Il continente fragile — I

Europa – Il continente fragile
Viaggio in sette tappe

Di Alexander Smoltczyk

Gortina è un po’ discosta dalla strada nazionale 97, un campo di rovine a sud di Creta. Gli olivi sono deformi, come vecchie gocce di cera, il frinire delle cicale cresce e si spegne. È cominciato tutto qui. Dev’esserci stato lo stesso profumo di resina, la stessa luce. Camuffato da toro bianco, Zeus, dio degli dèi, ha rapito la principessa Europa da Sidone, sull’altra sponda del Mediterraneo, e l’ha portata qui a Gortina. Cosa sia successo poi, lo dice un cartello della forestale greca appeso a un platano:  “…qui Zeus ebbe un rapporto sessuale”. Proprio sotto questo platanus orientalis, da allora sempreverde.

Greece Crete Blooming field with Olive trees PUBLICATIONxINxGERxSUIxAUTxHUNxONLY RUNF000036

Sidone, città natale di Europa, è stata bombardata nella guerra in Libano.

È difficile trovare ancora qualcuno a Gortina in cui il nome Europa “susciti” passione, e non solo il ricordo di un atto sodomitico. «Chi ama l’Europa, ama i soldi» dice torva la guardiana del platano, Antonia Papadaki.

Un tempo era bello dirsi parte dell’Europa. Non c’era una cittadina, in Bulgaria, Grecia o Portogallo, in cui non ci fosse almeno un “Caffè Europa”, o un’autorimessa “Europa 2000”. Lavanderie, bordelli, fruttivendoli, scuole di lingua, il nome era lo stesso. Le cose ora sono cambiate. Al volgere dell’anno, l’Europa è nuda, ma non più sexy.

Il termine orgoglioso si è ridotto a una parola che gli anglosassoni scriverebbero con quattro lettere, e non è “euro”. Nel frattempo, gli extraeuropei a migliaia rischiano la pelle per mettere piede nel continente.

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Per la prima volta, l’Unione Europea è messa alla prova contemporaneamente da due lunghe crisi, quella finanziaria e quella dei rifugiati. Una situazione del tutto nuova per il vecchio progetto. Le cose si fanno serie.

«I politici ci hanno traditi» dice Antonia Papadaki, di nuovo ilare perché naviga in acque sicure. Chissà se la gente sa, chiede, che vicino al suddetto platano è sorta la prima agorà dell’isola, la piazza libera dei cittadini? Quindi da un amore coatto si è anche sviluppata la possibilità di commercio, dialogo, scambio tra cittadini.

E poi, aggiunge, qui hanno portato alla luce un codice di leggi, uno dei più antichi del continente. Ci sono norme su adescamento, adulterio e stupro, bazzecole per Zeus. Con frasi intagliate nella roccia come: «Quando arriva uno schiavo e sposa una donna libera, i loro figli devono essere liberi».

A Gortina ebbe anche inizio ciò per cui giovani russi e whistleblower si sono recati, migliaia di anni dopo, in Europa: la certezza del diritto per i liberi cittadini. E cosa è rimasto? Sarebbe divertente seguire una visita guidata di un gruppo di turisti cinesi, da una diversa curvatura spazio-temporale. Sette Paesi in dodici giorni, armati solo di bloc-notes e iPhone. Il percorso non è importante. L’Europa si può raccontare a partire da Gortina, Roma, Atene, Berlino, Parigi, Santiago di Compostela. Dai margini o dal centro. Si potrebbe anche iniziare a Weimar o Buchenwald, come ha proposto lo scrittore Jorge Semprún. L’Europa è un insieme di molti racconti. Che rimandano l’un l’altro e al loro interno al punto tale che è del tutto indifferente da dove si inizia il viaggio.

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L’Europa è un continente senza confini chiari o una figura geologica definita, aperto al resto del mondo e ignaro di cosa e chi sia davvero.

Più un in-continente, questo oggetto, anche nel suo bel doppio senso: privo di compattezza, con confini aperti e casse statali incontinenti. L’aeroporto di Creta per voli low cost si chiama La Canea e si trova direttamente sul mare. Pare che sia una pista di atterraggio straordinario per le missioni dello space shuttle. Il mare è una lastra di vetro smerigliato. È lo stesso mare aperto che, molti anni dopo Zeus, altri hanno scelto per il loro viaggio. Un viaggio mortale in una scialuppa. A rischio naufragio, sono stati sospinti qui di fronte alle coste cretesi da chissà dove, senza possibilità di manovrare la barca per diversi giorni. «Cominciava a dileguare ogni speranza di potersi salvare. Eravamo 276 persone a bordo». Gli scafisti avevano deciso di uccidere i passeggeri «perché nessuno sfuggisse gettandosi a nuoto». Ma uno, il capitano, l’aveva impedito, come racconta un sopravvissuto: «diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare, per raggiungere la terra, e poi gli altri, chi su tavole, chi su altri arnesi della nave. E così avvenne che tutti poterono mettersi in salvo».

