Natale, l’apoteosi della solitudine

La solitudine: il prezzo della società moderna

Per molti, il Natale è la festa della solitudine. La nostra società supermoderna sforna individui privi di legami emotivi. E dire che il rimedio è semplice…
Di Susanne Gaschke

[…] «Il concetto di solitudine si applica agli individui che, per una ragione o per un’altra, sono stati lasciati soli» scrive il grande sociologo tedesco Norbert Elias nel commovente saggio La Solitudine del Morente: «Possono anche vivere in mezzo alla gente, ma questa non ha alcun significato affettivo per loro».

Per come la vede Elias, un individuo non può esistere senza legarsi agli altri, ed è il riflesso di quello che significa per gli altri. I malati incurabili, i moribondi, che ricevono cure ma non affetto negli ospedali e nei centri di cura, sono per lui la quintessenza dell’abbandono.

Gli anziani tedeschi non sono meno soli, anzi… Più del 20% della popolazione è oggi over 65, e lo sarà un terzo della popolazione totale nel 2060. Sono 5 milioni gli anziani che abitano da soli e 800.000 quelli ospitati in strutture di cura.

Molti fattori al giorno d’oggi aumentano il rischio di solitudine. In primis, l’allentarsi delle strutture familiari. Se i figli dei sessantottini erano ancora pronti a mettere in piedi una famiglia tradizionale, accettando al bisogno due, tre tentativi falliti, i loro nipoti sembrano avere una paura tremenda di legarsi a qualcuno: il rischio di soffrire è troppo grande.

Il numero di famiglie composte da una sola famiglia cresce costantemente: 11 milioni nel 1991, 16.4 oggi. Un matrimonio su tre fallisce, e possiamo solo immaginare quante siano le separazioni tra persone non sposate. Certo, non tutti i single […] si sentono soli, ma gli otto milioni di persone che ricorrono ai siti d’incontri indicano a chiare lettere la ricerca di intimità e vita a due.

Poi c’è la mobilità: sempre meno persone lavorano nella città dei genitori. O dei compagni di vita. 17 milioni, questo il numero dei pendolari tedeschi, che si spostino ogni giorno oppure ogni settimana. I figli si muovono in giro per il mondo. E gli urbanisti distinguono tra “casa in cui vivere” e “casa in cui passare la notte”. Servono nuove forme di abitazione, di incontro, di socialità. Come si fa a mantenere le amicizie con compagni di scuola o università, se uno abita a Monaco, uno a Brema e uno a Berlino?

A tutto questo si aggiunge l’individualismo e la flessibilità del mondo del lavoro: l’idea di “home office”, che prometteva di conciliare famiglia e lavoro, oggi per molti liberi professionisti è sinonimo di “home arrest”. I lavoratori indipendenti che nelle grandi città si affrettano a prendere posto con i loro laptop nei bar non cercano un latte macchiato. Ma la compagnia della gente. […]

Malati di solitudine

[…] La solitudine, lo confermano svariati studi internazionali, può anche farci ammalare. «La solitudine è di gran lunga il sentimento distintivo di questo decennio» afferma lo psichiatra e autore di successo Josef Aldenhoff. Secondo lui, Facebook e simili non sono antidoti efficaci.

Il facile ricorso agli smartphone amplifica solamente il problema […]. Nell’arco di un minuto si possono avere conferme da perfetti estranei. O dal partner, che può – e deve! – dimostrare il suo amore in cinque minuti.

Oltre alle tendenze dominanti, ci sono altre forme particolari di solitudine. Artisti e intellettuali conoscono bene la vita del libero professionista. “Mai in patria, sempre in casa” canta Sven Regener nel nuovo album degli Element of Crime: “Poco impegnato, con troppo da fare / salvami da me stesso / obiettivo amore, obiettivo tu”.

Lo scrittore Kristof Magnusson (Non sono stato io, Arztroman) descrive nei suoi libri la solitudine del viaggiatore: «Ogni volta che inizio un viaggio mi prometto che non sarà la solita storia, che renderò produttiva la solitudine, che la userò in modo sensato, per leggere, meditare, pianificare nuovi progetti. Eppure dopo il terzo impegno al massimo, ti ritrovi ancora con gli altri viaggiatori al bar dell’hotel, o di fronte allo schermo della TV finché non hai mangiato anche l’ultimo snack del minibar. Già gli scrittori sono folli, ma così bisogna fare attenzione a non diventarlo ancora di più».

Anche i bambini possono provare una solitudine indicibile. Commoventi le parole dell’autrice Astrid Lindgren (madre single, incredibilmente sola) riferite al piccolo Bertil, che sta tutto il giorno a casa da solo perché entrambi i genitori lavorano in fabbrica: «La sua era un’attesa terribile, e sarebbero dovuti sbucare dal lampione, tanto intensamente li aspettava». Oggi Bertil aspetterebbe al nido, su una sedia di fianco alla porta d’ingresso, forse. Ma aspetterebbe comunque a lungo: i suoi genitori arriverebbero solo dopo quattro ore.

Nei centri di accoglienza per i rifugiati si possono quasi concretamente vedere le nuvole di solitudine che incombono scure sulla struttura. Non c’è più una casa, di cui parlare, nessun luogo in cui tornare dopo la guerra – e le persone sono raggruppate a casaccio, sconosciute le une alle altre. Per dirlo con una frase di Norbert Elias, ognuno di loro, pur in mezzo alla gente, è solo come non mai. […]

Un Natale troppo lungo

E c’è poi la solitudine dei potenti e delle celebrità caduti in disgrazia, traditi dai colleghi od ostracizzati dai media[…]. Anche in questi casi, quello che conta è sempre la stessa cosa: il legame con le altre persone.

Non è un caso che la solitudine sia un sentimento di massa, specialmente a Natale. Ogni anno chi è solo è messo alla prova da questa festa. «Sarà perché la si sente come una festa interminabile» dice Jörn Thiessen, un pastore che conosce bene le necessità spirituali di chi è solo, ma anche la sensazione di perdere dei colleghi, dopo i quattro anni trascorsi al Bundestag.

«Bisogna creare occasioni di ritrovo: già a novembre cominciano i mercatini natalizi, e un buon pastore organizza ritiri spirituali, incontri per parlare dell’avvento e riunioni varie, con l’unico scopo di stare vicini a chi è solo in questi momenti».

Secondo Thiessen, «il riferimento a Dio può compensare solo in parte l’infelicità degli uomini». Bisogna però trasmettere il messaggio del Natale ai più tristi: «Anche per te sta per nascere qualcosa di nuovo». La vecchia storia di un nuovo inizio e della magia del Natale è sempre salda.

Uno dei film di Natale più belli degli ultimi anni è Love Actually. Perché chi ama invano, chi non è amato e perfino il primo ministro trovano un po’ di felicità nel giorno di festa, o quanto meno un lenimento per la loro solitudine. Non ci sono istruzioni su come procedere, ma ci sono le storie – dalla Bibbia fino al grande episodio speciale di Natale di Downton Abbey.

Forse, come consigliano tutti, possiamo pensare di più al nostro prossimo in questi giorni. Non volgere lo sguardo altrove. Invitare un paio di amici alla festa in famiglia. Ripensare al viaggio in Thailandia che avevamo programmato per le vacanze dell’anno prossimo. Piccole cose. Perché se no, cosa possiamo fare? Mancano solo sedici giorni a Natale.


Susanne Gaschke, «Einsamkeit ist der Preis der modernen Gesellschaft», Die Welt, 8 dicembre 2015

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