Il meglio è nemico del bene

Perfezionismo e burnout – amici per la pelle che è meglio evitare

Di Thomas Curran e Andrew Hill

Voltaire ha detto: «Il meglio è nemico del bene». E se non lo sapeva lui… Critico accanito della perfezione esistenziale, Voltaire ha trascorso buona parte della sua vita lavorativa ad attaccare l’idea di un mondo permeato da divinità impeccabili.

In Candido, il suo lavoro più celebre, Voltaire descrive il precettore Pangloss, devoto seguace dell’ottimismo di Leibniz – la filosofia secondo la quale Dio ha creato “il migliore dei mondi possibili”. Candido, confusionario studente di Pangloss, cerca spesso di riconciliare le imperfezioni morali del suo mentore con la nozione di un mondo ottimale, ma in conclusione perde ogni speranza. È solo attraverso questi fallimenti che Candido viene dolorosamente curato della sua ossessione per il perfetto.

Se ci spostiamo avanti velocemente di un paio di secoli, le lezioni apprese da Candido sono ancora valide. Viviamo in un mondo dominato dalla ricerca della perfezione. Nello sport, in classe, in ufficio, ovunque; le prestazioni perfette sono l’apogeo – per molti, la vera e propria definizione del successo. Eppure, come scopre Candido, c’è un difetto intrinseco in questa logica. Perché la perfezione è uno standard che non si può mai raggiungere e in definitiva non offre altro che infelicità per chi la ricerca.

Paure comuni

Da psicologi siamo affascinati dagli effetti del perfezionismo – quel tratto caratteriale che persegue standard personali eccessivamente alti e implica forte autocritica. È un tratto comune, ed è probabile che conosciate anche voi qualcuno che lo abbia: un collega pervaso dalla paura di fare errori, un compagno di squadra eccessivamente autocritico dopo una performance misera, o un bambino che non riesce a superare il fatto di non aver rispettato una scadenza. Sono tutte caratteristiche che definiscono un perfezionista.

Di recente abbiamo condotto una ricerca dalla quale emerge che il perfezionismo è strettamente legato al burnout. Il burnout è una sindrome associata allo stress cronico, che si manifesta come spossatezza estrema, conseguimenti percepiti come scarsi e successivo distacco.

La cosa interessante della nostra analisi è che i pensieri e sentimenti consapevoli centrali al perfezionismo, quelli associati alla paura di imperfezione e di compiere errori, influivano moderatamente o molto sui livelli di burnout. La cosa ancora più interessante è che questa relazione era particolarmente forte negli ambienti di lavoro, piuttosto che in quelli sportivi e formativi.

Le nostre analisi non hanno identificato perché il perfezionismo sia tanto diffuso quanto problematico sul posto di lavoro, ma ci sono numerose possibilità. Il lavoro è generalmente centrato sulla prestazione – e una scarsa prestazione implica costi significativi che nel caso peggiore determinano licenziamenti. Quando il perfezionismo si determina al servizio di una pressione simile, i risultati della prestazione invece che una motivazione sono fonte di grave stress – esacerbando la paura di fallire che è centrale al collegamento tra perfezionismo e burnout.

In trappola

Un’altra spiegazione per lo stretto legame tra perfezionismo e burnout sul lavoro è che gli impiegati a volte si sentono in trappola. È specialmente il caso in un periodo di regressione economica come il nostro, quando le opportunità di cambiare lavoro o avanzare nella carriera sono limitate. Questa incapacità di sottrarsi da un ambiente di lavoro sempre più stressante e non più piacevole, molto probabilmente determina nei perfezionisti il burnout.

È importante riconoscere che nello sbrogliare la matassa della relazione tra perfezionismo e burnout le nostre scoperte hanno messo in rilievo un ampio consenso. Vale a dire che il perfezionismo è un tratto caratteriale ampiamente distruttivo e i suoi effetti devono essere tenuti sotto controllo. Molti perfezionisti si sentono cronicamente a disagio, sono avvinti da paure e si percepiscono come impostori.

Le organizzazioni quindi devono essere chiare che la perfezione non è un criterio per il successo. Invece la diligenza, la flessibilità e la perseveranza sono qualità di gran lunga migliori del perfezionismo. Google ha fatto il passo coraggioso di premiare i fallimenti nel tentativo di mettere fine alle ansie che inibiscono la prestazione – e questo potrebbe anche rivelarsi estremamente produttivo: non solo per l’innovazione ma anche per il benessere dello staff.

Inoltre, se la ricerca di impeccabilità è irrazionale e paralizzante, sono da preferire obiettivi più realistici (ma non meno ardui). Inevitabilmente questi obiettivi saranno inferiori agli standard dei perfezionisti – ma i perfezionisti devono essere protetti da loro stessi. Altrimenti, la dipendenza del lavoro, il burnout – e anche peggio – sono in agguato.

Come società tendiamo a portare in alto il perfezionismo come segno di virtù, di realizzazione. Eppure la storia di Candido è eloquente; la perfezione è elusiva quanto accattivante. Concentrarsi sull’impeccabilità in definitiva è controproducente, e la nostra ricerca mette in luce proprio questo fatto. Vite lavorative equilibrate e un ambiente depressurizzato potrebbero in qualche modo minare la natura problematica del perfezionismo. Ma in quanto società abbiamo il dovere di contrastare questo tratto indesiderabile.


Thomas Curran, Andrew Hill, «Perfectionism and burn-out are close friends – best avoid them», The Conversation, 31 luglio 2015

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