Il racconto di questo evento non si legge sulla homepage di Frontex. È nel Vangelo di Luca.

Wrocław

Dall’aeroporto La Canea di Creta c’è un volo diretto per Wrocław alias Breslavia, capitale europea della cultura per il 2016.

Certi giorni lì in un bar del centro storico si vede una donna con un abito a piccoli pois rossi che scrive, un viso tutto occhi e  tatuaggio di un ratto sul braccio.

Nadia Szagdaj scrive gialli. Fa anche film, suona il violoncello e ha studiato al Conservatorio come mezzosoprano. Ma principalmente la 31enne si siede nella Piazza del Mercato, prende appunti sul mondo e scrive romanzi gialli ambientati nella Bassa Slesia. La sua eroina si chiama Klara Schulz, «da Clara Schumann, la mia compositrice preferita» ed è un’inquirente nella Breslavia a cavallo tra due secoli.

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«Wrocław o Breslavia, per me è uguale. Amo la mia città…» dice Nadia Szagdaj. E completa: «ma non il mio Paese».

A quanto pare nessun Paese è cambiato tanto quanto la Polonia con la caduta del muro di Berlino e l’UE. Per Nadia Szagdaj, “Europa” e “Slesia” non sono più termini di guerra, ma cose ovvie, come la patria. Dice quello che una generazione prima di lei non avrebbe mai pensato: «Sono prima di tutto una cittadina della Bassa Slesia, poi europea, poi polacca».

E in “Polonia” convoglia ottusi politici di partito di Varsavia e la Chiesa, «ossessiva, omofoba, ipocrita e antisemita fino alla predica della domenica».

Nadia Szagdaj parla degli anni ’90, quando i suoi genitori hanno infilato la famiglia nella Polski-Fiat per andare in Europa. Spagna, Olanda, Roma.

«L’Europa per me era un posto da cui la gente tornava avendo imparato a ridere». Come, prego? «Le cose stavano così. La gente iniziava a viaggiare e la città cambiava. Prima era grigia, poi si è fatta colorata».

Il sindaco di Wrocław è considerato il maestro delle richieste di finanziamenti ed è già stato rieletto per la terza volta. Sempre più edifici sono restaurati, la vecchia stazione, la sede della polizia nel Ring, i mosaici dorati nel centro commerciale “Phoenix”. Le autostrade polacche, nel frattempo, sono diventate più tedesche che nella Repubblica Federale. In fin dei conti, però, sono stati i “Polish plumbers” a cambiare il Paese.

Gli artigiani sono stati i primi a comprendere che non si devono aspettare le direttive di Bruxelles, ma salire sul primo volo e fare soldi.

A migliaia si sono messi in viaggio con la loro Fiat Polski o con la Ryanair, ma sempre con la valigetta degli attrezzi, verso le Midlands o nella Svevia. Hanno sgorgato, pulito, saldato, costruito mura e spalato.

Hanno fatto quello che fanno i neocittadini: cercare un’occasione e darsi da fare.

Molti sono rimasti all’estero. Altri sono tornati e hanno aperto dei negozi.

«Questo ha modificato ulteriormente la città» dice Szagdaj. «Però da noi quasi non ci sono più artigiani. Quei posti adesso li occupano gli ucraini».

Le corriere e i voli low cost sono diventati la linea tranviaria dell’Europa. La si prende per andare al lavoro, a Cork, Londra, Stoccarda. È un andare e venire. Andare al lavoro per alcuni, venire per altri, a inondare il centro di Roma, Breslavia, Berlino, Tessalonica.

«Un flusso di formiche», così ha definito l’autore Karl Schlögel questo processo molecolare che tiene in vita l’Europa, ben oltre le riunioni del Consiglio.

In ogni regione di confine si vede che anche gli strati meno istruiti si servono dello spazio socioeconomico europeo. Il mercato polacco al di là dell’Oder è una concreta utopia. Si può cercare l’Europa con l’animo o con gli assegni Hartz IV. Sono entrambe alternative legittime.

[continua]


Alexander Smoltczyk, «Europa – der zerbrechliche Kontinent EINE REISE IN SIEBEN STATIONEN», Der Spiegel, 

Fotocredits: Alexander Smoltczyk, Justin Jin/DER SPIEGEL, AFP, AP, Corbis, dpa, Getty images, imago, imago/Westend61, Reuters

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