Yachay, città del sapere

Il desiderio di conoscenza

Con Yachay, L’Ecuador punta con tutte le sue forze allo sviluppo di un’università d’élite e competitiva. L’idea è quella di investire in modo razionale e lungimirante il denaro ricavato dal petrolio.
Di Wolfgang Kunath

«È un sogno fantastico» dice Daniel Larson «ma senza sogni non ci sarebbe nessuna realtà». Una frase che sembrerebbe uscita da un bar sulla spiaggia piena di hippy attempati. Ma fino a poco tempo fa, Larson era a capo della Pennsylvania State University, che conta quasi 100.000 studenti e 4 miliardi di dollari di bilancio annuale. E adesso, seduto nel suo vasto, sobrio ufficio, l’unica cosa che si definirebbe sognante di Larson è solo lo sguardo, rivolto fuori dalla finestra, verso un luminoso parco tropicale su cui si stagliano le vette delle Ande, incoronate dal picco innevato del vulcano Cayambe, con i suoi 5.790 metri di altezza.

Larson però non sta parlando del paesaggio. «Quando mi sono riunito con i membri del governo la prima volta» ricorda «il messaggio di fondo era: “Non si tratta di fondare una nuova università, ma di cambiare un Paese!”». Un sogno per il Paese andino dell’Ecuador, insomma, che l’americano ritiene realizzabile: «Svilupperemo un’università di livello globale. Ne sono convinto». Negli ultimi anni, il petrolio ha rappresentato la metà delle esportazioni dell’Ecuador, seguito da banane e gamberetti (14 e 5%). Il Paese è a tutti gli effetti una tipica economia nazionale dipendente dalle materie prime. Per questo il Presidente, Rafael Correa, economo di sinistra che ha studiato in Belgio e negli Stati Uniti, ha deciso che il Paese deve «cambiare matrice di produzione». Il governo ha così messo a disposizione un miliardo di dollari per la costruzione di un’università d’élite orientata alla ricerca scientifica.

“Yachay” è una parola che nella lingua degli indiani Quechua significa “conoscenza”, “sapere”, ed è proprio questo vocabolo, assieme alla sillaba inglese e internazionale “Tech”, che dà il nome all’università. Per quale altra ragione l’Ecuador avvierebbe la transizione a una società del sapere, se non per riacquisire forza spirituale ed essere accolto nelle alte sfere della scienza e della tecnologia globale?

Dalla capitale ecuadoriana, Quito, si arriva in meno di due ore alla città di Ibarra, poi si prende una stradina di campagna che si inerpica per altri 23km. Campi, prati, orti – il paesaggio è bucolico. L’ex hacienda di zucchero San José, con la casa padronale e gli edifici commerciali, è il nuovo cuore di Yachay. Qui si trovano i primi laboratori, i moderni alloggi dei docenti, la biblioteca e i raffinati uffici amministrativi in cui lavora Larson. Ancora più giù, a 15 minuti circa a piedi, è già pronto il primo studentato, mentre sull’aula magna e sugli altri edifici svettano ancora le gru.

Ma i 280 ettari su cui dovrà sorgere l’università sono solo una piccola parte di “Yachay, città del sapere”, che per ora esiste in buona parte solo su carta. Quello che i ricercatori realizzeranno in università, infatti, dovrebbe integrarsi al lavoro di svariati laboratori di ricerca, statali e non solo. Vale a dire anche con l’industria privata, che ha già stipulato un contratto di cooperazione con Yachay Tech.

Una nuova città

Per il progetto di questa città nuova di zecca, cui non deve mancare nulla, nel 2013 è stato scomodato uno studio di architettura sudcoreano. Come tutte le città ben pianificate, anche Yachay vuole evitare l’orrore di una crescita disorganizzata. Un disagio che affonda nel senso di perfezione un po’ totalitario. E ovviamente nella consapevolezza storica che le città pianificate si sviluppano poi sempre in modo straordinariamente non pianificato.

«L’obiettivo della ricerca e della sua applicazione mi sembra positivo» dice Jorge Vega, uno studente 18enne del primo semestre di matematica. Come gli altri suoi commilitoni a Yachay, ha terminato gli studi superiori con i massimi voti. E come le altre matricole, lo aspettano quattro semestri di studio generalizzato che prevede anche l’apprendimento della lingua inglese. Solo a quel punto ci sarà la specializzazione in una delle cinque facoltà scientifiche – matematica, biologia, chimica, fisica e geologia – cui si aggiunge un dipartimento di economia aziendale. Cosa distingue Yachay Tech dalle altre università? «Qui la formazione non è semplice formazione di stampo professionale, ma uno strumento per modificare la matrice di produzione nazionale» risponde Jorge.

