La fortuna di essere dislessico

Giovane e dislessico? Ti è andata bene…

Di Benjamin Zephaniah

Faccio parte della generazione in cui gli insegnanti non sapevano cosa fosse la dislessia. Il grosso problema del sistema di istruzione dell’epoca era la mancanza di compassione, comprensione e umanità. Guardando al passato, non provo rabbia nei confronti degli insegnanti. Chi voleva seguire un approccio individuale non poteva farlo. L’idea di essere gentile e premuroso e di ascoltare i problemi degli studenti proprio non esisteva: il passato è un’altra nazione.

A scuola, le mie idee contraddicevano sempre quelle degli insegnanti. Mi ricordo di quando un’insegnante ha detto che gli esseri umani dormono per un terzo della loro vita: io ho alzato la mano e ho detto «Se c’è un Dio, non ha fatto un errore di progettazione? Se costruisci qualcosa vuoi che sia efficiente. Se io fossi Dio farei in modo che si possa stare svegli. Così le persone buone possono fare un terzo di bene in più per il mondo».

L’insegnante ha detto: «Taci, stupido. Le persone cattive farebbero un terzo di male in più». Credevo di aver avuto una buona idea. Ero stato solo creativo. Anche lei non aveva tutti i torti, ma il punto è che mi aveva chiamato stupido per il semplice fatto di averci pensato.

Mi ricordo di quando un’insegnante parlando dell’Africa ha nominato i “selvaggi locali” e io le ho detto: «Chi è lei per parlare di “selvaggi”?». Lei ha detto: «Come osi sfidarmi?» e sono finito nei guai.

Una volta in cui avevo difficoltà a scrivere e ho chiesto aiuto, un insegnante mi ha detto: «Va tutto bene. Non possiamo essere tutti intelligenti. Sarai un ottimo atleta, però, quindi perché non esci a giocare a calcio?». Lì per lì ho pensato: «Grande!» ma ora mi rendo conto che ero vittima di uno stereotipo.

Avevo poesie nella testa anche allora, e quando avevo 10 o 11 anni mia sorella le scriveva per me. A 13 anni sapevo leggere frasi elementari, ma dovevo sforzarmi così tanto che non ci provavo nemmeno. Pensavo che, finché sai leggere il numero sulle banconote ne sai abbastanza, e puoi sempre chiedere a un amico.

Sono stato cacciato da molte scuole, l’ultima quando avevo 13 anni. Quando venivo espulso era in parte perché discutevo con gli insegnanti sul piano intellettuale, e in parte perché ero un ragazzaccio che faceva sempre a botte. Non ho ucciso nessuno, ma una volta mi sono vendicato di un insegnante. Gli ho rubato la macchina e gliel’ho piazzata in mezzo al giardino. Mi ricordo che diceva che i nazisti non erano poi così cattivi. Era solito dire cose del genere in classe. Quando ero in riformatorio facevo una cosa, guardavo la gente cui non volevo assomigliare. Se vedevo uno che passava tutto il tempo seduto chino in avanti, pensavo: «Non voglio essere così, io» e imparavo a stare seduto con la schiena diritta. Il mio spirito di osservazione mi aiutava a fare le scelte giuste.

Una considerevole percentuale dei detenuti nelle prigioni è dislessica, e anche una considerevole percentuale degli architetti. Stando alle statistiche, dovrei essere in prigione: un nero cresciuto nel lato sbagliato della città, una famiglia dissestata, nei guai con la polizia fin da bambino, incapace di leggere e scrivere, non qualificato e, come se non bastasse, pure dislessico. Ma credo che riuscire a star fuori di prigione sia un modo per vincere le tue paure e trovare la tua strada nella vita.

Quando vado in prigione a parlare alla gente, vedo uomini e donne che, per intelligenza e altre qualità, sono uguali a me. Ma se per me si sono aperte delle opportunità, per loro non è stato così, o non le hanno sapute vedere o cogliere.

Non ho mai pensato di essere stupido. Non ho mai provato quel conflitto interiore. Se ho davanti qualcuno che non ha problemi a leggere e scrivere e che mi dice che i neri sono dei selvaggi, quello che penso è: «Non sono io lo stupido – lo stupido sei tu». Semplicemente, credevo in me stesso.

Per il mio primo libro, ho dettato le mie poesie alla mia ragazza e lei le ha scritte per me. Sono andate alla grande, specie nella comunità nera. Scrivevo “wid luv” invece che “with love”. La gente non pensava che fossero poesie dislessiche, ma solo che si trattasse di poesie fonetiche.

A 21 anni ho seguito un corso di istruzione per adulti a Londra per imparare a leggere e scrivere. L’insegnante mi ha detto: «Sei dislessico» e io: «Mi devo operare?». Mi ha spiegato cosa voleva dire e all’improvviso ho pensato: «Ah, capisco. Pensavo di essere pazzo».

