto pur di sfuggire a questi orrori?

Una risposta rapida è che sbarazzarsi di un dittatore corrotto non basta. E costruire istituzioni democratiche ripristinando la fiducia in uno Stato imperfetto è un compito di gran lunga più arduo. È stata la mancata comprensione di questo concetto che nel 2003 ha spinto Stati Uniti e Gran Bretagna verso la disastrosa avventura irachena. Ma non sono solo neoconservatori e compagnia bella a dover imparare questa lezione. Mi riferisco ai sostenitori e ai praticanti della resistenza civile non violenta, troppo spesso concentrati sullo sbarazzarsi del dittatore senza pensare a quello che accade dopo.

La Tunisia stessa rimane precariamente lo Stato in cui, a seguito della primavera araba, si sono registrati i maggiori cambiamenti politici al minor costo umano. Il regime non è caduto solo per la partenza di Ben Ali. Quello è stato solo l’inizio. Nel Paese è iniziata una lunga lotta non solo per sostituire i seguaci più corrotti e incompetenti del vecchio regime, ma anche per concepire un nuovo ordine costituzionale. Ci sono voluti due anni, e ci si è riusciti solo grazie a una certa dose di fiducia tra le parti coinvolte.

Quali fattori hanno permesso alla Tunisia di operare una transizione verso una democrazia pluripartitica? Due che vengono spesso citati sono l’etica tradizionalmente apolitica dell’esercito tunisino e l’affinità culturale tra Tunisia ed Europa. Ma un terzo fattore chiave, strettamente connesso ai primi due, è il ruolo determinante del Movimento della Rinascita.

Ben prima del 2011 questo organismo islamico – molto diverso dai gruppi islamici di altri Stati – si era orientato verso una spiccata democraticità. Con la presidenza di Ben Ali, aver vissuto un’estrema repressione ha fatto sì che il partito agisse assieme agli altri partiti politici. Dopo la rivoluzione ha riconosciuto in maniera esplicita il presupposto fondamentale della democrazia, ovvero che i partiti devono essere disposti a perdere un’elezione. Nel 2014 il Movimento della Rinascita è stato di parola, cedendo il potere subito dopo aver perso un’elezione. Dopo il successo ottenuto dalla Tunisia nello sbarazzarsi di Ben Ali, si è assistito in Egitto nel 2011 alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak, in Libia alla morte del colonnello Mu’ammar Gheddafi l’ottobre seguente e nello Yemen alla partenza del presidente ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ nel febbraio del 2012. Quattro autocrati spariti in un anno solo.

A eccezione della Libia, dove l’atmosfera è stata violenta sin dall’inizio, queste rivoluzioni potrebbero essere considerate trionfi della resistenza civile. Eppure in nessuno di questi Paesi post-tunisini c’è stata una conclusione vagamente simile a un successo.

L’Egitto ha visto il rovesciamento del governo eletto dei Fratelli Musulmani ad opera di un colpo di stato che aveva molto sostegno popolare, ma che è sfociato in un regime non meno autoritario di quello di Mubarak. Le guerre in Libia e nello Yemen hanno mostrato cosa può succedere togliendo ogni controllo a una società profondamente divisa.

Nel frattempo, Bahrein e Siria, due Paesi in cui ci sono stati forti movimenti di opposizione ma nessuna rivoluzione, hanno ottenuto due risultati totalmente diversi, nessuno dei quali coincidente con le speranze dei manifestanti: nel Bahrein c’è stato un rafforzamento del governo grazie all’intervento militare saudita, e in Siria un totale disastro. Le forze esterne non hanno giocato un ruolo glorioso nella vicenda.

Ma i guai non finiscono qui. Nel suo Messaggio di speranza e buone nuove al nostro popolo in Egitto, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaeda dopo l’assassinio di Osama Bin Laden nel maggio del 2011, sembrava colpito dalle insurrezioni in Tunisia e in Egitto.

Eppure nelle sue parole, com’è prevedibile, non sembrava in alcun modo riconoscere che la lotta pacifica può fare più di tutte le distruzioni omicide di al-Qaeda. Inoltre, la crescita dell’Isis e dei suoi affiliati a partire dal 2014 ha mostrato quanto sia facile per i movimenti islamici estremisti approfittare dei crolli del governo. In effetti, l’enfasi dell’Isis sul controllo fisico del territorio – che tanto lo distingue da al-Qaeda – è una logica conseguenza del vuoto di potere di molti Stati colpiti dalle conseguenze della primavera araba.

Cosa ci dice questo doloroso racconto sulle capacità della resistenza civile di liberare il popolo dagli autocrati? Emergono tre lezioni.

La prima è che la resistenza civile ha un potere – forse a volte troppo grande. Può minare le fondamenta su cui poggia l’autocrazia. Ma non può funzionare con un personaggio come Bashar al-Asad in Siria, che può contare sul sostegno di una parte significativa della società. E se è in grado di minare le fondamenta dell’autocrazia, i suoi sostenitori devono riconoscere l’esistenza e le gravi conseguenze di un vuoto di potere.

La seconda lezione è che pensare alla resistenza civile, come si è sempre fatto, come ad un fenomeno superiore agli affari mondani del governo crea enormi problemi. Ovunque essa venga usata contro un regime, è necessario avere a disposizione un piano credibile per governare lo Stato: in assenza di un piano del genere, la resistenza civile è parte del problema, più che della soluzione. Molti dei movimenti spontanei e in alcuni casi privi di leader della primavera araba del 2011 non sono stati in grado di assumersi il tedioso compito proprio dei partiti politici e dei costituzionalisti.

La terza lezione è che in molti casi è possibile che i movimenti popolari avanzino pretese più modeste della caduta del regime. In Giordania e Marocco, ad esempio, le campagne della primavera araba hanno avuto un carattere essenzialmente riformista. Sarà anche troppo presto per dire se abbiano o meno avuto successo, ma almeno hanno evitato alcune delle catastrofi degli ultimi cinque anni.

Gli eventi straordinari seguiti alla morte di Bouazizi in una zona remota della Tunisia sono sembrati all’epoca un classico esempio di effetto domino: onde di potere popolare che rovesciano i tiranni del mondo arabo. Ma le tragedie che sono seguite confermano quanto ogni Stato funzioni in maniera diversa, dato che storia, economia, geografia e sistema religioso sono diversi da un Paese all’altro. Spesso le rivoluzioni valicano le frontiere, come è successo ad esempio nel 1848, nel 1989 e ora nel 2011. Ma non è detto che il viaggio vada a gonfie vele.


Adam Roberts, «The Arab spring: why did things go so badly wrong?», The Guardian, 15 gennaio 2016

 

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