Una ragione di vita così strettamente legata alla politica, però, non rischia di sfociare in un patriottismo esacerbato? E non cozza con l’idea di indipendenza degli istituti universitari? «Non c’è nulla che cambi la vita delle persone come la scienza e la tecnica,» risponde Larson «e io sono qui per aiutare l’Ecuador». E anche lo studente Jorge Vega non ci vede alcun problema: «Quello che succede qui favorisce lo sviluppo del nostro Paese».

«Modificare la matrice di produzione nazionale significa puntare in alto» aggiunge Andreas Griewank. «Per me, l’obiettivo è di creare una buona università». Griewank era a capo della facoltà scientifica alla Humboldt di Berlino, e ora dedicherà i prossimi sei-dieci anni a Yachay come capo della facoltà di matematica. Matrice o non matrice, l’ampia e variegata fruibilità della ricerca è sempre al primo posto, dice, quindi a Yachay si è pensato di realizzare «una stretta cooperazione tra la matematica da una parte e biologia, fisica e chimica dall’altra».

Come possono fare i profani a immaginarsi i risvolti pratici della ricerca? «Ad esempio pensando alla visione artificiale, o alla image recognition» risponde Griewank. In altre parole, a quelle apparecchiature che recepiscono e analizzano immagini «per permettere agli automi di orientarsi. O anche la gestione di grandi quantità di dati, che serve ad esempio per ottimizzare gli aerei».

L’Ecuador si fa strada

Instabile, caotico e povero in canna – l’Ecuador corrispondeva in pieno al cliché di una repubblica delle banane, prima che nel 2007 il visionario e autoritario Correa ne diventasse Capo di Stato. Da allora, con la sua miscela di populismo di sinistra e modernizzazione tecnocratica, il Paese ha fatto diversi passi avanti. Con il denaro del petrolio sono nate cliniche e case popolari. Il bilancio per l’istruzione è triplicato, e di fianco alle università tradizionali sono sorte – oltre a Yachay – altre tre università d’élite non scientifiche.

«L’equipaggiamento è buono quanto quello di Stati Uniti o Unione Europea» dice il biologo spagnolo Santiago Ballaz, soddisfatto. Quando i laboratori saranno finiti, vuole continuare a Yachay alcuni progetti che in Spagna non ha potuto concludere, «allo stesso livello». Cosa spinge uno come Ballaz, che non aveva avuto alcuna relazione con il Sudamerica, a questo salto in Ecuador? «La novità» risponde il 48enne. «Qui hai campo libero, puoi creare qualcosa di nuovo lontano dalle gerarchie prestabilite».

La magia insita in ogni inizio è stata tuttavia distrutta da alcuni scandali. Il rettore della fondazione, lo spagnolo Federico Albericio, ha litigato con gli altri tre membri del comitato organizzativo e ha parlato di sprechi e inefficienze prima di dimettersi sbandierando i problemi dell’università. Il suo successore ad interim, José Andrade, uno dei suoi tre colleghi, lo ha tacciato di incompetenza e ha minacciato di querelarlo – uno scandalo che ha lasciato ferite aperte e che non si è ancora concluso.

A prescindere da chi abbia la colpa, questa lite punta i riflettori sui problemi di Yachay. I tre professori del comitato organizzativo lavorano in un’università californiana, eppure a Yachay sono pagati con uno stipendio mensile di più di 16.000 dollari, proprio come i professori del posto, oltre a un surplus giornaliero di 300 dollari per i loro spostamenti in loco. In California dovevano trovare soldi e talenti per Yachay, ma non l’hanno fatto, questa l’accusa di Albericio. I “cervelli” come Larson e Griewank sono stati scovati da un cacciatore di teste londinese, pagato 1,7 milioni di dollari e ricompensato con un premio aggiuntivo che corrisponde allo stipendio annuale dei cervelli in questione.

Nel 2040, Yachay dovrebbe avere 10.000 studenti, ma al momento sono solo 615, a fronte di un personale amministrativo di 185 collaboratori – condizioni paradisiache. Con un miliardo di dollari si sarebbero potute migliorare anche le vecchie università, inveiscono gli oppositori di Correa, che vedono in Yachay una farsa elitaria.

Correa e il suo governo presentano Yachay come il luogo in cui il sapere è visto come un bene pubblico, che serve alla collettività. Ma in un Paese in cui il salario medio è di 370 dollari e un docente universitario guadagna 1.400 dollari, la tesi che il personale d’élite lo si accaparra solo con stipendi d’élite sembra sempre alquanto discutibile.


Wolfgang Kunath, «Mit Wille zum Wissen», Frankfurter Rundschau, 27 settembre 2015

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