Ho scritto altre poesie, romanzi per bambini, opere teatrali, libri, e ho registrato musica. Porto la poesia alla gente che non legge poesie. Anche adesso, quando scrivo “knot” devo fermarmi a pensare: «Come si scrive?». Devo farmi un segno per ricordarmi di tornare su quella parola. Se non riesco a scrivere “question”, disegno un punto interrogativo e ci torno dopo.

Quando guardo un libro, la prima cosa che vedo è quanto è grosso, e so che vale lo stesso per molti giovani che ritengono la lettura difficile. Quando la Brunel University mi ha offerto la cattedra di scrittura creativa e poesia, sapevo che i miei studenti sarebbero stati ufficialmente più istruiti di me. A loro dico: «Potete fare questo corso e prendere un bel voto se avete una buona memoria – ma senza passione, creatività, individualità, non ha senso». Ora nella mia vita vedo che la gente mi viene incontro con la dislessia. Posso fare le mie poesie perché non devono essere scritte in modo impeccabile, ma non leggo mai uno dei miei testi in pubblico. Quando vado a un festival letterario prendo sempre un attore che legga al posto mio. Altrimenti investo tutte le mie energie nel leggere e perdo l’umore giusto.

Se qualcuno non capisce la dislessia, il problema è suo. Così come se qualcuno mi discrimina per via della mia razza non mi siedo e penso: «Come faccio a diventare bianco?». Il problema non è mio, è suo, ed è suo il dovere di venirci a patti.

Se sei dislessico e pensi ci sia qualcosa che ti trattiene, ricordati: non sei tu. Per molti versi, essere dislessici è il modo più naturale di essere.

È innaturale invece il modo in cui leggiamo e scriviamo. Guardando una lingua pittorica come il cinese, capisci qual è la parola per “donna”, perché l’immagine assomiglia a una donna. La parola per “casa” assomiglia a una casa. È strano passare da quello a uno scarabocchio che rappresenta un suono.

Quindi non essere duro con te stesso. E se sei il genitore di un bambino dislessico, non considerarlo un difetto. La dislessia non è un indicatore di intelligenza: potresti avere un genio in casa. La dislessia ti rende creativo. Se devi fare una frase e non trovi la parola che cerchi, devi pensare a un modo di girarci attorno. Questo richiede creatività, e quindi il tuo “muscolo creativo” si ingrandisce.

I ragazzini vengono da me e mi dicono: «Anch’io sono dislessico» e io rispondo: «Usa la cosa a tuo vantaggio, vedi il mondo con occhi diversi. Noi dislessici siamo fortunati – siamo noi gli architetti. Siamo noi i progettatori». È come se questi bambini fossero orgogliosi di essere come me, e se questo li aiuta, ottimo! Non avevo qualcosa del genere da bambino. A loro dico: «Questi maledetti non dislessici… chi si credono di essere?!».


Benjamin Zephaniah, «Young and dyslexic? You’ve got it going on», The Guardian, 2 ottobre 2015

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9 Comments Add yours

  1. Rossella ha detto:

    Grazie per aver tradotto così bene un articolo così interessante ed utile per molti dislessici e non!

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    1. alicerampinelli ha detto:

      Grazie a te per l’apprezzamento! 🙂

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  2. vorrei aver incontrato un amico che scrivesse i miei pensieri di ragazzo

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  3. benc6 ha detto:

    Semplicemente meraviglioso! Grazie 🙂
    Molto utile per ogni tipo di persona, davvero stupendo.

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  4. Lara Zini ha detto:

    Trovo questo articolo bellissimo ed anche molto vero. Io ho scoperto di essere dislessica a 40 anni quando lo hanno ipotizzato per mio figlio all’età di 6 anni. Ho avuto però la fortuna di incontrare sulla mia strada insegnanti fantastici e genitori che mi dicevano basta un 6 non pretendere così tanto da te. Mi hanno dato la Forza e la Fiducia nonchè l’accettazione di me e delle mie unicità. Qui vorrei ringraziare e benedire ognuno di loro.

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  5. amorealchemico ha detto:

    Bellissimo….un genio. Grazie perchè ho un marito dislessico e genio della musica che vive benissimo anche con la dislessia. Fantastico leggere queste storie di vita. Grazie per la pubblicazione

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    1. alicerampinelli ha detto:

      Grazie a te. Io insegno a molti ragazzi dislessici, chissà che tra di loro non ci sia il prossimo Zephaniah!

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  6. io e la dislessia ha detto:

    Sono felice di leggere di queste testimonianze, è molto liberatorio raccontare le vicissitudini del passato. Un percorso scolastico con una Dislessia non diagnosticata diventa frustrante, un grosso fardello che ci si porta sulle spalle anche da adulto. Grazie

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